Recensioni

C’è Spazio per Tutti

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Era da tempo che Ortolani ce lo diceva. La Fine di Rat-Man avrebbe portato a termine l’arco narrativo base del personaggio, lasciando Deboroh libero di essere da lui utilizzato in altri contesti. Storie speciali, promozionali, parodie, albi one shot… Leo non si preclude nulla, una volta risolto quel “vincolo” che era diventata la sofferta serie bimestrale. Pochi avrebbero però potuto immaginare che il primo assaggio di “post-game” di Rat-Man l’avremmo avuto così presto. E probabilmente nemmeno Leo, dato che C’è Spazio per Tutti nasce come collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana e l’European Space Agency, ed esula da quello che sarebbe dovuto essere il suo “spontaneo” percorso autoriale.

Ma, ironia della sorte, quello che in teoria dovrebbe essere un esperimento di edutainment, finisce per essere uno dei più ambiziosi progetti ratmaniani. Ce ne si accorge già prendendolo in mano: un volumazzo di quasi trecento pagine, spesso e pesante, con dentro una maxi storia di Rat-Man, tutta di fila, senza soluzione di continuità. Una graphic novel, praticamente. Si potrebbe dire che si tratta del più lungo fumetto di Leo Ortolani, o della più grande storia di Rat-Man, se escludiamo le n-logie della serie. Ma siccome non le vogliamo escludere, userò il termine “dose”. C’è Spazio per Tutti è la più grande dose di Rat-Man che Ortolani ci abbia mai somministrato tutta in una volta, e pensare che questa bomba l’ha sganciata proprio adesso, a così poco tempo dalla realizzazione del finale mette davvero i brividi. Eroe, c’è poco da dire.

Non la più bella storia di Rat-Man, precisiamo. Qualche magagna ce l’ha, come ad esempio l’utilizzo un po’ ovvio del personaggio (lo stolto in mezzo ai savi) oppure il collegamento fin troppo labile con la continuity base. Viene detto che Rat-Man ha fatto il supereroe per tanti anni e che ormai la maschera non la toglie più. Nessun riferimento alla sua nuova condizione familiare, il che è un po’ triste ma tutto sommato comprensibile, dato che l’albo è destinato ad un pubblico più ampio.

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La vicenda principale è intervallata da lunghe sequenze semiserie in cui Leo ci racconta la storia delle esplorazioni spaziali, mescolando ovviamente serio e faceto, un po’ alla maniera di Ward Kimball nei disneyani documentari di Tomorrowland. Una lettura impegnativa, ma allo stesso tempo lieve, da leggere possibilmente in più sessioni. La trama vera e propria invece procede in maniera lenta, forte della decompressione narrativa che tutte quelle pagine permettono, salvo poi impennarsi in diritura d’arrivo. E’ lì che Leo fa quello che i Tigri fanno meglio e ci elargisce una delle sue avventure di stampo metafisico, dai toni poetici e dal forte impatto visivo.

Perché è proprio sul comparto visivo che Leo si gioca tutto, questa volta. Sempre stato un bravo disegnatore Ortolani, va detto, persino ai tempi in cui lui stesso non ci credeva poi così tanto e si era inventato i musi da scimmia per supplire alle sue presunte mancanze. Solo che anno dopo anno le cose sono migliorate, fino ad arrivare ai vertici attuali. Già i numeri del Finale di Rat-Man erano eloquenti al riguardo: magistrale utilizzo del bianco e del nero, tratteggi maestosi, figure imponenti e dinamiche, inchiostrature guizzanti, mostri spaventosi e volti espressivi. Ecco, immaginiamo tutto questo bendiddio traslato in un progetto come questo, che permette e “costringe” l’autore a realizzare un fottìo di splash page, di vignette enormi, di sequenze spettacolari. Stazioni spaziali dettagliatissime che si stagliano sul nero pieno dello spazio profondo, pagine dal formato faraonico in grado di darci l’idea del contrasto tra le dimensioni dell’uomo e quelle dell’universo. Ogni singolo tratteggio tradisce una consapevolezza registica incredibile e una totale padronanza della propria arte. Da rimanerne quasi sconvolti.

In definitiva una lettura abbastanza ibrida, questo C’è Spazio per Tutti, in cui convergono diversi obiettivi e sensibilità. Un Rat-Man di compromesso, probabilmente meno leggero e godibile del solito, ma che proprio in questa sua natura di compromesso trova carburante per dimostrare tutta la capacità comunicativa di quel grande artista di Leo Ortolani.

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