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Loki

Loki – annunciata la stagione 2 – MangaForever.net

Tiriamo un po’ le somme su questo terzo step della Fase 4 del MCU?


Tanto per cominciare è una serie che nasce sotto una buona stella. Loki è simpatico a tutti, l’attore è di livello, i viaggi nel tempo intrigano e il suo prendere le mosse direttamente da una scena dell’amatissimo Endgame non può che aver giovato alla sua popolarità.


Ma – cosa ancor più importante – Loki è un po’ il successore diretto di Wandavision, ovvero di quella vena creativa folle, artistica, autoriale e sicura di sé che il MCU ha dimostrato di poter sfoggiare con allegra faccia tosta, dopo i bagordi della Fase 3. Se Falcon and the Winter Soldier è riuscito a comunque a piacere, malgrado germogliasse dall’ala più tradizionalmente action del MCU, Loki non ha dovuto nemmeno fare la fatica di conquistarsela questa attenzione: era una vittoria sicura.

Loki Introduces Owen Wilson's Character in New Disney+ Clip - Flipboard


E questo è ammirevole, se si pensa che hanno praticamente speso quattro soldi. E’ una serie quasi interamente girata in interni, dentro corridoi dal look vintage e in cui il grosso è costituito da… conversazioni carismatiche. Perché alla fine non è che servisse molto altro: Game of Thrones ci ha costruito la sua fortuna sulle conversazioni carismatiche. Due persone sedute a un tavolo che discutono del potere, dell’umana condizione, dell’amore, del dolore, infilandoci dentro metafore e battute. Funziona perfettamente e ovviamente non c’è episodio di Loki che in qualche modo non includa cose del genere. Ah poi ovviamente c’è un etto e mezzo di Dr. Who. La nerd generation degli anni appena passati si era presa una bella cotta per quel personaggio, per la scrittura moffattiana, per il suo approccio semiserio alla materia trattata, e qui viene riprodotto quel feeling: Loki stesso sta a metà strada tra un’incarnazione del Dottore e una del Maestro, incontra varie versioni di sé stesso provenienti da momenti (e variazioni) diverse del tempo, mette in discussione i Time Lord… ehm Keepers, e ha pure una sigla molto simile.


Poi, sì, è l’Hiddleston Show, si vede che è una cosa cucita addosso a lui, che serve a creare una versione estesa e approfondita del percorso di redenzione che il suo corrispettivo della sacra timeline aveva vissuto in modo appena accennato. Ma non è nemmeno solo quello, dal momento che emergono anche altri personaggi di un certo carisma: Sylvie e Mobius su tutti. 

Ma vediamo la struttura. Come accaduto per Wanda, si tratta di una serie con un limitato numero di episodi, e come per Falcon questo numero – ritenuto evidentemente quello produttivamente più “comodo” – è sei.


1. Il primo episodio presenta la situazione. Loki conosce la TVA e nel giro di un’ora gigioneggia e reagisce alle novità. Non c’è modo migliore per attirare il pubblico che lasciare spazio a Hiddleston facendogli fare quello che sa fare meglio e permettendo quindi che gli spettatori sposino il suo punto di vista. Magistrale dall’inizio alla fine, e ovviamente con un tocco decisamente disneyano: come in Wandavision si decide di giocare con i generi, le forme d’arte e quindi ecco il personaggio animato di Miss Minutes e un corto didattico a tema che sembra uscito direttamente dai Tomorrowland di Ward Kimball. La Marvel a scrittura mista non l’avevo ancora vista, e devo dire che mi hanno comprato lì. Ma ancor più furbo è il mezzuccio di lasciare che Loki assista al filmino della sua vita futura: in un attimo fai un recap allo spettatore, suggerisci a quale scene dare peso, quali ricordare e per certi versi “aggiorni” questo Loki tarocco facendolo percepire a tutti gli effetti come “vero”.


2. Il secondo prosegue nella stessa vena del primo, magari un filo più cupo e dal sapore più procedurale. Si tenta di rendere il pubblico edotto sul funzionamento dei viaggi nel tempo Marvel, anche se la cosa non va in porto al 100% (rimangono svariati dubbi su come funzioni il “fusto” della sacra timeline e le rispettive ramificazioni), tuttavia l’idea delle apocalissi come luogo sicuro in cui nascondersi è… moffattiana come poche. Applausi.


3. Passo indietro col terzo. Loki e Sylvie bloccati su un pianeta si conoscono meglio. Bel lavoro sui loro due caratteri e la sottotrama amorosa sarà una delle più convincenti del MCU, ma l’impressione è quella di un episodio un po’ a sé. Pure l’uso della tecnologia Stagecraft stavolta fa meno effetto, e il sapore è quello di un episodio interlocutorio, il più “televisivo”. Ma è un’impressione di passaggio e col senno di poi anche questa parentesi sembrerà decisamente più “integrata” nel tutto.


4. Col quarto si torna in vetta, con un lavoro splendido sui personaggi, sul cast della TVA, con un insieme di situazioni dal ritmo davvero perfetto. Colpi di scena inaspettati, mentre la storia si avvia a svelare in modo apparente il suo “dunque”. La scena con i time keepers ha davvero un sapore alla Mago di Oz.


5. Il quinto è apocalittico, epico e forse il più straordinario di tutti. Le varianti Loki sono una più riuscita dell’altra, il limbo alla fine dei tempi con quella sorta di mostruoso antivirus è assolutamente suggestivo. Lo sviluppo dei personaggi è perfetto: si finisce per tenere davvero all’amore tra Loki e Sylvie, e anche all’amicizia tra Loki e Mobius. E il sacrificio finale del Loki anziano, che ricrea Asgard sulle note di Wagner rimarrà un momento di potente cinema televisivo. Ispiratissimo, davvero.


6. Ecco, il finale. Che togliamoci subito il dente: non è il finale di Loki, che avrà una seconda stagione, ma è più che altro l’inizio del discorso che la Fase 4 porterà avanti. Trovo geniale l’essersi comprati l’attenzione del pubblico grazie all’amato Loki e usare questa attenzione per svelare al mondo la meta narrativa della nuova Fase. 


Tuttavia ho sensazioni conflittuali in proposito: bellissimo il personaggio di Kang, accettabile poi che lo scopo della TVA non si discostasse più di tanto da quello che credevamo fino a questo momento. Ma ho qualche problema ad accettare “il colpo di scena” dell’esistenza di una stagione due.


Perché da un lato è geniale il lavoro di Feige: acchiappa uno spettatore che per anni è stato abituato a ragionare in termini di serie lunghe spalmate in più stagioni, lo disabitua confezionando delle miniserie da pochi episodi che si fruiscono come dei semplici film da sei ore, spingendolo a uscire dalla precedente ottica. E poi di colpo ZAC gli vendi daccapo il concetto di serialità, sorprendendolo e disattendendo ogni previsione. La gente ha reagito bene.


L’effetto collaterale negativo però è che io, spettatore che inizio a guardare in buona fede quello che mi aspetto essere un finale di serie, ad un certo punto mi accorgo che qualcosa non va, guardo la barra di avanzamento, mi allarmo, mi sento privato di quella sensazione di “closure” e prima ancora di essere avvisato del cambio di prospettiva strutturale… provo frustrazione.


Ed ecco l’unico neo, l’unica cosa negativa che mi rimane di un’esperienza altrimenti straordinaria. Ma vabbè, mi era successo anche con Galavant, che ad oggi insieme a Lost sta nel pantheon delle mie serie preferite. Malgrado questa bastardata non ti revoco la mia fiducia, dannato Feige.

Loki, nuovo poster per la serie Marvel in arrivo su Disney+ | Comics1.com