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Duck the Halls, il Rudish di Natale

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Nota: l’articolo contiene spoiler

Non è un mistero che da queste parti si amino follemente i cortometraggi di Mickey Mouse diretti da Paul Rudish. I corti di Rudish, benché generalmente molto brevi, mettono in scena una versione della banda Disney convincente e ricca. I personaggi sono stati ripensati pescando a piene mani dai corti degli anni ’20 e ’30, e anche lo stile coniuga le notevoli possibilità offerte dalle moderne tecniche di animazione a un character design che si rifà gustosamente a Iwerks e Gottfredson. Grazie a questa operazione di recupero e ricostruzione dei personaggi, in appena tre anni di lavoro Rudish e compagnia hanno saputo imbastire un patrimonio artistico dal potenziale illimitato. Ciò nondimeno, la notizia che Disney XD avrebbe trasmesso uno special natalizio di Mickey Mouse della durata di circa venti minuti portava con sé molta curiosità… e un po’ di scetticismo. I 57 corti fino ad allora trasmessi avevano una durata raramente superiore ai cinque minuti e una struttura piuttosto essenziale:

  1. I protagonisti (non più di tre) si trovano di fronte a una qualche sorta di ostacolo;
  2. I tentativi di superare tale ostacolo danno vita ad una serie di gag esilaranti;
  3. Risoluzione finale.

Si tratta di una scaletta collaudata, perfetta per cortometraggi brevi e dal ritmo forsennato. Un mediometraggio di 20 minuti necessita di una struttura chiaramente più complessa, quindi si entrava in un territorio completamente inesplorato. Il fatto che si trattasse di uno special di Natale contribuiva ad alimentare lo scetticismo. Il Christmas special è un format molto amato oltreoceano, e spesso prevede una lunga serie di cliché difficili da evitare: case da decorare, cenoni da preparare, regali da comprare, comparse a sorpresa di Babbo Natale, rimandi visti e rivisti al Canto di Natale Dickensiano… Topoi che rischiano di imbrigliare qualsiasi narratore. Il pericolo che uscisse qualcosa di già visto, o quantomeno di insipido, insomma, c’era tutto.

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Tutti i timori, però, evaporano già nei primissimi minuti di Duck the Halls: lo special si apre in casa di Topolino, con Paperino che osserva con meraviglia infantile i preparativi per il Natale, in una sequenza musicale che riesce a trovare il giusto equilibrio tra atmosfera natalizia e umorismo. Mentre già immaginiamo la classica scena della banda Disney riunita per il cenone, Paperina ci prende in contropiede con una rivelazione sconcertante: nessuno dei paperi ha mai festeggiato il Natale!
Ci viene spiegato che ogni anno, con l’approssimarsi dell’inverno, i paperi Disney migrano verso sud per sfuggire al freddo, essendo fisicamente del tutto incapaci di sopportarlo. Si tratta di un’idea decisamente e volutamente eretica, che non si fa scrupolo alcuno a riportare i paperi alla loro “natura animale”, contraddicendo apertamente sette decenni di tradizione disneyana.

Duck the Halls è dunque estraneo a qualsiasi forma di continuity, come dimostra anche il geniale flashback in stile Dickens, in cui visitiamo l’infanzia ottocentesca e britannica di Topolino. Eppure tutto ciò è assolutamente coerente con il principio di fondo del lavoro di Rudish: la tradizione va recuperata, valorizzata, ma non deve diventare una gabbia, perché l’obiettivo principe dev’essere sempre il divertimento dello spettatore. Bene così, dunque, tanto più che l’idea della migrazione funziona alla grande e mette in moto le vicende dello speciale. La dicotomia tra la casa di Topolino e la località tropicale dove i paperi sono andati a svernare permette di ampliare il cast senza togliere spazio a nessuno: se i protagonisti indiscussi sono Topolino e Paperino, gli altri personaggi fungono impeccabilmente da spalla. La presenza di due piani narrativi separati aiuta anche a gestire il minutaggio: sebbene il ritmo sia giocoforza più rilassato rispetto ai corti, non ci sono tempi morti e la narrazione scorre senza intoppi fino al pirotecnico finale.

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A sorreggere tutto il carrozzone, rendendo divertente un’idea che poteva facilmente apparire bislacca, è senza dubbio la caratterizzazione dei personaggi (a cui contribuisce enormemente il gran lavoro dei doppiatori originali). Il maggiore minutaggio fornisce a Rudish tutto il tempo necessario ad approfondire il cast, stemperando gli aspetti più comici e caricaturali. I personaggi ci appaiono così verosimili, reali, uniti da legami d’affetto tangibili. Personaggi veri, a tutto tondo, e non macchiette buone solo per le gag. E quindi, se inizialmente Paperina viene presentata nella sua versione più umoristica di ragazza pragmatica ma superficialotta, nel corso del mediometraggio emerge chiaramente l’affetto disinteressato e sincero che prova per il fidanzato.

Daisy si preoccupa realmente per la sorte di Donald, quando capisce che quello di Paperino non è un capriccio ma un reale desiderio di vivere almeno un Natale. E anche se il tono è ovviamente leggero, i personaggi di Duck the Halls sono sfaccettati e reggono senza problemi anche i momenti più seri dello special. Dialoghi e recitazione, brillanti come d’abitudine, contribuiscono a fare di Duck the Halls una storia solida, piacevole, che diverte e non cede ai triti cliché natalizi. Persino quando viene chiamato in causa il più classico dei deus ex machina natalizi, la recitazione dei personaggi evita la sensazione di già visto e conduce lo speciale verso un soddisfacente lieto fine.

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In conclusione, Duck the Halls è l’ennesima dimostrazione che i personaggi Disney hanno tantissimo da dire e possono funzionare in qualsiasi contesto. Paul Rudish non ha inventato nulla da zero, ha recuperato elementi che appartenevano già alla tradizione e li ha portati nel presente, declinandoli nel modo più efficace per il pubblico odierno. Si è preoccupato che la storia fosse divertente e che i personaggi fossero credibili, e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Replicare su carta il successo di Rudish è possibile, ma per riuscirci è necessario che gli autori abbiano la voglia e il coraggio di abbandonare canovacci stantii e caratterizzazioni monodimensionali, figlie di una concezione distorta e deleteria della “tradizione”. Perché serve prospettiva. Non tutto il passato ha la stessa dignità e l’autore intelligente è quello in grado di distinguere cosa valga la pena portare con sé. Quello capace di comprendere cosa possa funzionare ancora, e cosa invece sia soltanto zavorra.

A questo proposito, sarebbe utile anche un allentamento di alcune linee guida editoriali che appaiono severe in modo del tutto ingiustificato e anacronistico: alcune battute e alcune scene del tutto innocue di Duck the Halls  (“We’re gonna rescue Donald. And when we get him home safely… I’m gonna kill him!”) sarebbero impensabili nelle storie a fumetti italiane, in cui i personaggi non possono nemmeno andare in bagno a lavarsi i denti. La domanda è: tali paletti, che in teoria dovrebbero servire a preservare l’integrità dei personaggi Disney, hanno davvero senso quando poi la casa madre sforna prodotti come Duck the Halls, che in appena venti minuti riescono a essere in un colpo solo innovativi, divertenti e rispettosi della tradizione?
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