Recensioni

L’Integrale di Popeye e i Pericoli della Filologia Tossica

Popeye, il cast della serie-kEgG-U11012711597346ENF-1024x576@LaStampa.it
Siamo finalmente giunti al termine della collana Popeye, che con il sessantesimo numero cessa le pubblicazioni, avendo portato a termine la sua missione di riproporre qui in Italia l’epopea del Braccio di Ferro più classico, più vero, l’unico: quello di Segar. Curata da Luca Boschi e Nona Arte, questo progetto, uscito in allegato alla Gazzetta dello Sport, ci ha seguiti per più di un anno, proponendo materiali inediti e riuscendo a far conoscere ad una nuova generazione un grande personaggio e un ancor più grande autore. Segar infatti ci ha conquistati tutti, superando la prova più ardua in assoluto: quella del tempo. Il desolante e grottesco teatrino messo da lui in piedi all’inizio del secolo è ancor oggi oro puro: un’umanità squallida e caricaturale, esilarante e in qualche modo ancora attuale. L’ignoranza e l’ingenuità del protagonista, l’invadenza e il viscido servilismo di Poldo, l’imbecillità sessista di Olivia, il rancore e l’intolleranza del ciabattino ebreo Giorgio Barbaspina, l’aggressività e il complesso di Napoleone di Castor Oyl, la violenza amorale di Braccio di Legno, materiale ancora fresco, vivo e verace, ben distante dalle banalizzazioni avvenute in seguito nei cartoni animati, nei fumetti di Sagendorf o dell’editore italiano Bianconi. Tutto questo materiale, in un’edizione critica e curata, è adesso pronto a svettare sugli scaffali delle librerie degli appassionati di fumetto più rispettabili. O meglio, lo sarebbe. Perché la triste verità è che l’eccesso di zelo di chi ha curato il progetto ha portato sui nostri scaffali un prodotto ben diverso da quello auspicato, e che questa omnia di Segar anziché una grande impresa si è rivelata un’occasione persa per rendere realmente giustizia al genio di Segar.

Cosa è andato storto?

In primis, va precisato che quella che era nata come un’omnia di Segar in 30 volumi, è stata trasformata in corso d’opera in qualcosa di molto più grande, lunga il doppio e con molto altro materiale al suo interno. Per raggiungere la quota 60 numeri, sono stati infatti inseriti anche altri autori, fra cui i prosecutori e gli emuli di Segar, scomparso prematuramente. Alcuni di questi autori (Sagendorf, London, gli Italiani) sono stati inseriti in appendice e a sprazzi, a mo’ di esempio, per dare al lettore un assaggio delle interpretazioni alternative del personaggio. Altri (Doc Winner, Tom Sims, Bela Zaboly) sono stati inseriti in modo semi-integrale, proseguendo la cronologia delle strisce giornaliere. Nessuno di questi si è rivelato al livello di Segar, ovviamente. Winner, Sims, Zaboly sono risultati essere emuli senza sale della poetica segariana, gli altri ne hanno direttamente travisato gli intenti. Ma fin qua nulla di male: proporre questi autori in qualche forma poteva avere comunque un suo senso, e d’altra parte non è la prima volta che una collana da edicola viene prolungata in virtù del suo grande successo.

A far crollare tutto il castello di carte è stato il modo in cui tutto questo è stato fatto. Non si è optato per proporre PRIMA Segar e POI i suoi emuli, dando così possibilità di scelta al lettore. Tutt’altro. Dopo i primi trenta albi la collana ha cambiato direzione e intenti, trasformandosi in un settimanale antologico, e il restante materiale segariano (la produzione domenicale, praticamente il suo meglio) è stato diluito per far spazio alla produzione dei suoi – deboli – successori. Il lettore interessato all’opera di Segar che aveva seguito la collana fino a quel punto si è trovato quindi nella sgradevole condizione di acquistare una trentina di volumi aggiuntivi e in buona parte apocrifi, solo per poter avere quelle due o tre pagine di Segar che poste in fondo all’albo ne proseguivano settimanalmente la cronologia. L’esperienza non è stata gradevole: ci è voluto il doppio del tempo, il doppio dei soldi e il doppio dello spazio, e il risultato è stata una collezione caotica, confusionaria e una grande mole di materiale fumettistico di qualità scadente o ben poco interessante per un lettore adulto ed esigente. Questa ingombrante appendice apocrifa inoltre è stata inutile pure sotto il profilo filologico, dal momento che non si è comunque riusciti a raccogliere l’intera run di Sims/Zaboly, ma ci si è fermati a metà della loro produzione di strisce giornaliere e ad una manciata di tavole. Il senso di una collezione così elefantiaca e allo stesso tempo monca, ancora non è chiaro.

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Questa integrale di Segar non si è dimostrata soltanto caotica e incoerente nella sua concezione ma anche nell’organizzazione del materiale. La lettura stessa del materiale segariano non è stata in alcun modo esaltata da questo modus operandi. La collana, come già accaduto con quelle di Carl Barks e Floyd Gottfredson non parte dal principio ma in medias res, salvo poi recuperare successivamente il materiale arcaico. Una strategia pensata per attirare il lettore casuale facendogli assaggiare sin da subito le opere della maturità e questo ormai abbiamo imparato ad accettarlo. Decisamente più brutto che strisce e tavole siano state pubblicate in modo del tutto non sincronico, esaurendo le prime e lasciando alle ultime il ruolo di tappabuchi diluente per la seconda metà della collana. Si è andati incontro ad alcuni effetti sgradevoli: continuity sconnessa, personaggi che esordivano in ritardo, necessità di spiegare negli editoriali i buchi narrativi. Per tacer dei paradossi più evidenti, tipo leggere l’esordio di Poldo solo al termine, o ritrovarsi di fronte a Sims/Zaboly che scimmiottano pedissequamente alcune celebri gag segariane, che il lettore potrà conoscere nella loro forma originale solo negli albi successivi. Ma anche all’interno della sezione domenicale dedicata alle tavole regna il caos: spesso venivano pubblicate nello stesso blocco, senza soluzione di continuità delle sequenze di tavole di Segar, delle sequenze di Zaboly, e a volte pure delle sequenze di Doc Winner mescolando insieme due fasi della sua produzione, quella di supplente di Segar durante la sua parentesi ospedaliera, e quella di suo effettivo successore post-mortem.

In questa curiosa mescolanza di errori, commessi in malafede (la diluizione di Segar da 30 a 60 albi) o in buona fede (il caos filologico) l’esperienza che all’inizio era stata tanto esaltante si è rivelata alla fine pesante, antieconomica e quasi svilente per il lettore e per Segar, e questo è un peccato. E’ successo un po’ quello che era accaduto a Zio Paperone due decenni fa, partito come integrale di Barks e poi trasformato in un’antologia di chicche e rarità, con la differenza che tutto questo è avvenuto in corso d’opera, quando la materia prima segariana da proporre era ancora molta. L’impressione è che questo modo di gestire un’integrale nasca da una concezione ormai arcaica, in cui qualità e rarità del materiale finiscono per confondersi, facendo perdere di vista la stessa ragion d’essere di un’iniziativa del genere. Gli stessi editoriali tradiscono il loro spirito anacronistico: quelle che cinquant’anni fa potevano essere curiosità interessanti sulla storia editoriale del personaggio, appaiono oggi ridondanti divagazioni. Non c’è alcuna reale utilità di divulgare i palinsesti televisivi italiani del tempo che fu, per mostrarci il modo in cui venivano titolati i corti di Popeye d’epoca, se non si affronta ordinatamente prima l’argomento animazione. Ed è solo un esempio di quella che si potrebbe chiamare filologia del filtro ovvero il focalizzarsi eccessivamente su come un’opera è giunta da noi, anziché analizzare l’opera stessa. Agli occhi di un fruitore del 2018 non è il personaggio Popeye (snaturato da molti autori) il filo rosso che rende interessante l’opera, ma l’arguzia del suo creatore. Annacquato Segar, rovinata la collana. E questo è un peccato.

Il mio augurio è che presto o tardi qualcuno in Italia prenda in mano questo materiale e lo riediti con un approccio molto più vicino a quello dell’originale Fantagraphics, riordinandolo e ripulendolo da molesti allungamenti di brodo. Perché il buon vecchio marinaio guercio se lo merita.
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