Recensioni

DuckTales (2017). Col Senno di Poi.

Volevo dare un breve giudizio sul nuovo DuckTales. Mi sono accorto che non è possibile. Troppe cose da dire, troppi layer, troppi bias. Volendo fare una cosa onesta e fatta bene, sarà meglio partire da lontano.

Quindi iniziamo dal principio, più o meno trent’anni fa.


Storia di Due Disneyland

File:DuckTales 1987 sigla.png - Wikipedia

A quei tempi ero un bambino, e mi chiedevo come mai lo Zio Paperone che trovavo sui fumetti fosse praticamente assente nei cartoni animati. Immaginate la mia sorpresa quando uscì una serie tutta su di lui! Ero ovviamente intrigato dalla cosa, sebbene gli adulti intorno a me tuonassero, sottolineando quanto il prodotto fosse distante dal “bel Disney della tradizione”. Era ovviamente un modo purista e ingenuo per avvisarmi del fatto che questi nuovi cartoni Disney non stavano nello stesso gruppo di Biancaneve, dei Tre Porcellini o della Roulotte di Topolino. DuckTales era una serie della Disney Television e non un prodotto di quella che oggi conosciamo come Disney Animation. Solo che all’epoca questa terminologia specifica non esisteva, il capro espiatorio erano i giapponesi ed eravamo tutti più semplici e faciloni.

Tuttavia qualcosa lo notavo: ingenuità e stilemi anni 80, il budget televisivo, il nuovo status quo, il cast rielaborato. Lo vedevo che non era esattamente come nei corti classici, e nemmeno come nei fumetti. Non c’era Paperino, ma c’erano molti personaggi nuovi che non trovavo nei fumetti, i Bassotti erano diversi fra loro, i protagonisti convivevano dentro una villa e tanti altri dettagli che mi disorientavano. C’era qualcosa di strano, c’era del bello e c’era del brutto. Non capivo bene cosa provare. Dietro tutte queste stranezze c’era la Disney di Michael Eisner, desiderosa di espandersi in nuove direzioni, anche a costo di adottare linguaggi e soluzioni poco “in policy”, uscendo da quella ricetta universale per la quale Disney era stato famoso. Era nato il reparto televisivo, con una diversa qualità, un diverso target, un diverso budget e una diversa filosofia.

Dopo DuckTales la cosa continuò. Uscirono serie tv in quantità che proponevano approcci sempre più divaricanti dal “bel disney della tradizione”, tanto da far sembrare DuckTales una cosa da puristi: Cip e Ciop diventavano detective, Pippo un padre, Baloo un pilota d’aereo, e i nipotini adolescenti. Ricordo che tutto questo mi incuriosiva ma alla fine non mi piaceva: non sentivo il bisogno di tutte queste rielaborazioni, di tutte queste complicazioni. Sentivo che stavamo perdendo piano piano l’idea di una Disney “tonda” e alla portata di tutti, e che adesso di Disney ce n’erano diverse: c’era quella “garantita” che potevo condividere con i grandi, ma anche quella “minore”, con la quale non potevo spingermi troppo oltre. Col tempo mi distaccai dalla seconda e mi avvicinai sempre più alla prima, nel cui approccio mi riconoscevo di più.


Reboot!

Trent’anni dopo annunciano il nuovo DuckTales di Angones e lì per lì rimango perplesso. Una parte di me è felice, un’altra si chiede quale sia il senso del riprendere DuckTales come “brand”, al di là dell’effetto nostalgia. Se vuoi riprendere gli standard characters riprendili, ma con un titolo diverso. Mickey Mouse & Friends, Donald Duck Adventures, Uncle Scrooge, puoi fare come vuoi, tanto sono sempre lì, disponibili e universali, pronti a vivere mille storie. Riprendere il brand DuckTales significava doversi misurare con quella precisa versione dei paperi, con quel preciso status quo, impelagarsi con cose scomode, con una “narrazione” rimasta aperta dagli anni 80. Capisco l’omaggio al passato, ma forse il passato lo onori meglio inglobandone la lezione in qualcosa di presente.

Poi scopro che è un reboot. Ed è lì che sento il primo crick.

Reboot de che? Di DuckTales? Cioé della “storia” iniziata con l’arruolamento di Paperino in marina? Reboot in generale dei paperi? Dei personaggi Disney? In che senso? Perché? Mille dubbi mi si affollano in mente. Ammetto di avere un problema coi reboot, con gli universi alternativi e con l’abuso di multiversi. Capisco che negli anni l’uso che su carta si è fatto del microcosmo disneyano abbia reso caotica la situazione. Don Rosa, Pk, Fantomius, la scuola danese, quella italiana, molta lore è stata scritta, spesso poco congruente o difficile da gestire. Me ne sono reso conto in prima persona scrivendo sui periodici Disney, e in particolare quando mi sono occupato dei cento numeri di I Love Paperopoli, che accompagnavano il plastico della città dei paperi, narrandone la storia. Non era semplice trovare quel “punto di equilibrio” per riuscire a parlare in modo credibile di elementi provenienti da tradizioni anche molto dissonanti, facendo finta che sia tutto vero. Toccava spesso barare di qua, glissare di là, rattoppare su e giù.

Detto questo, rimango dell’idea che il reboot, per quanto comodo, non sia mai una buona soluzione di lungo termine. Un personaggio sottoposto a continui restyling perde gradualmente la sua forza, il suo impatto, la sua credibilità. E’ una scelta “divisiva” che può avere effetti collaterali sul papero e in un certo senso anche sul pubblico, che piano piano inizierà a percepire confusione e dunque a crederci meno. E se viene meno il crederci, si perde la cosa più importante. Lo sanno bene gli artisti dei Marvel Studios e di Lucasfilm: i primi abituati a lavorare su versioni ormai iconiche dei loro personaggi interpretati da attori fissi, i secondi a ricamare intorno a eventi cardine che non vengono mai messi in discussione e acquisiscono via via sempre più “spessore storico”. I loro universi condivisi e crossmediali hanno successo perché costruiti intorno a delle costanti precise. Ed è questo il motivo per cui la gente ci crede.


Una Nuova Voce

A dispetto di tutto, nel 2017 la serie arriva e viene accolta con un certo grado di positività. Molti collaboratori del mio stesso sito si offrono per realizzarne i sottotitoli, le schede di analisi, la lista degli easter eggs e delle citazioni, che sono tante, tantissime. L’interazione fra Paperone e Paperino, merce rara in animazione, risulta inedita e bella, molte battute sono divertenti, e alcune rielaborazioni di personaggi noti funzionano. Le poche critiche arrivano tutte dallo stile squadrato, che però mi faccio personalmente andare bene: dopotutto è animazione televisiva, e sono anni che l’animazione televisiva ha scelto la via della stilizzazione. Serve a mantenere “costante” il look, laddove una volta si avevano dei design molto più complessi, che però non riuscivano a reggere per davvero un processo di animazione a basso budget. Ciò che colpisce di più è che non c’è traccia di quell’ingenuità da tv anni 80: c’è molta ironia, la promessa di riportare in scena Della Duck denota un’ambizione senza precedenti e in generale sembra di trovarsi di fronte ad un prodotto smaliziato e maturo.

Tempo pochi episodi e mi accorgo che c’è qualcosa che non va in queste nuove avventure di paperi. Gli episodi umoristici sono infatti la maggioranza, quelli avventurosi pochi e comunque tendenti alla parodia. Paperone è stranamente assente, e le poche volte che appare è in balia del resto del cast. Oppure viene messa al centro della scena la sua fama di avventuriero, dando per scontato il suo mito senza mai affrontarlo per davvero. Insomma, ci viene detto che è un grande eroe, ma la cosa raramente è mostrata e lui viene adombrato di continuo. I protagonisti reali sono quattro nuovi personaggi: Qui Quo Qua e Gaia, vero fulcro di tutto. Dico nuovi perché i nipotini sono stati rielaborati completamente, anzi resi per la prima volta in assoluto dei personaggi veri e propri. Sono adesso caratterizzati, fisicamente differenti, hanno archi narrativi specifici, relazioni asimmetriche con il resto del cast… e risultano ingombranti. Sono troppi, perennemente sopra le righe, falsano il ritmo rendendolo così concitato da appiattire ogni traccia di pathos. Insomma, ogni rara concessione all’avventura viene di continuo disattesa da un incessante vociare di strani ragazzini con la voce di adulti.

E a proposito di voci, eccetto Paperino, tutto il cast ha voci completamente nuove: un gruppo di importanti talent, tratti dalle serie televisive più in voga come Doctor Who e Community. Ed è questo dettaglio forse per la prima volta a darci l’indizio più importante del vero spirito dell’operazione. Per gli americani il cast vocale è importantissimo: nei Simpson quando un doppiatore muore o ha problemi, viene ucciso anche il personaggio, il legame è indissolubile. Per i personaggi di lungo corso come Topolino o Winnie the Pooh si attuano invece dei passaggi di testimone ben precisi, mandando la nuova voce spesso “a bottega” dal vecchio interprete, col proposito di tenerla per sempre. Dare a questi personaggi delle nuove voci basate sul casting cool del momento, rompendo una continuità o alterando/forzando i tradizionali passaggi del testimone avvenuti negli anni, ha un significato. Una presa di distanze, una dichiarazione di indipendenza, un punto di rottura.


Tre Anni di Luci e di Ombre

Tre stagioni dopo, DuckTales è stato cancellato. Posso quindi guardarmi indietro e fare un blilancio di ciò che l’esperienza mi ha lasciato. Molte le idee interessanti, sparse nelle varie stagioni. In primis, la sottotrama di Della sulla luna, che catalizza l’intera seconda stagione, e il cui ritorno infrange un secolare tabù disneyano. La dimostrazione che è possibile farlo è forse la cosa più importante che ci ha lasciato in eredità la serie. Non male nemmeno la storyline di Amelia e Lena, l’amore fra Paperina e Paperino che sboccia perché lei è l’unica in grado di sentirne la voce interiore. Simpatica la piena integrazione di Darkwing Duck, o il capovolgimento legato a Jones, da antagonista a psicologo di Donald. Molto buono anche Jet. Come personaggio inedito ho gradito Mark Beaks, che potrebbe essere erroneamente confuso con uno dei tanti personaggi scemi della serie e invece rappresenta l’unica reale concessione alla satira sociale, trattandosi di una figura angosciantemente realistica. Caruccio, perlomeno graficamente, anche l’avvoltoio Bradford, il burocrate refrattario all’avventura, e quindi destinato ad essere il vero cattivo. Infine lo stesso Donald, che per decenni ha subito lo stigma del non poter essere utilizzato in trame più narrative a causa della voce, qui ha dimostrato che non è necessariamente vero. Se si vuole, si può. Magari con un piccolo aiuto da parte di Don Cheadle.

Il resto non funziona allo stesso modo. Lo showrunner Angones attinge ad ogni fonte, nella speranza di tramortire lo spettatore con mille trovate, mille ritorni, mille riferimenti nerd. Razzia a piene mani dai fumetti di Barks, da quelli di Don Rosa e nel calderone già che c’è ci butta dentro tutto il pantheon delle serie tv della Walt Disney Television Animation, divertendosi a reinventare e inserire in continuity con trovate sempre più matte ogni elemento del suo immaginario anni 90. Gargoyles, Gummies, Darkwing Duck, Wuzzles, Tales Spin, Cip e Ciop Agenti Speciali, Bonkers, Ecco Pippo e persino i Fluppy Dogs, non manca nulla. Ci si arriva piano piano, in punta di piedi, ma verso la fine il palcoscenico crolla, svelando il vero focus e tutta la povertà intellettuale insita nell’operazione. Non si vede davvero il desiderio di riprendere e dare lustro ai gloriosi personaggi Disney, ma sfruttarne le sembianze per contrabbandare tutt’altro.

Attento a quel che desideri, perché una volta accontentato non riuscirai a fare a meno di vedere i fili. Se anni fa mi avessero detto che un giorno mi sarei trovato a guardare un cartone animato con Fergus, Paperoga, Macchia Nera, Pico e Ocalina che combattono insieme nella biblioteca di Alessandria probabilmente sarei impazzito di gioia. Ora che l’hanno fatto… non sono felice. Perché in questo florilegio di fanservice ho intravisto ruffianeria, superficialità e incapacità di comprendere il valore del materiale di partenza. Carl Barks e Tale Spin non sono mai stati davvero la stessa cosa e il bello di Disney risiede altrove, di certo non nell’annunciare che Kate Micucci doppierà Gaia. Aver dirottato l’attenzione su questi elementi è forse la colpa più grave di Angones.


Esche a Parte

Questi i miei bias. Che sono inevitabili se su un certo tipo di Disney ti sei costruito una cultura, una teoria, hai dei modelli in testa e quindi delle aspettative. Una parte di me ha però voluto, nel tempo, osservare il fenomeno anche da altri punti di vista, provando a prendere il DuckTales di Angones come una cosa a parte, scollegata da quegli stessi paperi attraverso i quali hanno cercato di vendermela. Insomma, tolta l’esca e quindi i bias, cosa rimane davvero dell’opera in sé?

Temo non troppo. Il prodotto è strutturalmente già datato, con quello schema compositivo che alterna blocchi di filler verticali e bi/trilogie orizzontali, al servizio della tradizionale programmazione tv. Certo, l’idea che possa esserci una trama che si sviluppa, con misteri e colpi di scena un po’ fa effetto, ma bisogna tenere conto che questa è una novità solo nel contesto disneyano. Abituati come siamo al “teatrino senza memoria” di Paperopoli, ci sembra che Angones la spari grossa. Ma non la spara davvero così grossa. L’approccio edgy, la forzata coolness, il tenore umoristico, il nerdismo accentuato, sembrano di continuo volerci portare in una direzione estrema, pazzesca, quasi moffattiana. Ma gira e rigira, tolti i lustrini, rimangono trame convenzionali, che fanno abbondante uso di quegli stessi stereotipi narrativi che il suo approccio disincantato sembrava voler superare: il potere dell’amicizia che risolve le cose, la famiglia che è la più grande delle avventure, i cloni, gli scienziati pazzi, le organizzazioni malvagie, l’antico grimorio, i robottazzi con gli occhi laser e ovviamente gli alieni. Non si tratta di un immaginario avventuroso particolarmente originale e ricercato, né lo spettatore viene spinto a prenderlo sul serio, dato che sono i personaggi stessi a parlarne in modo ironico o a prendersene gioco.

Insomma, stereotipi di ieri che sfilano nostalgicamente in galleria in una versione aggiornata, in parte ossequiosa e in parte iconoclasta. Il tutto cucito insieme secondo regole e convenzioni narrative attuali. E allora fa sorridere pensare al fatto che le DuckTales degli anni 80 siano state messe in croce per le loro ingenuità, per i loro stilemi figli degli anni 80, e che si sia voluto prendere le distanze da esse con una fuga verso il moderno che ci ha portato dritti dritti nelle fauci di un altro set di stilemi, quelli di quest’epoca. Il punto è che molto probabilmente, salvo rari felicissimi casi, il metodo di lavoro di Disney Television Animation, ora come allora, è sempre il medesimo. Non puntare all’universale, non condurre il discorso stilistico di un’epoca ma rifletterlo, farsi guidare da codici altrui. Negli anni 80 questo “metodo” era ancora acerbo, e nel bagaglio culturale degli artisti che entravano a far parte dei reparti televisivi (per esempio Peraza) c’era comunque un certo tipo di Disney, oggi semplicemente no. Si sono sommati diversi strati e il background di un Angones è diverso. Può dunque capitare di realizzare una serie ispirata ai paperi di Barks capace di mancare clamorosamente il punto, finendo per risultare decisamente meno genuina della sua pur goffa antenata.


Marcando il Territorio

Nel corso delle tre stagioni di questo nuovo DuckTales ho visto ridursi progressivamente la schiera dei suoi entusiasti. Molti che avevano iniziato, infatuati da quella ventata di modernità, se ne sono stancati presto e hanno lasciato andare. Altri sono rimasti e hanno gridato allo scandalo quando è giunta la cancellazione. Non che una normale serie Disney Channel in genere sia mai durata molto di più. Solo che qui non si era trattato solo di una serie, ma di una versione specifica dei personaggi Disney, un universo completo di relazioni, che aveva preso vita autonoma. Forse un po’ troppo autonoma perché convenisse tenerla in piedi. Nell’economia generale delle cose, l’universo di Angones era diventato una fanfiction legalizzata, un eccesso di zelo incompatibile con la versione di Paperino che trovi su tazze e bicchieri. Non che, in quanto a lore, fosse un universo peggiore rispetto a quello classico (che non è nemmeno un universo ma più un modo di intendere i personaggi), anzi anzi, avercene. Solo che, nel mondo di oggi, se vuoi davvero il bene di un personaggio, devi arricchirne la matrice, non crearti la ramificazione tua, con blackjack e squillo di lusso.

E quindi andiamo alla matrice e confidiamo nei WDAS. Perché con l’arrivo di Disney+ il vento è parecchio cambiato. Il concetto di retroguardia televisiva è venuto meno, e adesso tutti i principali studi disneyani come Marvel, Pixar e Lucasfilm hanno iniziato ad occuparsi direttamente delle serie ispirate ai propri franchise, concependole come degli eventi ad alto budget. La piattaforma è affamata di materiale, gli artisti Disney stanno godendo di una buona popolarità e potrebbe non essere più così improbabile che qualcuno da quelle parti decidesse di fare qualcosa con gli standard character, riprendendo in mano i personaggi che proprio loro hanno inventato. Magari in una versione narrativamente più articolata. E restituendo quindi a Paperino, Topolino, Pippo e Paperone tutta quella ricchezza visiva, quella qualità recitativa, quella stupenda espressività sulla quale l’intera industria cinematografica occidentale è stata eretta.

Allora, solo allora potremo finalmente esclamare con convinzione “Ma che bei paperi!”.