Topolino e la Lampada di Aladino

Magia a Topolinia

Con Topolino e la Lampada di Aladino, pubblicata sui giornali a cavallo tra il 1939 e il 1940, il Topo si lascia alle spalle quel passo narrativo da kolossal realistico che aveva dominato nel decennio appena trascorso per buttarsi a capofitto in una fase piuttosto differente. Sin dall’inizio si avverte che qualcosa sta cambiando: tanto per cominciare nelle prime strisce non viene fatto alcun riferimento al giallo delle macchine fotografiche o a Macchia Nera, elementi chiave dell’arco narrativo precedente. In una continuity fatta di trame concatenate in cui a volte era difficile riuscire a capire i confini tra un’avventura e l’altra, è come se Gottfredson avvertisse la necessità di ridimensionare l’illusione di un grande romanzo a puntate.

Va inoltre notato come al centro della vicenda ci sia una lampada magica, con un genio in grado di esaudire qualunque desiderio, tutti elementi di natura fantastica che fino a quel momento Gottfredson aveva evitato, preferendo risoluzioni razionali o rigorosamente scientifiche. Se pensiamo all’approccio scettico della Casa dei Fantasmi o alla precisissima scifi dell’Uomo Nuvola risulta ben strano il modo in cui Gottfredson sceglie adesso di usare l’occulto, come se fosse presente da sempre nella striscia. Inoltre è da notare come Floyd stia trovando la quadra per rappresentare il nuovo look di Topolino restituendogli quel dinamismo sbarazzino che il nuovo taglio degli occhi gli aveva tolto: il Mickey di questa storia è simpatico, mattacchione e davvero espressivo, specie se lo confrontiamo con quello di Robinson Crusoe il cui design tradiva un certo disagio da parte di Gottfredson.

Satira Geniale

Ad ispirare la storia è ancora una volta un cortometraggio, allora in produzione, Pluto’s Dream House (1940) nel quale Topolino si ritrovava in una situazione analoga, interagendo con una lampada magica parlante. Nella trasposizione illustrata del corto, realizzata come di consueto da Tom Wood e Hank Porter per la rivista Good Housekeeping, vediamo tuttavia raffigurato il presunto genio della lampada, così come probabilmente sarebbe dovuto essere anche nel cortometraggio, prima della sua rimozione. Le sue fattezze sono praticamente identiche a quelle del genio della storia di Gottfredson, il quale potrebbe aver voluto ripescare il personaggio cancellato proprio per dargli nuova vita nella striscia. La storia si dipana per quattro mesi, durante i quali vediamo in un primo tempo Topolino cercare di padroneggiare il miracolo, cercando di esprimere i desideri senza incorrere in fraintendimenti e strafalcioni. Le gag sono tutte particolarmente ispirate, e fra queste si ricorda soprattutto l’apparizione del Dio degli Inferi Plutone, che il genio scambia appunto per Pluto.

Dopo aver scaldato il motore, Gottfredson decide però di aggiungere un sottotesto satirico in grado di regalare alla vicenda una maggior coesione. Topolino sceglie di aiutare un quartiere povero di Topolinia costruendo nuove abitazioni sopra la discarica municipale, andando però incontro ad un fallimento clamoroso. I primi a reagire negativamente sono gli stessi cittadini, che respingono l’aiuto con una certa dose di scetticismo. Poi Topolino finisce addirittura in prigione per aver edificato abusivamente senza l’utilizzo di forza lavoro locale, infine sindaco e consiglio comunale si mettono di traverso, tentando di impadronirsi della struttura e costringendo Topolino a smantellarla. E’ un Gottfredson arguto, ma anche amaro e disincantato, capace di descrivere con un certo pessimismo alcuni processi sociali validi ancora oggi. Sembrano lontani i tempi in cui a Mickey bastavano due idee ben assestate per salvare un orfanotrofio.

Scorciatoie Oniriche

La trama prende una piega ancora più surreale quando Topolino decide di aiutare il paese da cui il genio proviene. Si tratta di una terra arabeggiante, in cui i geni vivono nella povertà assoluta, dato che non possono esaudire desideri senza un committente umano. Topolino quindi diventa il padrone dei geni cercando di aiutare tutti, una richiesta dopo l’altra, richiamando metaforicamente il ruolo dell’America che viene in aiuto ai paesi in via di sviluppo incapaci di cavarsela da soli. Anche qui, però, le buone intenzioni di Topolino generano il caos, e nessuno è davvero felice di vivere nel benessere e nel lusso. A questo punto, un po’ per richiamare il finale del cortometraggio originale, un po’ perché narrativamente si ritrova incastrato in un vicolo cieco, Gottfredson decide di usare per la prima volta l’espediente del sogno.

Topolino chiede al Genio di trarsi d’impaccio e lui lo addormenta, facendolo risvegliare a casa sua come se nulla fosse successo. La vicenda viene di fatto invalidata con una soluzione di comodo che potrebbe tradire un momento di scarsa ispirazione da parte dell’autore, confermata anche dal successivo ciclo dedicato al Selvaggio Giovedì. Eppure al di là di tutto, sebbene la trama giri un po’ a vuoto e l’intero arco narrativo risulti atipico, Topolino e la Lampada di Aladino è una storia in grado di regalare genuino divertimento e suscitare qualche riflessione sociale tutt’altro che banale. Questo genere di trama rimarrà però una parentesi nella poetica gottfredsoniana. La riaprirà Bill Walsh più avanti, quando prenderà le redini dell’intero impianto narrativo della striscia, spostando gli equilibri in una direzione nettamente più onirica e surreale. Ma a vivere quelle avventure sarà il Topolino del dopoguerra, un personaggio radicalmente diverso dal pazzerello di questi primi anni 40.

di Valerio Paccagnella - Laureato in lettere moderne, è da sempre un grande appassionato di arti mediatiche, con un occhio di riguardo per il fumetto e l'animazione disneyana. Per hobby scrive recensioni, disegna e sceneggia. Nel 2005 fonda “La Tana del Sollazzo”, piattaforma web per la quale darà vita a diverse iniziative, fra cui l'enciclopedico The Disney Compendium e Il Fumettazzo, curioso esperimento di critica a fumetti. Dal 2011 collabora inoltre anche con Disney: scrive articoli per Topolino e Paperinik, e realizza progetti come la Topopedia e I Love Paperopoli.

di Amedeo Badini Confalonieri - Il fumetto è sempre stato la sua grande passione, sotto forma prima di un rassicurante Topolino a cadenza settimanale, per poi inoltrarsi nel terreno filologico-collezionistico. Questo aspetto critico gli ha permesso di apprezzare altri autori, da Alan Moore a Jeff Smith, e soprattutto di affinare la curiosità verso tutta la nona arte del fumetto. Disney è il suo primo campo, ma non disdegna sortite e passeggiate in territori vicini. Scrive di fumetto e di cinema anche per il settimanale Tempi, per Lo Spazio Bianco e per il Papersera.

Scheda tecnica

  • Titolo originale: The Miracle Master
  • Anno: 1939
  • Durata:
  • Storia: ,

Credits

Nome Ruolo
Merrill De Maris Storia
Floyd Gottfredson Disegni; Storia