La Saga di Paperon de' Paperoni

Oltre il Fumetto Disney

La piu lunga storia mai scritta da un unico autore disneyano - 212 tavole a quattro strisce - per un totale di dodici capitoli, un enorme cast di personaggi, decine di storie di Barks prese come riferimento, un incredibile lavoro di studio storico, filologico e fumettistico, un’opera mastodontica: questa è La Saga di Paperon de’ Paperoni, che travalica i confini produttivi del fumetto Disney e va oltre, diventando rapidamente un’opera di culto e di successo per tutto il settore dei comics.

Don Rosa ha sempre affermato di essere stato spinto dalla Egmont nella stesura della storia e che, se fosse stato per lui, avrebbe aspettato diversi anni, o forse non l’avrebbe mai realizzata. Si trattava di infrangere IL tabù fumettistico disneyano per eccellenza: quello della morte e dello scorrere del tempo, rinunciando al crudele e utile meccanismo del teatrino senza memoria, imperversante nelle storie Disney. Paperone era senz’altro il personaggio più adatto, l’unico con alle spalle un passato mitico eppure non del tutto idealizzato, duro e concreto come il ghiaccio dello Yukon.

Ed è proprio l’avaro papero a intimare alla voce narrante, ovvero l’autore, di non impicciarsi della sua vita passata nella tavola di prologo che apre la storia: non solo una gag metafumettistica, ma quasi un atto di scusa da parte dell’autore, chiamato a legittimare ironicamente la sua impresa, pur con la consapevolezza di cambiare per sempre il fumetto disneyano, spaccandone in due il fandom. La Saga di Don Rosa è infatti un’opera controversa, in grado di creare esalto ma anche scontentezza, un’operazione cui non è certamente possibile rimanere indifferenti.

1. L’Ultimo del Clan de’ Paperoni

La prima vignetta della storia è fin da subito un manifesto artistico, e imposta il leitmotiv che accompagnerà l’intero viaggio nel passato di Zio Paperone: un primo piano di un antico album di fotografie erose dagli anni, con vicino oggetti e ricordi di un tempo che fu. Probabilmente suggerita dall’editor Byron Erickson, l’immagine risulta davvero efficace, e in grado di catapultare il lettore nell’epoca in cui è ambientata la vicenda. Ognuno dei dodici capitoli che formano il progetto racconta infatti uno snodo fondamentale della vita dello Zione: alcuni episodi coprono ampie porzioni di tempo, altri si svolgono in segmenti molto brevi ma particolarmente formativi per la psicologia del protagonista.

Il primo capitolo è tra i più elaborati e ricchi di materiale. Don Rosa riesce a comporre in modo armonico elementi molto diversi: viene presentato il contesto familiare del piccolo Paperone, che vive con i genitori, lo zio e le sorelline nella Scozia della Rivoluzione Industriale. Viene fatto un ampio excursus storico sul passato della dinastia papera, incastrando elementi e appianando contraddizioni emerse dalle storie barksiane a tema, e viene mostrato lo storico momento in cui Paperone guadagna la Numero Uno lavorando come lustrascarpe. Don Rosa riesce inoltre a risolvere con una certa grazia una storica incongruenza disneyana, come la natura americana della monetina, guadagnata però tra le strade di Glasgow, creando solidi presupposti per dipanare la sua narrazione.

Si fanno notare inoltre alcuni personaggi “nuovi”, destinati a rimanere nella memoria collettiva, come il padre Fergus, che con modesti mezzi cerca di instillare passione e onestà nel suo figliolo, oppure il Duca Quaquarone, leader dei fantasmi che agitano il castello de’ Paperoni. Vero e proprio mentore per il giovane Paperone, la sequenza con Quaquarone, ambientata al castello di famiglia, sottolinea come il passato possa essere una potente fonte di ispirazione. La disavventura dell’umile lustrascarpe scozzese, “truffato” con una moneta inutilizzabile, rappresenta la prima epica scintilla che porterà Paperone a diventare quello che è. Ma soprattutto, a Don Rosa preme sottolineare come la grandezza possa scaturire dalle piccole cose, che siano un piccolo poggiapiedi in legno, o un inutile decino americano.

2. Il Signore del Mississippi

Il secondo capitolo della Saga affronta dalla prima vignetta lo scorrere del tempo, con un Paperone ora adolescente che sbarca a Louisville, Kentucky, la città natale dell’autore. Attraverso questa leggera ellissi narrativa, Rosa può procedere agevolmente con la trama, e mascherare il grande tabù disneyano dell’invecchiamento dei personaggi. La Egmont aveva imposto a Don alcune restrizioni, sconsigliandogli di superare il limite di 15 tavole ad episodio. Un vincolo molto stretto, che da un lato favorirà una certa sintesi narrativa, ma dall’altro imporrà costosi sacrifici. Non è il caso però di questo secondo episodio, il più lungo della saga, che con le sue 28 tavole supera ampiamente i limiti di foliazione, andando a coprire un arco temporale piuttosto ampio. Storia ricca, che vede l’entrata in scena dei Bassotti con la versione giovanile del loro nonno (Capitan Bassotto Cuornero), la presenza del picaresco zio Manibuche e un’ambientazione tra le più affascinanti. La vicenda si svolge infatti sul maestoso Mississippi, il fiume americano letterario per eccellenza, celebrato nei libri di Mark Twain. Da notare inoltre la presenza in qualità di spalla del nonno di Archimede Pitagorico, Cacciavite, creato da Barks per una singola apparizione e che tornerà in uno dei capitoli di appendice.

La storia ha una struttura che ricorrerà in molti episodi relativi alla prima parte della vita di Paperone: il futuro miliardario cerca il successo apprendendo un nuovo mestiere e trova un mentore pronto ad aiutarlo. L’american dream, il positivismo, l’umiltà del self made man e quei valori statunitensi che erano parte della mentalità dello stesso Walt Disney trovano qui una perfetta raffigurazione. Fa sorridere in tutto questo come il primo mentore “sul campo” (se escludiamo Fergus e Quaquarone) sia proprio Manibuche, personaggio che Barks aveva solo citato in Zio Paperone e la Regina del Cotone e che nelle mani di Rosa diventa un simpatico sbruffone, uomo di fumo, figlio della poetica americane delle tall tales.

Il Signore del Mississippi è sicuramente uno dei capitoli meno compatti della Saga, nascendo dall’esigenza di incastrare insieme riferimenti tratti da due storie di Barks molto diverse. La prima parte della storia consiste infatti in una dinamica caccia al tesoro, ricca di spettacolari quadruple; la seconda invece, dall’anima più slapstick, si svolge anni dopo e poggia interamente su un altro classico barksiano, la “storia-flashback” Zio Paperone e la Gara sul Fiume, di cui costituisce l’inedito epilogo. Una scelta decisamente inconsueta, che frammenta in parte la narrazione senza tuttavia farla risultare eccessivamente macchinosa. Il tutto viene avvalorato da un finale dolceamaro, in cui, di fronte all’implacabile avanzare della tecnologia, Scrooge dovrà tirarsi su le maniche e ripartire da capo.

3. Il Cowboy delle Terre Maledette

Dal fiume del Mississippi ai grandi pascoli del West, passaggio obbligato per un’epopea americana come la Saga. Paperone diventa cowboy e continua così il suo percorso di crescita, sotto l’occhio vigile di Murdo McKenzie, monarca del bestiame realmente esistito. Non è l’unico mentore dell’episodio ad arrivare direttamente dai libri di storia, come dimostra il misterioso T. R., che si scoprirà non essere altri che il futuro presidente Theodore Roosevelt. L’incontro sistematico con diversi vip e figure leggendarie del passato rimarrà una costante della cifra stilistica donrosiana, il quale continuerà anche nei capitoli successivi a informarsi sui loro storici itinerari per combinare il maggior numero di “crossover” con il giovane Paperone.

Si tratta sicuramente di un capitolo più rilassato e ordinario, equilibrato nella scansione degli eventi così come nella morale finale, suggerita dallo stesso Roosevelt, attingendo alle trascrizioni dei suoi effettivi monologhi d’epoca. E ovviamente non manca la componente filologica: vengono portati in scena due furfanti appartenenti al clan dei McViper, già usato un paio di volte dallo stesso Barks, e vengono addirittura citate le celebri uova quadre, creando una leggera incongruenza con le date che verrà ritoccata in successive edizioni.

Inizia qua la tradizione dei soprannomi: in questo caso si tratta di “Buck”, ma più avanti vedremo come Paperone ne utilizzerà di diversi, a seconda del luogo o del ruolo che andrà a ricoprire. Essendo un Paperone ancora adolescente, Don ce lo mostra scrivere ai suoi genitori, condividendo con loro gioie e speranze. Le sue lettere grondano malinconia, quella di un ragazzo lontano da casa, su cui pesa tutta la responsabilità di sostenere economicamente la sua famiglia, sacrificando il possibile per il loro sostentamento. C’è crudezza, c’è realtà in questo approccio, e non vi è interesse del Don nel renderlo meno duro, meno sincero. Questo aspetto viene compensato dal genuino ottimismo paperoniano, rinfrancato dal giovane Roosevelt, e dallo scatenato inseguimento nelle terre maledette, che culmina nell’ennesima magnifica, e beffarda, quadrupla donrosiana.

4. Il Re di Copper Hill

Il quarto episodio della Saga si apre come si chiudeva il secondo, ovvero sotto il segno della malinconia, del progresso e del tempo che scompagina le carte della vita. La grande prateria viene travolta dalla lottizzazione dei fili spinati, e Murdo McKenzie è costretto a mandare tutti a casa. Paperone si reinventa come minatore in proprio, vagando per il Montana alla ricerca di argento. Solo, senza un maestro, si arrangia come può, in una giungla di approfittatori e criminali. Ancora una volta Don Rosa scrive con realismo e senza filtri la durezza della crescita personale.

Decisamente interessante la scelta da parte di Don Rosa di accogliere, anche se solo in quest’occasione, il personaggio di Rockerduck nel suo universo narrativo. Usato da Barks in una singola occasione, ma trasformato in Italia in un equivalente di Cuordipietra Famedoro, Rockerduck viene una volta per tutte ridefinito e distinto dal miliardario sudafricano proprio grazie a Rosa. Caratterizzato come un giovane ereditiero viziato, John D. Rockerduck viene messo in secondo piano rispetto al padre Howard, vero e proprio riccone americano che si è fatto da solo, figura positiva e quindi ideale nuovo mentore per Paperone. L’incontro con Howard Rockerduck segna la svolta per Paperone, che può imparare l’arte dello scavo all’ombra della collina di rame più ricca al mondo, la copper hill del titolo veramente esistita, scoperta da Marcus Daly nel 1877 e nota come la Collina dell’Anaconda.

La caratterizzazione di Howard risulta particolarmente interessante: arricchitosi nella corsa all’oro del 1849 in California, è per Paperone il punto di arrivo, il modello cui tendere. Ma se il padre di Rockerduck mette in guardia sui mali della ricchezza e la forzata solitudine che da essa deriva, per Scrooge questa alienazione non sarà un disagio ma anzi un modo per affermarsi nella società. Questo lato del carattere paperoniano, già presente nel personaggio fin dalle prime storie di Barks, viene esaltato maggiormente da Don Rosa, che ne sottolineerà il retrogusto amarognolo, come avremo modo di vedere successivamente. Questo quarto capitolo si rivela quindi determinante per la formazione del protagonista: dona finalmente a Paperone una direzione precisa, mostrandoci le origini della sua attività di cercatore, e, con una certa dose di humor nero, mostra l’improvviso distacco dalla società che il potere genera. Ma Paperone torna con i piedi per terra una volta che riceve dalla famiglia un messaggio d’aiuto con la richiesta di tornare in Scozia.

5. Il Nuovo Proprietario del Castello de Paperoni

Il quinto capitolo della Saga svolge un po’ il ruolo di interludio. Paperone torna brevemente a casa per pagare le tasse del castello e riaffermare l’identità del proprio clan. Don Rosa coglie l’occasione per approfondire Fergus e i personaggi legati al nucleo familiare di Paperone, inoltre si concede una divertente parentesi “paranormale” utile a riflettere sul futuro del protagonista, che dopo questo capitolo acquisirà la consapevolezza di voler rendere ancor più specifica la sua carriera di minatore, concentrandosi sulla ricerca di filoni d’oro.

Il ritorno al castello permette a Don Rosa di mostrare in azione gli antenati di Paperone, che Barks aveva nominato di sfuggita nelle sue storie, tra cui Zio Paperone e il Segreto del Vecchio Castello, utilizzando un divertente paradiso papero come espediente per raccontare altro. Il tema principale è quello della famiglia e del passato, che responsabilizza e condiziona le nostre scelte. Attraverso questo stratagemma, Don presenta il ricco parterre degli antenati De’ Paperoni, ma anche come siano, chi più chi meno, dei falliti, dei pasticcioni, che per avidità o sbadataggine hanno determinato la fine del Clan. Una visione “positiva” del fallimento è insita nella cultura legata alla società americana, e si aggancia alla perfezione al tema del giovane self made man che si fa largo tra insuccessi ed esperienze dirette. Così il suggestivo duello conclusivo con i Whiskervilles tra le sale del castello si trasforma in una seduta psicanalitica, con un Paperone in bilico tra la perdita di fiducia in sé e il desiderio di essere degno del proprio clan.

Vi è in questo capitolo un rapporto molto umano e sincero con i genitori, così come è parecchio ironico questo gigantesco campo da golf tra le nuvole, in cui gli spiriti si sollazzano in un apparente annoiato cinismo. Don Rosa non ha paura di mostrare morti e trapassati, non teme i rapporti genitoriali diretti o le malattie (come la vista che cala sempre di più), e all’occorrenza arriva anche a “uccidere”, sia pur momentaneamente, Paperone: insomma, scrive un fumetto adulto con i personaggi Disney, senza lederne lo spirito. Il finale, poi, è all’insegna di un lucido e commovente ottimismo, con padre e figlio che ammirano l’alba sulla brughiera, fatta di arcobaleni e riflessi dorati, speranzosi segnali di un radioso futuro.

6. Il Terrore del Transvaal

Il sesto è il capitolo più breve: conta solo dodici tavole e racconta un episodio in apparenza trascurabile ma assolutamente determinante per la formazione della personalità paperoniana. Il Terrore del Transvaal rappresenta una sorta di antitesi di quanto visto finora: vediamo infatti Paperone conoscere un nuovo “maestro” durante la corsa all’oro africana. Tuttavia l’esperienza si rivelerà fortemente negativa, determinando l’apprendimento di sentimenti non proprio edificanti, come la diffidenza e la circospezione.

Don Rosa riprende in mano il personaggio di Cuordipietra Famedoro, usato da Barks in sole tre occasioni, e decide di farlo incontrare con il giovane Paperone. La rivelazione della sua identità verrà riservata unicamente al lettore e soltanto nella didascalia finale, rispettando quindi la continuity che vuole che Paperone ne rimanga all’oscuro fino al loro primo incontro effettivo. Rosa fornisce un ritratto del giovane boero assolutamente congruente col personaggio che abbiamo conosciuto: Cuordipietra Famedoro è la versione speculare di Paperone, un doppelganger, vero e proprio alter ego negativo, con le stesse sue manie e caratteristiche, volte però al male.

Don Rosa è astuto nel raccontare una lezione amara, un cazzotto nello stomaco che rende Scrooge sempre più sospettoso, incerto sul giudizio da dare su chi vive attorno a lui, siano essi nemici dichiarati, perfetti sconosciuti, oppure parenti o possibili amici. Al giro di boa della Saga, l’artista di Louisville comincia a mostrarci la lenta ma inesorabile trasformazione di un giovane idealista nel vecchio e disilluso papero visto nel Natale sul Monte Orso, spiegando come una vita di successi l’abbia inacidito, rendendolo un eremita. Qualcosa comincia a filtrare già dalle tavole centrali di questo capitolo, seppur nascosto da una vena comica: la furia di Paperone che si scaglia contro gli animali della savana è spumeggiante e molto divertente, piena di iperboli, che velano però i sentimenti negativi del papero. Il capitolo si chiude con un altro insuccesso, e con la conta dei numerosi nemici fronteggiati fin qui, prezzo inevitabile per raggiungere la ricchezza.

7. Il Leggendario Papero del Deserto d’Australia

Il settimo capitolo si apre con una forte ellissi narrativa: tra le sale del castello di famiglia, Fergus e zio Jake ripercorrono con orgoglio i successi di Paperone, citando solo di sfuggita il periodo a Pizen Bluff, piccolo paese del West protagonista di una breve storia di Barks. Solo nel 1996 Don Rosa affronterà questa breve parentesi western, con uno dei suoi capitoli extra di appendice, ma per il momento la narrazione dei canonici dodici episodi della Saga punta a creare un percorso formativo organico, senza lasciarsi andare a semplici divertissement.

Questo episodio si concentra invece sul periodo australiano, poco fruttuoso da un punto di vista economico, ma molto arricchente sotto il profilo culturale. Don, nella sua spiegazione di come Paperone sia diventato il personaggio di Barks, si concentra sulla ricerca della conoscenza, e come il passato possa essere un arricchimento sia spirituale che materiale. Lo fa attraverso la solita presenza di un maestro, stavolta un saggio anziano aborigeno, e una vicenda vivace e misteriosa, impreziosita dal sapore onirico della mitologia australiana legata all’evo dei sogni. Nella sua rielaborazione dell’arte rupestre australiana, Don fa quasi del metafumetto, con la grafica sequenziale che racconta il passato, ma soprattutto il futuro di Paperone, non solo un semplice capitalista americano, ma anche un colto europeo che sa quanto lo studio della storia sia importante, come evidenziato in altre storie di Don Rosa.

Pur raccontando in apparenza una side-story, il settimo capitolo si rivela formativo quanto i precedenti. All’elogio della cultura si accompagna anche una lezione sul rispetto per essa: interessante a questo proposito la sequenza in cui Paperone, dopo averci rimuginato, decide di lasciare l’opale degli aborigeni sul piedistallo. Poche vignette che dicono molto sui propositi onesti e nobili di Paperone e anticipano il momento più introspettivo e poetico dell’episodio successivo. Infine, la premonizione che mostra lo Yukon come nuova destinazione, inscrive la vita del papero più ricco del mondo in una sorta di destino predeterminato, un cammino già scritto nel libro dei de’ Paperoni visto nel quinto capitolo o, più semplicemente, già immaginato da Carl Barks, con il quale il fedele appassionato Don Rosa vuole ricongiungersi in un preciso e grandioso affresco.

8. L’Argonauta del Fosso dell’Agonia Bianca

Con l’ottavo capitolo arriviamo finalmente al periodo più iconico e importante della vita di Paperone, quello che Carl Barks aveva descritto con maggior cura, consegnandolo alla memoria collettiva: la corsa all’oro del Klondike e il raggiungimento della ricchezza. La turbolenta storia d’amore con Doretta Doremì, narrata da Barks tramite flashback nel suo capolavoro Back to the Klondike viene giustamente messa in secondo piano, evitando di distogliere l’attenzione del lettore dalla trama principale. Don Rosa avrà occasione di tornare sull’argomento amoroso in molte storie successive, sia tramite flashback sia con due capitoli d’appendice, ma per il momento la presenza di Doretta viene solo suggerita. Anche il primo incontro con Casey Coot, fratello di Nonna Papera, che in futuro venderà a Paperone il terreno dove costruirà il Deposito viene trattato alla stregua di un cameo. Ad occupare la scena sono altre cose, come la faticosa ricerca del filone nel fosso dell’Agonia Bianca ma soprattutto il contrasto caratteriale tra lo stoico Paperone, con la sua etica basata sul lavoro e sul sacrificio, e il microcosmo di Dawson, pieno di fannulloni, imbroglioni e feccia assortita.

Fra questi spicca senza dubbio l’usuraio Soapy Slick, il reuccio dei casinò galleggianti che Rosa recupera dalla barksiana Zio Paperone a Nord dello Yukon, arricchendone la backstory e trasformandolo in una perfetta nemesi locale per l’onesto Paperone. Il contrasto tra i due rappresenta la spina dorsale del capitolo, e l’epica risoluzione della loro diatriba entrerà istantaneamente nella storia dell’arte sequenziale. L’amore per il personaggio conduce Don Rosa a posizionare Scrooge nel pantheon delle figure mitiche americane, e proprio l’iniziale ironico incontro con Wyatt Earp ne svela l’approccio: se le tall tales hanno gonfiato personaggi mediocri rendendoli grandi eroi, per l’artista del Kentucky un papero può essere più reale e genuino di loro. La scena sul battello di Soapy è emblematica: Don gioca con il modello supereroistico, sottolineando però che, per quanto gonfiate siano le imprese, il carattere, l’etica e gli insegnamenti dell’uomo restano intatti. Inoltre, il fatto che l’ingresso nella leggenda sia determinato da uno scatto di rabbia in seguito alla notizia della morte della madre è davvero unico nel fumetto Disney, e mostra come un grande dolore possa essere incanalato in qualcosa di eroico e grandioso.

Il dramma di Paperone, accecato dalla ricerca del successo e perseguitato dalla malinconia, comincia ad apparire chiaro, e iniziamo a vedere il suo lento scivolare nel lato oscuro, quello che per l’autore è “l’azione discendente”. Don ce lo suggerisce in due momenti eccezionali: in una scena Paperone ammira il paesaggio ancora intatto dell’Agonia Bianca, per rigettarlo subito dopo, con un gesto di stizza. Ma è la tavola finale a sintetizzare il tutto, quando Paperone trova finalmente la Pepita Uovo d’Anatra: la paura che la ricchezza possa travolgergli l’animo, il timore che tutta la fatica sia stata invano, il terrore di perdere ciò che conta davvero. Tutto avviene in una manciata di vignette, il tempo di lavare via il fango dalla pepita, per poi esplodere in uno sguardo che scintilla e in una danza scatenata: il trionfo del capitalismo e il raggiungimento del traguardo. Paperone ha trovato la sua pentola d’oro in maniera onesta, in contrasto con il decadimento e la mollezza degli abitanti di Dawson, ma Don semina il dubbio nel lettore, spingendolo a chiedersi se ne sia valsa davvero la pena.

9. Il Miliardario di Colle Fosco

Il nono è il capitolo del ritorno a casa da vincitore, uno snodo decisivo nella vita e nell’evoluzione psicologica di Paperone. La lunga lettera con cui si apre la storia sintetizza in poche vignette cinque anni di vita, mettendo in ordine fatti e citando direttamente sequenze sia dal corpus barksiano sia da quello dello stesso Rosa. Viene così liquidata la vicenda di Doretta, l’estinzione del debito con Slick, il trasferimento a Whitehorse e l’inizio effettivo dell’attività imprenditoriale di Paperone. Il focus è tutto sul ritorno in Scozia e il senso di inadeguatezza che da questo momento in avanti Paperone proverà nei confronti di quel mondo antico di cui un tempo si sentiva parte, ma che adesso ha da offrirgli solo diffidenza e tradizioni antiquate.

La fredda accoglienza che gli viene riservata, come del resto gli aveva profetizzato a suo tempo Howard Rockerduck, e i suoi maldestri tentativi di integrarsi partecipando ai tradizionali giochi delle Highlands porteranno Paperone a scegliere di trasferirsi definitivamente in America con le sorelle, contribuendo così alla crescita economica della “terra delle opportunità”. Don Rosa ci mostra così tutta la differenza tra la moderna America che corre verso il futuro e la vecchia Europa, che dall’alto di un passato glorioso osserva immobile il progresso che avanza, già evidente alla fine del quarto capitolo, con la statua della libertà in costruzione. Per lo yankee Don Rosa è quasi una situazione autobiografica, in quanto figlio di un immigrato italiano che proprio in America ha trovato la sua fortuna.

Se si escludono alcune gustose chicche, come l’apparizione del giovane Piva, futuro custode del castello nella lezione barksiana, o l’acquisto della famosissima palandrana che Paperone utilizza ancora oggi, il nono capitolo è memorabile per come sceglie di affrontare il delicato tema della morte, uno dei principali tabù del fumetto disneyano. Paperone come prima cosa chiede di andare a pregare sulla tomba della madre, e lì lo vediamo, la schiena curva e con il castello degli avi sullo sfondo, mentre un dorato e malinconico tramonto illumina la brughiera scozzese. Non bastasse questo delicato cenno, l’ultima tavola sintetizza la novità dirompente e spiazzante di questo autore, entrando di diritto nella storia del fumetto Disney. Paperone e le sorelle salutano, inconsapevolmente, quelli che scopriremo essere gli spiriti dei genitori Fergus e Piumina. I due attraversano la parete sereni e soddisfatti del lavoro svolto, in compagnia del duca Quaquarone. Si parla, in maniera implicita, di Dio, mentre in chiusura si scorge il corpo del padre che riposa, ormai freddo, nel letto. L’artista del Kentucky ha scritto e disegnato una tavola incredibile, qualcosa che colpisce con un pugno il lettore e gli fa venire i brividi: con questa consapevolezza il viaggio di Paperone, e di chi lo legge, diventa ancor più arricchente, in un brillante connubio tra vita e fumetto.

10. L’Invasore di Forte Paperopoli

Ora che Paperone è diventato ricco, non ha più bisogno di maestri, e la Saga è ormai entrata nella sua fase conclusiva, quella in cui ci si riallaccia allo status quo fumettistico disneyano. Il decimo capitolo racconta l’arrivo dei De Paperoni nella Paperopoli del tempo che fu, quando da quelle parti era davvero tutta campagna. Per l’occasione Don Rosa introduce la famiglia di Nonna Papera, facendo sfilare in grande stile parenti e genitori dell’attuale cast di paperi disneyani. Davanti agli occhi del lettore vengono svelati con disinvoltura diversi retroscena storici e genealogici: tornano i Bassotti, appaiono le prime Giovani Marmotte, troviamo il giovane Fulton, padre di Archimede, e ovviamente Eider, Daphne e Nonno Papero. Viene inoltre mostrata la costruzione del Deposito sulla Collina Ammazzamotori.

Il capitolo a suo tempo fece scalpore soprattutto per essersi sobbarcato il compito di svelare una volta per tutte l’identità dei genitori di Paperino, infrangendo l’ennesimo tabù: la scena in cui i fumantini Quackmore e Ortensia dopo uno scontro verbale finiscono per innamorarsi, è entrata di diritto nella bibbia disneyana. Don Rosa qui è ancora ben lontano dagli stilemi che in futuro caratterizzeranno la sua tarda produzione e riesce a mettere in scena questi delicati passaggi con una certa spontaneità. Viene dato molto spazio alle due sorelle di Paperone: Ortensia è la principale fonte di gag e umorismo grazie al suo caratteraccio, Matilda invece è più pacata, sensibile e meno incline a esprimere i propri sentimenti. In questo quadro il fratellone comincia a dare segni di impazienza, sempre più avido e deciso a raggiungere il successo.

L’assedio a Forte Paperopoli è ricco di suggestioni, e la disparità delle forze in campo piuttosto buffa: vedere l’esercito americano scappare di fronte alla scopa di Ortensia è una gag magistrale. Ma il cuore dell’episodio resta sempre Paperone, e lo vediamo nel suo secondo incontro con Theodore Roosevelt. Il presidente, secondo Don Rosa, è il personaggio storico più vicino allo Scrooge di Barks, avendo portato avanti i valori del progressismo e del riformismo, spendendosi in prima persona. E infatti Rosa non resisterà a riutilizzare il personaggio anche in seguito, in uno dei suoi capitoli d’appendice. È interessante notare quanto sia cambiato il rapporto tra i due rispetto al terzo episodio: tanto allora Paperone era ingenuo e umile, quanto ora si è fatto arrogante e presuntuoso. Solo davanti ad una semplice salsiccia abbrustolita su di un fuoco improvvisato pare ricomporsi per tornare il Paperone di un tempo. Don Rosa con poche vignette continua a seminare il seme del dubbio, che troverà conferma, purtroppo, nel prossimo capitolo.

11. Il Cuore dell’Impero

Gli ultimi due capitoli della Saga in un certo senso rompono lo schema impostato fin qui. Lo notiamo già dalla prima vignetta, in cui scompaiono le pagine degli album fotografici, che ormai vediamo riposti in pile ordinate dalla mano di Matilda. Si è conclusa un’epoca, il passato è alle spalle, e per Paperone è solo tempo di progresso. L’undicesimo capitolo copre ben trent’anni di vita paperoniana, seguendolo in giri attorno al mondo, alla ricerca di affari e tesori mirabolanti: per Don Rosa vi è la necessità di radunare tutti i più piccoli riferimenti barksiani, quelli che non hanno trovato adeguato spazio nella precedente narrazione, ma anche la volontà di mostrare quanto imprevedibile e funambolica sia stata la vita di Paperone.

A giustificare un frame temporale così ampio viene in aiuto la fuga dalla minaccia del Gongoro, elemento introdotto nella barksiana Paperino e il Feticcio. Decisamente interessante è l’approccio filologico di compromesso con cui Rosa è riuscito a costruire i presupposti per uno dei capitoli più drammatici della Saga. La storia del Gongoro, nata in una fase arcaica dello sviluppo dello Zione, presentava dei problemi: un Paperone turpe e disonesto, decisamente poco congruente col resto. Don Rosa avrebbe voluto inizialmente ignorarla, ma poi si rese conto che la malvagità di Paperone avrebbe potuto invece costituire la chiave di volta della vicenda, giustificando la rottura con la famiglia e la sua lunghissima assenza da Paperopoli.

L’undicesimo capitolo, ben lungi dall’essere un martellante elenco di citazioni, ha quindi una struttura solidissima. Don Rosa nella scrittura di questo bildungsroman, del romanzo di formazione di Paperone, aveva bisogno di descriverne la caduta, e spiegare come fosse possibile che il ricco zio spuntasse dal nulla in occasione del freddo Natale del 1947. L’idea di fargli commettere un’azione abbietta, di precipitarlo nel lato oscuro, di fargli rinnegare secoli di onesta storia del Clan è perfetta, e viene resa con grande capacità narrativa: didascalie mai retoriche e dialoghi colmi di realismo mostrano come i rapporti umani possano rompersi, e come avidità e desiderio di rivalsa covati per tutta una vita possano far dimenticare qualsiasi cosa. Paperone è ciò che è diventato: una vita sacrificata per dimostrare al mondo intero la grandezza dell’onestà e della purezza. Enorme il traguardo, ancor più tragica è la caduta. E la Saga assume i contorni della tragedia, con Paperone eroe shakespeariano ormai spintosi troppo lontano per tornare indietro sui propri passi. Le ultime brutali pagine sintetizzano alla perfezione il concetto, e non bastano occhi colmi di tristezza per ottenere il perdono.

12. Il Papero Più Ricco del Mondo

L’ultimo capitolo di questo lungo viaggio si pone come anello di congiunzione con l’opera barksiana: dopo undici capitoli sappiamo come Paperone è diventato tale, e comprendiamo perché egli sia un personaggio dalle potenzialità infinite, dato che vive di un passato inesauribile che gli permette di affrontare un presente sconfinato. Questa sua umanità tridimensionale lo rende veramente un personaggio completo, e questo capitolo lo ribadisce. D’altronde, è lo stesso Rosa a puntare in alto e a paragonare Scrooge a Kane del meraviglioso Quarto Potere di Orson Welles, a sua volta ispirato alla vita del magnate dell’editoria Hearst: le prime tavole sono un dichiarato omaggio ad un capolavoro del cinema, di un regista che ha saputo coniugare l’eredità europea con l’innovazione americana, relazione che coinvolge sia Don Rosa che Paperone.

Strutturalmente, il dodicesimo capitolo è un azzardo. Don Rosa riesce a incastrarne l’intero svolgimento tra la penultima tavola e l’ultima del Natale sul Monte Orso. Narrativamente parlando l’ingombro si avverte, e lo stesso Rosa si troverà a dover mascherare le incongruenze grafiche e tonali con la storia originale di Barks. Eppure la scelta è coerente con l’ottica donrosiana, che ha sempre visto l’esordio di Paperone come una vera e propria storia d’origini sul rapporto tra zio e nipoti, la meta a cui tendere per tutto il viaggio. Ecco quindi che ci viene raccontato cosa avvenne nei momenti successivi a quella turbolenta notte montana: Rosa ci mostra il ricongiungimento tra Paperone e i nipoti con una quadrupla priva di sfondo ma di grande effetto, e mostra la loro prima scatenata lotta con i Bassotti. Viene infine sottolineato come la Numero Uno non sia un portafortuna, ma solo un motivo di ispirazione, un concetto certamente affine allo spirito barksiano e lontano da certe banalizzazioni viste altrove.

Nelle ultime pagine Don mostra la definitiva metamorfosi di Paperone, un miracoloso (e metafumettistico) ringiovanimento, operato grazie all’affetto della famiglia e il ritrovato rispetto per sé stesso. Di nuovo non c’è facile retorica, non c’è semplicismo ma graffiante e arguto umorismo. Lo scetticismo e la faciloneria di Paperino fanno da contraltare al forte spirito di Paperone, che rivendica il suo ruolo, forte di quello che ha saputo costruire. Proprio la semplicità di Donald serve per sottolineare ancor di più la grandezza di Paperone, il quale cessa qui di essere il “povero vecchio” di cui parlava Matilda alla fine del precedente capitolo, in un sadico rimando al titolo di un celebre capolavoro barksiano. Questi dodici capitoli, nelle intenzioni di Rosa, servono ad esaltare il vecchio papero e dimostrare la sua statura: non una macchietta, ma un uomo con un passato, colpe, meriti e rimpianti. L’ultima tavola sintetizza di nuovo il concetto, con un nostalgico Paperone felice, circondato non dal freddo denaro, ma da un mare di caldi ricordi, memorie di una vita ancora tutta da scrivere.

L’Eredità della Saga

La Saga di Paperon de Paperoni è un capolavoro assoluto del fumetto disneyano e un punto di riferimento per l’arte sequenziale in generale. Don Rosa nel metterla insieme compie un lavoro certosino di taglia e cuci rimodulando il canone barksiano, ma non si limita ad una sterile elencazione di fatti e citazioni: punta invece a creare contenuti di rilievo in grado di rimanere impressi per sempre. Epica, sentimentale e ispirata come poche altre produzioni a fumetti Disney, spicca anche all’interno dello stesso corpus donrosiano per la sua eccezionale freschezza e spontaneità. Non sempre l’autore riuscirà in futuro a stare in equilibrio tra esigenze filologiche e narrative, arrivando nella sua fase produttiva più avanzata ad appesantire la sua cifra stilistica. Molte storie “al presente” di Don Rosa soffriranno la sua precisione maniacale (grafica e narrativa) o la sempre più complessa impalcatura di sfondo, e lo stesso accadrà anche con i famosi capitoli extra che l’autore aggiungerà strada facendo.

Ma i dodici capitoli in questione diedero a Don Rosa l’opportunità di affrontare per la prima volta il passato del suo universo papero, con uno slancio mai visto prima, un tratto più dinamico e soprattutto attraverso una narrazione in presa diretta. Nessuna ridondanza, nessun arzigogolo, nessun ingombrante retroscena da far esporre in modo innaturale al nipotino di turno: nella Saga di Don Rosa gli eventi si dipanano in tempo reale in tutta la loro dirompente epicità, investendo il lettore senza alcun filtro farraginoso. L’altissima qualità del risultato finale permise alla Saga e al suo autore di essere salutata come un vero e proprio evento internazionale. In un decennio in cui diversi reparti della Disney Company tentarono svariate operazioni di rilancio degli standard character, la Saga si distinse per il suo approccio inedito e maturo.

Come tutte le rivoluzioni, purtroppo, la visione donrosiana trovò numerosi oppositori: il fandom disneyano si spaccò letteralmente in due, e numerosi autori osteggiarono e rifiutarono l’opera di Rosa, complici anche le idee sempre più radicali che l’autore di volta in volta esprimeva nelle interviste. Altri ne apprezzarono il lavoro, allineandosi alla sua versione dei fatti in modo blando, ma senza condividerne in toto lo spirito. L’approccio filologico, realistico e un po’ underground di Rosa negava buona parte dei principi disneyani e non era dunque del tutto compatibile con il metodo di lavoro degli altri reparti. Eppure, malgrado tutte le perplessità, l’opera infine attecchì e viene ad oggi da molti considerata il canone base cui guardare quando si tratta di raccontare il passato di questi personaggi. Il motivo di un tale trionfo è da ricercarsi nelle qualità intrinseche del progetto, ma anche nell’inconsapevole capacità dell’autore di anticipare i gusti del pubblico. Sebbene Don Rosa non abbia fatto altro che scrivere principalmente per sé stesso, è innegabile che il suo sentire fosse in un certo allineato a quello di molti. Da parte dei lettori c’era da tempo il desiderio di veder portata la narrazione disneyana ad uno step successivo, ripulendola da tabù e stilemi, e rendendola un universo solido in cui poter credere. La generazione cui la Saga di Don Rosa “venne in aiuto” rimase così a bordo della macchina disneyana, alimentandola per molti anni ancora.

di Amedeo Badini Confalonieri - Il fumetto è sempre stato una grande passione, sotto forma prima di un rassicurante Topolino a cadenza settimanale, per poi inoltrarsi nel terreno filologico-collezionistico. Questo aspetto critico ha permesso di apprezzare altri autori, da Alan Moore a Jeff Smith, e soprattutto di affinare la curiosità verso tutta la nona arte del fumetto. Disney è il primo campo, ma non disdegna sortite e passeggiate in territori vicini. Scrive di fumetto anche per il settimanale Tempi, per Lo Spazio Bianco e soprattutto per il Papersera.

di Valerio Paccagnella - Laureato in lettere moderne, è da sempre un grande appassionato di arti mediatiche, con un occhio di riguardo per il fumetto e l'animazione disneyana. Per hobby scrive recensioni, disegna e sceneggia. Nel 2005 fonda “La Tana del Sollazzo”, piattaforma web per la quale darà vita a diverse iniziative, fra cui l'enciclopedico The Disney Compendium e Il Fumettazzo, curioso esperimento di critica a fumetti. Dal 2011 collabora inoltre anche con Disney: scrive articoli per Topolino e Paperinik, e realizza progetti come la Topopedia e I Love Paperopoli.

Scheda tecnica

  • Titolo originale: The Life and Times of Scrooge McDuck - 12 capitoli
  • Anno: 1992
  • Durata:
  • Storia:

Credits

Nome Ruolo
Don Rosa Disegni; Storia