L'Osservatorio

La serietà della serialità televisiva

Negli ultimi due anni si può notare una tendenza interessante, per quanto attiene alle serie televisive: sempre più attori hollywoodiani, celebri star del cinema, decidono di parteciparvi in ruoli di primo piano.

È un dato che salta all’occhio per i numerosi esempi che si possono portare:Sherlock, True Detective, Fargo, House of Cards, Boardwalk Empire, Penny Dreadful… tutte serie che vedono tra i protagonisti interpreti di grande rilievo comeMatthew McConaughey, Eva Green, Timothy Dalton, Martin Freeman, Kevin Spacey etc.

1. Riflessione

A ben pensarci, il percorso che collegava cinema e televisione c’è sempre stato. Solo che in passato funzionava in senso inverso rispetto a quanto vediamo ora. Vale a dire chesolitamente, in seguito ad un grande riscontro di pubblico e critica di un telefilm, l’attore principale poteva avere la possibilità di vedersi aprire le porte del grande schermo. È capitato a Michael J. Fox, aRobin Williams, a Leonardo Di Caprio e aGeorge Clooney, tutte grandi star del cinema che hanno cominciato la loro carriera sul piccolo schermo e poi, forti di quel fortunato trampolino di lancio, sono approdati al cinema.

Chiaramente questo movimento non si è esaurito, basti pensare per esempio ad Adam Brody o a Jim Parsons che, pur non avendo certo raggiunto la fama e la bravura dei nomi citati sopra, hanno comunque cavalcato l’onda del successo delle proprie serie per arrivare ai film cinematografici.

Ma inevitabilmente salta di più all’occhio il fenomeno opposto, crescente e degno di attenzione.

 
 
 

2. Perché?

E dunque sorge spontaneo chiedersi il motivo per cui attori di grosso calibro accettino di interpretare ruoli per il piccolo schermo. Per quale motivo fare un passo che potrebbe essere visto come un ritorno nelle retrovie?

La spiegazione che possiamo darci sta tutta in una parolina: qualità.

Persone come Spacey, McConaughey e Dalton evidentemente amano il proprio mestiere, e in esso cercano anche soddisfazioni artistiche oltre che di convenienza. Certo, sono in una posizione in cui possono ben permetterselo, ma resta notevole il fatto che, guardandosi intorno, questi attori abbiano notato tale crescita qualitativa nelle attuali serie televisive ad alto budget, competitive dunque anche sotto il profilo degli effetti speciali e delle scenografie.

Lo spessore della scrittura di molti sceneggiatori televisivi ha permesso da qualche anno a questa parte (e si potrebbe individuare Lostcome pietra angolare di questa rivoluzione) di creare una rinascita della serialità in termini narrativi, con intrecci interessanti che si smarcano dalla ripetitività delle sitcom o dalle banalità per casalinghe annoiate tipiche di molti filoni produttivi. Tale evoluzione narrativa e qualitativa è data anche dalla nuova tendenza a costruire le serie per stagioni di pochi episodi e ad archi narrativi serrati, scelta che permette di ottenere delle storie più compatte e controllate sotto il profilo dello sviluppo della storia.

 

True Detective, House of Cards, il pacchetto di serie britanniche che va daSherlock a Broadchurch, passando per Utopia e Orphan Black, sono affreschi godibili e intriganti, un ventaglio di proposte che nulla ha da invidiare a quanto propone il grande schermo, il quale viene spesso e volentieri “spodestato”.

E così, mentre il cinema insegue la sua ossessiva idea di serialità creando universi supereroistici condivisi, interminabili franchissene e lunghe saghe spesso mutuate da romanzi di successo, la televisione continua a proporre una narrativa seriale meno forzata, più affine al proprio DNA. Insomma, si può dire che l’asticella sia stata decisamente alzata, per la gioia dei sempre più esigenti spettatori del nuovo millennio.

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