Il Ritorno di Mary Poppins

Ansia da Prestazione

Nel 1964 il primo Mary Poppins rappresentò il culmine del percorso artistico di Walt Disney. Il suo staff era riuscito a convogliare in una sola pellicola le molteplici anime del cinema disneyano, mettendole al servizio di quella “poetica delle piccole cose” che ne costitutiva la filosofia di base. Mary Poppins era stato in grado di penetrare l'immaginario del pubblico ben più di quanto aveva fatto l'opera cartacea da cui il film era stato tratto. Non si trattava tuttavia di un adattamento fedele, e molto materiale dai libri di Pamela Travers era rimasto tagliato fuori, motivo per cui, nei decenni successivi alla morte di Walt, l'idea di produrne un seguito adattando i volumi rimanenti tornò spesso a galla. Non se ne fece nulla per molti anni, a causa delle note difficoltà nel rapportarsi con Pamela Travers e dei continui mutamenti a cui la Company andò incontro. Inoltre, l'idea di realizzare il seguito di un'opera come Mary Poppins rimaneva un grosso tabù, anche per la difficoltà di trovare persone disposte a “sfidare” un modello tanto autorevole. Venne paradossalmente ritenuta più opportuna la realizzazione di Saving Mr. Banks (2014), resoconto romanzato della celebre controversia fra Walt e Pamela.

Nel 2018 tuttavia la Disney Company ha mutato volto, e ha creato un'immagine di sé compatibile con la sfacciataggine che una tale avventura produttiva richiede. Del resto è l'epoca della produzione sistematica dei remake live-action dei classici animati, dello sfruttamento intensivo e della trasformazione in franchise di qualsiasi proprietà intellettuale, ma soprattutto è l'epoca del nostalgia-marketing. Mettere in cantiere un seguito dell'opera più importante di Walt Disney o commissionare la realizzazione di un nuovo Re Leone con “leoni veri” non sono due atti così distanti, ma figli dello stesso modo di pensare. Tra l'input e il prodotto finito, però, c'è di mezzo un oceano di variabili, che dipendono dalla natura del materiale di partenza, dall'approccio scelto e dai valori produttivi in ballo. Nel caso di Mary Poppins, la decisione di fare un sequel nello stesso medium dell'originale e l'ansia da prestazione ad esso connessa hanno fatto in modo che venisse reclutato un team di artisti consapevoli del valore dell'opera di partenza e con una formazione adatta a sostenerne il peso.

Il regista Rob Marshall (Chicago) veniva infatti dal teatro, e per Disney aveva già diretto il quarto Pirati dei Caraibi (2011), oltre all'adattamento cinematografico di Into the Wood (2014). Proprio la squadra produttiva che aveva lavorato con Marshall a Into the Wood (Marc Platt e John DeLuca) venne reclutata interamente, e affiancata ai compositori Marc Shaiman e Scott Wittman, da anni attivi in televisione, al cinema e ovviamente a Broadway. A Emily Blunt toccò l'arduo compito di calarsi nelle vesti che furono di Julie Andrews, mentre a farle da spalla fu un altro reuccio di Broadway, il noto Lin-Manuel Miranda (Hamilton), che in Disney aveva già firmato la colonna sonora di Moana (2016). Importanti legami col passato furono le partecipazioni speciali dello stesso Van Dyke e di un'altra Disney Legend, Angela Lansbury. A completare il quadretto, una lunga sequenza in animazione tradizionale, realizzata presso il Duncan Studio da un nutrito gruppo di artisti, veterani e eredi della tradizione disneyana.

Una Replica Imperfetta

Mary Poppins Returns si svolge ventiquattro anni dopo il film originale, e racconta appunto il ritorno della bambinaia a Cherry Tree Lane. Si tratta della sua seconda missione di salvataggio a casa Banks, questa volta per risollevare dalla depressione la versione adulta di Michael, padre di tre pargoli, vedovo da un anno e con una pesante ipoteca sulla casa di famiglia. Sebbene la morte della moglie e le difficoltà dovute alla recente crisi economica offrano alla storia degli spunti non di poco conto, questi vengono sviluppati secondo schemi narrativi piuttosto convenzionali. La vera attenzione è riservata alle sequenze musicali, organizzate secondo una scaletta che ripercorre con minime variazioni la struttura del predecessore. Ogni numero, pur ereditando il ruolo di una sua controparte storica, risulta di per sé pregevole e sufficientemente originale a garantire allo spettatore un buon grado di intrattenimento.

Molto bravi anche e soprattutto gli attori, in particolare Emily Blunt, che sceglie consapevolmente di darci una versione un po' più ruvida di Mary Poppins, anziché scimmiottare in tutto e per tutto quella di Julie Andrews. L'approccio intelligente della Blunt non viene però seguito dal resto della produzione, persa nella replica pedissequa dei singoli elementi che fecero la fortuna del primo film. Certo, ci sono alcune buone intuizioni, come la sottotrama dell'ammiraglio Boom o il casting particolarmente azzeccato di Emily Mortimer nel ruolo di una Jane adulta. Ma, un po' come avvenne in occasione de Il Risveglio della Forza (2015), settimo episodio della saga di Star Wars, la paura di discostarsi dall'originale e di contrariare in qualche modo il pubblico, finisce per penalizzare il film, sottolineando con l'evidenziatore l'elemento che è impossibile da ricreare a comando: il genio.

A dispetto di una certa vulgata che ricorda Mary Poppins come un film frivolo e zuccheroso, il capolavoro di Disney era tutto il contrario: ironico, pungente, arguto, dissacrante. Mary stessa era una figura ben poco angelica, ma astuta e manipolatrice, con una punta di divertito sadismo, stemperato dalle sue buone intenzioni. Brillante oltre ogni dire, la sceneggiatura firmata da Bill Walsh faceva il resto, dando di gomito allo spettatore, ridendosela con una leggerezza addirittura iconoclasta. Questo strato di “cattiveria” è invece praticamente assente nel sequel. Presi singolarmente, i numeri musicali e le interpretazioni dei singoli attori funzionano bene, surclassando in alcuni momenti l'originale, eppure il tessuto narrativo che dovrebbe connetterli non replica assolutamente l'acume e la finezza del predecessore, risultando fin troppo semplicistico. Il cameo finale di Dick Van Dyke, nei panni questa volta di Dawes Jr. è un vero e proprio atto d'amore nei confronti del passato, ma non è sostenuto da una costruzione narrativa in grado di reggerne adeguatamente il peso.

Duncan Studio, Pasadena

Qualsiasi debolezza di natura narrativa non trova riscontro nell'aspetto visuale del film, assolutamente di prim'ordine. La ricostruzione della Londra di inizio secolo eguaglia la bellezza dei matte painting di Peter Ellenshaw che diedero tanto fascino all'originale, e risulta pienamente riuscita anche la replica dei vecchi set come Cherry Tree Lane, che vengono mostrati da angolazioni un tempo impossibili. Un discorso a parte merita la lunga sequenza animata (una ventina di minuti) che eredita il ruolo che fu della vecchia Jolly Holiday. I protagonisti si ritrovano infatti a viaggiare in un mondo di animali antropomorfi situato all'interno di un vaso di porcellana, e per l'occasione si torna a far un uso massiccio di animazione tradizionale. Sebbene la Disney Company si sia lasciata alle spalle da tempo la forma d'arte che aveva contribuito a inventare, le regole del nostalgia marketing sono chiare e impongono che si replichino in toto gli antichi sapori. Si ricorre così alla manodopera del Duncan Studio, un'unità esterna fondata dall'ex animatore disneyano Ken Duncan, in cui trovano spazio molti altri nomi illustri come James Baxter o Sandro Cleuzo.

Il risultato è assolutamente magistrale e costituisce un vero e proprio atto d'amore per l'arte dell'animazione e per la legacy disneyana. Gli animali antropomorfi che popolano la sequenza riproducono il feeling dell'originale, ma non risultano sterili cloni dello stile xerografico anni 60. Anziché replicare il tratto spigoloso del tempo che fu, si sceglie di adottare una linea tonda e più fluida, ottenendo un risultato molto diverso da quello del primo Mary Poppins. Dal lavoro del Duncan Studio traspare una ricerca stilistica, un forte desiderio di riprendere in mano e citare il lavoro dei nine old men, per svilupparlo però in una diversa direzione. L'intero segmento animato risulta inoltre decisamente più vario rispetto a quello del primo film: per due terzi della sua durata prosegue sulla falsariga del predecessore, poi rivela invece un'anima inaspettatamente dark. Inoltre, non costituisce un episodio del tutto slegato dal resto del film, ma presenta collegamenti e parallelismi con la macrotrama.

La sequenza animata di Mary Poppins Returns possiede dunque dei pregi evidenti che potrebbero porla su un gradino più alto rispetto alla sua antenata anni 60. La scena è però diventata nota anche per una polemica legata ai titoli di coda del film, che sembrerebbero aver accreditato solo parzialmente e con scarsa precisione il personale del Duncan Studio. Una controversia che tradisce un certo imbarazzo da parte di una Disney Company che per la prima volta si ritrova ad appaltare ad altri un lavoro che dovrebbe rientrare nel proprio campo d'eccellenza. Non che in passato collaborazioni del genere non siano avvenute, ne sono un esempio proprio gli ultimi due film a scrittura mista Chi Ha Incastrato Roger Rabbit? e Come D'Incanto che videro rispettivamente l'apporto degli studi di Richard Williams e James Baxter. In quelle occasioni c'era stata però una supervisione e il nutrito contributo di artisti in forza ai Walt Disney Animation Studios, struttura che questa volta non è stata in alcun modo coinvolta nell'operazione*. A far da tramite con il Duncan Studio è stato il solo Jim Capobianco, artista pixariano, supervisore della sequenza per conto della Walt Disney Pictures.

*A dispetto di questa distinzione puramente formale, il lavoro svolto esternamente dal team di Ken Duncan si pone come continuazione diretta dell'operato dei Walt Disney Animation Studios, e ci è quindi sembrato corretto accogliere Mary Poppins Returns all'interno della trattazione relativa ai lungometraggi animati a scrittura mista dello studio.

I Musical Paralleli

La colonna sonora è senza dubbio il fiore all'occhiello di Mary Poppins Returns. Gli autori sono Marc Shaiman e Scott Wittman, due artisti che prima d'ora non avevano mai dato il proprio contributo alla tradizione musicale disneyana, ma che si dimostrano perfettamente in grado di raccogliere il testimone che fu dei fratelli Sherman. A differenza del primo film, qui le canzoni sono “soltanto” nove, ma costituiscono una scaletta varia e decisamente interessante.

  • (Underneath the) Lovely London Sky - Questa romantica e trasognata sequenza musicale apre il film, anticipando persino l'ouverture dei titoli di testa. A cantarla è un ispirato Lin-Manuel Miranda nel ruolo dell'acciarino Jack, maestro di cerimonie col compito di introdurre lo spettatore nella giusta atmosfera. La scena è davvero riuscita e trasmette pace, mentre la Londra della Grande Depressione, immersa nella nebbia del primo mattino, è a dir poco affascinante. Jack si pone in tutto e per tutto come erede di Bert, e la sua canzone di conseguenza ricorda molto la gloriosa Chim Chim Cher-ee, anche nel suo venir ripresa più volte nel corso del film.
  • A Conversation - Non uno dei brani di punta del film, eppure un pezzo di rara eleganza e sensibilità. Eseguita da Ben Whishaw nei panni di Michael Banks, è il suo tenerissimo dialogo a senso unico con il ricordo della moglie defunta. Grazie alle note di un malinconico carillon, riesce in un colpo solo a rendere omaggio a The Perfect Nanny, la canzone che Michael cantava da bambino, e – per opposizione – al tema di suo padre, The Life I Lead.
  • Can You Imagine That? - Contrapposto idealmente al celebre A Spoonful of Sugar, il primo impatto di questa nuova Mary Poppins in casa Banks è assolutamente convincente. Come nel film originale, il suo tema è una marcetta, diversa dalla prima, ma così mimetica nello stile da sembrare frutto dello stesso parto creativo. Orecchiabile, leggiadra e accattivante, Can You Imagine That?, onora pienamente lo spirito irriverente della sua interprete: il testo infatti sminuisce sarcasticamente la fantasia e la creatività, col solo scopo di provocare nei bambini una reazione opposta. La sequenza è interessante anche sul piano visivo: questa volta ad essere trasformato in un gioco è il lavarsi, e la fantasia marittima che ne scaturisce ricorda alla lontana Pomi D'Ottone e Manici di Scopa (1971).
  • The Royal Doulton Music Hall - Il nuovo Jolly Holiday. Ritmo rilassato e una buona orecchiabilità per il brano che introduce la lunga e bellissima sequenza animata dallo studio di Ken Duncan. Non è la canzone qui il piatto forte, ma il comparto visivo, la linea dinamica che descrive gli animali, la colorazione brillante e il modo in cui l'intero ambiente è stato modellato, caldo e morbido nei tratti, ma senza dimenticare quella sensazione di durezza data dalla porcellana. Belli i personaggi, specialmente il lupo che fa da controparte animata del banchiere Wilkins (Colin Firth), e il design del cavallo, fortemente disneyano. Curiosamente, in una delle prime stesure si era pensato di mettere in scena la sequenza dello Chimpanzoo, proveniente dai libri della Travers, ma scartata già ai tempi del primo film.
  • A Cover Is Not The Book - Il numero di varietà del Royal Doulton Music Hall riporta al centro della scena l'abilità di Miranda e della Blunt, che pur in un contesto di animali antropomorfi non si fanno minimamente oscurare. Ad accompagnarli sono nuovamente dei pinguini animati, questa volta diversi tra loro e con un design decisamente più espressivo. La formazione teatrale di Marshall e dei talenti coinvolti qui si vede tutta, e pur rimanendo contenuto in un solo ambiente non proprio enorme, si fa un ottimo utilizzo dello spazio scenico. Il testo presenta una serie di aneddoti e vicende narrate con brio e umorismo dai due attori protagonisti, provenienti dal corpus della Travers, e invitano a non fermarsi mai all'apparenza. Di certo non una morale particolarmente innovativa, ma sempre valida e soprattutto maggiormente interconnessa con la trama generale rispetto al suo archetipo Supercalifragilisticexpialidocious.
  • The Place Where Lost Things Go - Uno dei brani più belli del film, la ninna nanna che Mary canta ai figli di Michael per aiutarli a superare il lutto per la madre e che avrà più tardi un reprise cantato proprio dai bambini. Ottimo il testo, evocative le metafore, incisiva la melodia. La canzone raccoglie il testimone sia di Stay Awake, sia di Feed the Birds. Probabilmente non raggiunge i fasti di quest'ultima, ma di sicuro supera l'altra, collocandosi già fra i migliori esempi di musica disneyana. Uno dei momenti più toccanti del film.
  • Turning Turtle - L'ingaggio di Meryl Streep nel ruolo della cugina dell'est di Mary Poppins sembra ovviamente rievocare il personaggio dello Zio Albert (Ed Wynn) e la sequenza I Love to Laugh, proseguendo così il gioco delle corrispondenze tra i due film. La Streep fa un ottimo lavoro e musicalmente parlando il brano è simpaticissimo, anche se la coreografia che lo accompagna manca un po' di respiro. Il sapore balcanico della canzone le conferisce un'identità molto precisa, e il suo ruolo di parentesi stravagante e umoristica aumenta l'effetto di trovarsi di fronte a una canzone perduta degli Sherman.
  • Trip a Little Light Fantastic - Se Step in Time era stato l'inno alla libertà intonato dagli spazzacamini, qui tocca agli acciarini condurci nella parte più tetra di Londra, tra buio e nebbia. Il sapore derivativo è innegabile, l'esecuzione ottima. La coreografia che si ha all'interno della piazzetta con i lampioni e la fontana è decisamente meno ariosa rispetto alla scatenata danza sui tetti, e manca quel senso di divertimento esagerato, tuttavia l'idea del linguaggio degli acciarini è ottima. Più tardi, quando entrerà in scena un Dick Van Dyke novantenne ma dal carisma intatto, si avrà un reprise della canzone, brevissimo ma addirittura più incisivo.
  • Nowhere to Go But Up - Dopo il lieto fine, l'epilogo gioioso si ha nella sequenza della signora dei palloncini, interpretata da una tenerissima Angela Lansbury, a sua volta “reduce” della tradizione disneyana dei musical a scrittura mista (Pomi D'Ottone e Manici di Scopa). La canzone dovrebbe rievocare Let's go Fly a Kite ma finisce per ricordare invece lo Human Again di Alan Menken e Howard Ashman, segno di come l'anima di Broadway in questi lunghi anni abbia permeato l'estetica disneyana. La scena che mostra l'intero cast ritrovare la propria leggerezza volando nel cielo con dei palloncini osa parecchio in termini di sospensione dell'incredulità, e qua e là potrebbe risultare stucchevole. A ben vedere però si mantiene piuttosto in linea con la filosofia e i valori portati dal film, e in ogni caso a controbilanciare tutto c'è l'amara constatazione che, in ogni caso, l'indomani “gli adulti dimenticheranno”.

Importante segnalare infine il contributo di Richard Sherman nel ruolo di consulente “passivo”: l'anziano compositore si è infatti limitato ad approvare il lavoro svolto dai suoi successori, senza grosse interferenze sul piano creativo. E ascoltando il risultato è facile capire perché. Tutte e nove le canzoni si mimetizzano alla perfezione nello “stile Sherman”, senza però risultare delle sterili imitazioni.

Cinema di Un Certo Tipo

Mary Poppins Returns non è stato certo un flop, tuttavia non si può dire che il film abbia raggiunto la popolarità e i risultati di altre produzioni animate o live-action che la Disney Company ha portato nei cinema di recente. E sebbene buona parte della critica abbia apprezzato l'innegabile qualità del risultato finale, non pochi si sono dimostrati scettici o molto critici nei confronti di una tale operazione. Ma era prevedibile: tentare dopo molti anni di riesumare una simile pietra miliare cercando di trasformarla in un franchise di successo è un atto di arroganza, un rischio e per certi versi persino un autogol per la propria immagine. Un conto è lavorare in ottica seriale con le proprietà Marvel, Lucasfilm, Pixar, mettere in cantiere produzioni WDAS ottimizzate per questo scopo, un altro tentare di ripetere artificialmente in laboratorio una magia nata per essere unica. Il risultato, pur pregevole, manterrà sempre una traccia di questo peccato di partenza. E, paradossalmente, più ci si avvicinerà nella forma al modello inseguito, più se ne avvertirà la distanza.

D'altra parte, un'opera come questa ha dalla sua alcuni pregi che ben poche produzioni nuove ci avrebbero mai potuto rivelare. Proprio in questa volontà di rimettere in piedi il passato c'è la cartina tornasole perfetta per saggiare se davvero ci sono in giro artisti degni di sostenerlo. E ci sono. Il grande merito indiretto di Mary Poppins Returns sta nell'esser stato in grado di rimettere in moto alcuni muscoli produttivi che sembravano atrofizzati, e tornare a confezionare un certo tipo di cinema, in voga ai tempi di Walt e oggi meno usato. Difficilmente avremmo potuto rivedere tanto presto un nuovo musical in stile Sherman, con sequenze animate in 2D, dramma, commedia, istrionici mattatori e affascinanti coreografie teatrali, se a rimettere insieme la ricetta non fosse stato proprio il pretesto di fare il sequel di Mary Poppins. Non è una vittoria a tutto tondo questa, e sarebbe meglio che questi stessi grandi talenti fossero stati messi insieme per tentare di imbastire qualcosa di completamente nuovo. Non è tuttavia poco aver ottenuto mezzo secolo dopo la morte del suo fondatore, un live action tanto in linea con la sua sensibilità artistica.

di Valerio Paccagnella - Laureato in lettere moderne, è da sempre un grande appassionato di arti mediatiche, con un occhio di riguardo per il fumetto e l'animazione disneyana. Per hobby scrive recensioni, disegna e sceneggia. Nel 2005 fonda “La Tana del Sollazzo”, piattaforma web per la quale darà vita a diverse iniziative, fra cui l'enciclopedico The Disney Compendium e Il Fumettazzo, curioso esperimento di critica a fumetti. Dal 2011 collabora inoltre anche con Disney: scrive articoli per Topolino e Paperinik, e realizza progetti come la Topopedia e I Love Paperopoli.

Scheda tecnica

  • Titolo originale: Mary Poppins Returns
  • Anno: 2018
  • Durata:
  • Produzione: John DeLuca , Ben Howarth , Jennifer Lane , Rob Marshall , Callum McDougall , Angus More Gordon , Marc Platt , Caroline Roberts , Alonzo Ruvalcaba , Michael Zimmer
  • Regia: Rob Marshall
  • Soggetto:
  • Sceneggiatura:
  • Cast: Sudha Bhuchar, Emily Blunt, Pixie Davies, Joel Dawson, Noma Dumezweni, Colin Firth, Tarik Frimpong, Kobna Holdbrook-Smith, Angela Lansbury, Lin-Manuel Miranda, Emily Mortimer, Steve Nicolson, Jim Norton, Nathanael Saleh, Meryl Streep, Jeremy Swift, Dick Van Dyke, Julie Walters, David Warner, Ben Whishaw
  • Musica: Marc Shaiman

Credits

Nome Ruolo
Dion Beebe Fotografia
Sudha Bhuchar Cast (Miss Lark)
Emily Blunt Cast (Mary Poppins)
Steve Carter Direzione Artistica; Scenografia
Pixie Davies Cast (Annabel)
Joel Dawson Cast (Georgie)
Amanda Dazely Direzione Artistica; Scenografia
John DeLuca Produttore
Noma Dumezweni Cast (Miss Penny Farthing)
Simon Elsley Direzione Artistica; Scenografia
Colin Firth Cast (Wilkins / Wolf)
Tarik Frimpong Cast (Angus)
Kobna Holdbrook-Smith Cast (Frye / Weasel)
Ben Howarth Co-Produttore
Elaine Kusmishko Direzione Artistica; Scenografia
Jennifer Lane Produttore Associato
Angela Lansbury Cast (Balloon Lady)
Patrick M. Sullivan Jr. Direzione Artistica
David Magee Sceneggiatura
Rob Marshall Produttore; Regista
Callum McDougall Produttore Esecutivo
Lin-Manuel Miranda Cast (Jack)
Angus More Gordon Co-Produttore
Niall Moroney Supervisione Artistica
Emily Mortimer Cast (Jane Banks)
John Myhre Scenografia
Steve Nicolson Cast (Park Keepe)
Jim Norton Cast (Binnacle)
Marc Platt Produttore
Caroline Roberts Produttore Associato
Alonzo Ruvalcaba Produttore Animazione
Nathanael Saleh Cast (John)
Marc Shaiman Musica
Vicki Stevenson Direzione Artistica
Meryl Streep Cast (Cousin Topsy)
Jeremy Swift Cast (Gooding / Badger)
P.L. Travers Soggetto
Dick Van Dyke Cast (Mr Dawes, Jr)
Julie Walters Cast (Ellen)
David Warner Cast (Admiral Boom)
Ben Whishaw Cast (Michael Banks)
Michael Zimmer Co-Produttore