Recensioni

Il Libro della Stefi

Il Libro della Stefi è un’elegante strenna natalizia targata Rizzoli che raccoglie una buona selezione di storie della bimba creata da Grazia Nidasio. Nata come personaggio secondario di Valentina Mela Verde sul Corriere dei Ragazzi e poi trapiantata successivamente sul Corriere dei Piccoli con una serie tutta sua, Stefi è un personaggio che rimane impresso. Chi scrive infatti vanta una frequentazione di lungo corso con la bambina della Nidasio. Le sue storie, sempre di pochissime pagine, rappresentavano (insieme alla Pimpa) forse la portata più prelibata del Corrierino ed erano in grado di far scattare un robusto meccanismo identificativo nella mente del giovane lettore. In questi piccoli spaccati di quotidianità venivamo portati all’interno di un condominio milanese per seguire le vicende della famiglia Morandini, ma attraverso la lente della bimba di casa. Lo stile della Nidasio era fresco, spontaneo, incredibilmente vero. Stefi risultava autentica proprio perché riusciva a stare sempre perfettamente a cavalcioni tra diverse varianti di sé: a volte dava una lettura ingenua e infantile della realtà, altre volte dimostrava un certo acume contestatario tale da farla avvicinare di soppiatto alla Mafalda di Quino. Senza mai esagerare però. Perché la Stefi non voleva essere una figura caricaturale o satirica ma semplicemente una bambina come tante. La scrittura della Nidasio nascondeva inoltre una sottilissima vena ironica e questo si avvertiva soprattutto nei dialoghi dei personaggi adulti, scritti con un ricercatissimo gusto per la banalità e le frasi fatte. Niente di particolarmente sarcastico, nessuna critica, denuncia o luce negativa gettata su di loro, però: ogni singolo personaggio a conti fatti risulta “positivo” nel microcosmo urbano della Nidasio, indulgente e dissacrante al tempo stesso.

Visivamente le storie della Stefi catturavano l’occhio come poche altre cose. Lo stile dell’autrice era davvero dinamico, capace di passare come se niente fosse dalla rappresentazione realistica allo scarabocchio più naif, a seconda delle esigenze di rappresentazione. Come del resto avviene in Giappone, anche qui i sentimenti e i dialoghi della Stefi riescono a trasformarla e modificarne le fattezze in tempo reale, con una fluidità sconcertante. E a calamitare l’attenzione del lettore ci pensa anche la particolarissima colorazione a chiazze, in grado di creare fortissime suggestioni. Stupisce vedere con quale abilità l’autrice riusciva a tingere la grigia quotidianità cittadina con colori accesi, creando all’occorrenza delle atmosfere pregnanti, magiche e degne di un fantasy. Anche il lettore più scafato finiva per assumere gradualmente il punto di vista “incantato” della piccola protagonista. 

Il libro della Rizzoli non costituisce una ristampa cronologica, anche se si spera che prima o poi venga fatta. Presenta invece un’antologia eterogenea di episodi rappresentativi organizzati per argomenti (genitori, fratelli, scuola, amicizie etc). Stupisce la varietà: alcune storielle risultano notevoli per le fantasie visive e cromatiche che contengono, come quello della casa ideale, altri invece portano avanti la “poetica del banale”, come ad esempio quello del puzzle con l’intera famiglia riunita intorno al tavolo a dire cose tipo “è un gioco di pazienza…”. Ammirevole per compiutezza narrativa infine quello in cui viene demolita l’usanza di mandare i bambini in colonia, con Stefi che si lancia in quello che sembra più che altro un resoconto carcerario. Tra animatori ridicolizzati, una miserevole routine balneare e tanti altri piccoli disagi, la vicenda riesce a trasmettere tutto l’orrore della ragazzina verso un’esperienza omologante, ma allo stesso tempo incoraggia a trovarne i lati positivi. Chi scrive ha letto e riletto queste pagine da bambino allo sfinimento, trovandoci sempre qualcosa di nuovo, di angosciante, di divertente e poetico. E cosa più importante di tutte, ha ritrovato quel fascino ancora intatto oggi dopo trent’anni.

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