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Disney: un viaggio nel mondo della fiaba

E' lo studio d'animazione più antico ma anche il più vitale. Tutto comincia da qui, e continua ancora oggi portando l'arte dell'animazione verso nuove frontiere. La mancanza di un nome riconoscibile ha portato per anni il grande pubblico a confonderne le opere con quelle delle altre filiali Disney, ma adesso tutto è cambiato. Benvenuti nel Canone Disney.

Disney: un viaggio nel mondo della fiaba

Messaggioda hector » mercoledì 03 ottobre 2007, 17:15

Introduzione

I primi anni di vita di Walt Disney non furono dei più felici; il rapporto con i genitori era spesso turbolento. Ebbe un’infanzia povera durante la quale il suo unico conforto erano le favole classiche della vecchia Europa. E fu proprio a queste fiabe, molte della quali cupe e pessimistiche, che scelse di ispirarsi quando divenne animatore negli anni venti. Durante la sua carriera avrebbe continuato a combinare questi racconti con quella arte del ventesimo secolo, della quale fu in gran parte pioniere, il film d’animazione. Alle fiabe tornò più volte, sia nei suoi primi cortometraggi, sia, in seguito, in classici come Cenerentola, La bella addormentata e Biancaneve. Trenta anni dopo la sua ultima fiaba, gli studi che portano il suo nome sono tornati a quella tradizione. E’ da poco uscito nelle sale “La bella e la bestia”, versione animata dell’omonima fiaba.
Nel percorso di stasera, con sequenza inedite dagli archivi della Disney, tracceremo una mappa delle relazioni tra l’animazione di Disney e la sua visione tutta americana della fiaba.

Walt Disney (“Da Esopo ad Hans Christian Andersen”, 1955):
Sin dagli albori dell’umanità le fiabe non rappresentavano solo una forma di intrattenimento, ma un insieme di saggezza, di umorismo e di conoscenze e come ogni vera arte continuerà a vivere nei secoli.

Walt Disney
I nomi dei nani rispecchiano la loro personalità. Questo, dall’aspetto saccente è Dotto, auto-designatosi leader del gruppo. E questo è Mammolo, segretamente innamorato di Biancaneve.



L’edificio Team Disney, che sovrasta gli attuali studi della Disney a Los Angeles, è un testamento della forza e della longevità della versione delle favole fornita da Disney, versioni ormai adottate da cinque generazioni di bambini. Disney mantenne sempre l’animo di un ragazzo, gli piaceva raccontare fiabe ed esercitava un enorme fascino su chi ascoltava. Raccontare fiabe era una cosa che gli veniva naturale.
Il piccolo Walt leggeva moltissime fiabe e tantissime ne ascoltava. Questo esercitò su di lui una profonda influenza e Walt divenne presto consapevole di avere a disposizione una fonte di stoie inesauribile.
Walt rendeva in termini cinematografici quelli che erano i desideri dell’uomo della strada, le aspettative della gente comune. Le sue idee andavano a toccare le corde giuste della maggior parte del pubblico, un risultato che si mantiene immutato da allora.


Disney: un viaggio nel mondo della fiaba

I primissimi film di Disney furono realizzati negli anni venti in un piccolo studio a Kansas City. Essi ci mostrano un giovane animatore intento ad imparare il mestiere e a sperimentare un nuova forma d’arte. Fu durante questo periodo che Disney iniziò a lavorare alla sua prima serie: sei cortometraggi basati su altrettante fiabe della sua infanzia. I Ris-O-Grammi, come li chiamava, sono rimasti sconosciuti per molti anni.

Ollie Johnston
La fiaba era il genere ideale per Disney, non lo faceva sentire vincolato in alcun modo. A lui non interessava prendere la fiaba di qualcuno e seguirla alla lettera, perché altrimenti la gente avrebbe trovato quello che si aspettava. Attraverso le fiabe poteva giocare con la sua immaginazione


John Canemaker
“Il gatto con gli stivali” è un film molto interessante perché è fatto da una persona molto giovane:
credo che avesse allora venti o ventuno anni. Rappresenta già una certa sicurezza sul piano della regia. E’ molto simile ai film che si producevano a New York in quel periodo: c’è una grande sicurezza, c’è molto gusto, ci sono un sacco di buone gag e c’è uno sforzo concreto per valorizzare la forma. I personaggi si rincorrono lungo un percorso a forma di otto: il re insegue il ragazzo. Si tratta di una animazione in prospettiva piuttosto difficile da realizzare e viene ripetuta molte volte perché sia notata dallo spettatore. Ce ne sono un sacco di queste cose stupende.


Charles Solomon
E’ difficile giudicare i Ris-O-Grammi, perché non ne sono rimasti molti. Ciò che li rende interessanti è che contengono un’animazione fatta da Disney in persona, perché in pratica erano fatti da Walt e da Ub Iwerks, all’inizio. Poi gradualmente lui fu in grado di assumere un altro artista o due e da soli avevano imparato ad animare una storia presa da un libro sia sperimentando, sia guardando altri film muti. Sono ovviamente persone che stanno sperimentando, imparando come usare il mezzo e come presentare la storia, ma non sono ancora del tutto sicuri sul metodo da seguire perché non l’hanno mai fatto prima.
Questi film erano in realtà piuttosto caotici, ma avendo alla base una favola come soggetto, si poteva essere sicuri che il pubblico sarebbe stato più o meno consapevole dello svolgimento della storia e avrebbe potuto seguire tutte quelle trovate con cui gli animatori avessero riempito il film. Perciò la favola era un’ottima fonte di materiale per lui.



John Canemaker
Era un uomo che aveva delle regole precise e le favole gli offrivano una struttura precisa. Bene e male sono nettamente distinti; questa distinzione, questa separazione, per così dire, tra bianco e nero, l’ha mantenuta per tutta la sua carriera.
Sin dagli esordi Walt aveva sempre desiderato fare qualcosa da “Alice nel paese delle meraviglie”. Un giorno mandò un provino a Margareth Winkler, produttrice del gatto Felix e di Max Fleischer, e ottenne un contratto. Si trattava di “Alice nella terra dei cartoni animati”, che era l’esatto contrario di quello che stavano facendo i fratelli Flesicher: là un personaggio dei cartoni animati usciva nel mondo reale, mentre qui era una bambina vera che entrava nel mondo animato. Disney era uno sperimentatore instancabile e quando scopriva qualcosa voleva portarla al massimo, come dicevano negli studi, o abbellirla o andare oltre.


Nel 1923 Disney si trasferì a Los Angeles, dove avrebbe dato vita ad uno dei più grandi studi di animazione del mondo. Fu qui che creò un’altra serie innovativa, le Silly Symphonies, basate per lo più su delle favole, e continuò i suoi esperimenti pionieristici sull’animazione, compresi quelli relativi all’uso del colore. Tutti i colori usati nei cartoni di Disney venivano realizzati nel laboratorio di pittura. Era infatti piuttosto improbabile che esistesse un negozio di vernici in grado di fornire duemila colori, ciascuno in cinque tonalità. Faceva parte del lavoro quotidiano di queste ragazze.


C’erano già stati in precedenza esperimenti di film a colori, durante gli anni venti, ma nessuno di questi aveva avuto grossi successi. Disney puntava a migliorare continuamente il prodotto di animazione e quando seppe del Technicolor, stipulò con la relativa società un accordo che gli garantiva l’uso esclusivo di quel sistema nell’animazione per due anni.



Charles Solomon
Una volta avuto il colore e acquisita la capacità di usarlo nei loro film, poterono cominciare a sperimentare altri stili artistici. Poterono iniziare a fare cose con colori e disegni che si richiamavano alla tradizione dei grandi illustratori di fiabe europei con quella attenzione al particolare di artisti come Rackham, Dulac, e Nielsen, che noi consideriamo i grandi illustratori del diciannovesimo secolo.

Walt era cresciuto con libri di fiabe come questi, come gran parte del suo pubblico, e voleva conservare un’immagine che quel pubblico avrebbe riconosciuto come quella giusta per una fiaba.


Charles Solomon
Una delle ragioni per cui le Silly Symphonies sono basate su racconti di fiabe è che ancora una volta si tratta di storie molto note: gran parte del materiale per l’animazione viene dal teatro popolare, dal vaudeville, dalla pantomima, dagli spettacoli per bambini e dai fumetti, tutti generi che si erano continuamente rifatti alle fiabe e che chiaramente andavano ad alimentare quel filone. Era poi una storia molto nota che poteva essere presa, abbellita e sviluppata.

Ollie Johnston
Le favole erano l’ideale per Walt; i racconti di fiabe non erano dettagliati al punto che la gente avrebbe saputo dire con esattezza che cosa avrebbe visto al cinema. Era un pubblico aperto alle novità e Walt avrebbe dato a ciascun personaggio della storia una sua personalità e avrebbe messo in relazione le varie personalità in maniera teatrale e ne avrebbe sviluppate di nuove se ne avesse avuto bisogno

Chuck Jones
Non c’è dubbio che fiabe e racconti fantastici fossero molto congeniale a Disney. L’unica conclusione che ne possiamo trarre è che si trattava di storie molto buone, molto ben costruite e anche credibili, e in verità in alcuni dei suoi soggetti di quel periodo c’è una grande fedeltà alla storia originale, ad esempio “Il brutto anatroccolo”. Fece un magnifico lavoro con “Il brutto anatroccolo”; credo sia una dei più bei cortometraggi che abbia mai fatto. Io mi lascio facilmente commuovere da quel genere di cose, ma non dalle false emozioni e quello è un film meravigliosamente toccante.

“Il brutto anatroccolo” rappresentò uno dei primi tentativi di Disney di sviluppare un sentimento autentico in un personaggio animato e per la prima volta gli animatori cominciarono a capire che potevano davvero dare un senso del tragico ad un semplice tratto di matita.

Ward Kimball
Emblematico di tutte le piccole sperimentazioni che stavamo facendo era l’arrivo negli studi di Disney di un sacco di gente nuova appena uscita dalle scuole d’arte, ansiosa di apprendere l’arte dell’animazione. Eravamo giovani e pensavamo tutti a nuovi modi di presentare vecchi problemi. Un sacco di cose si sono sviluppate in quella atmosfera.

Spesso Disney era attratto dalle favole non solo per il soggetto, ma per via delle sfide che potevano rappresentare per i suoi animatori. In questo caso la sfida era la velocità dell’animazione. Quando videro “La lepre e la tartaruga” gli altri animatori rimasero tutti stupefatti, perché non avevano mai visto un personaggio dare l’impressione di muoversi così velocemente.


Chuck Jones
Per spiegare con un’immagine l’impatto che ebbero su di noi le Silly Symphonies basti pensare che noi ci sentivamo nei loro confronti come una utilitaria davanti ad una Rolls Royce. Non pensammo mai di poterci mettere in competizione.

John Canemaker
I film si fanno via via più realistici: all’inizio c’è una certa componente magica nell’animazione, e tutto tende a questa componente, ma via via che gli effetti della Depressione si fanno sentire, questa qualità sembra essere rimpiazzata dalla morale, dalle regole, da “ciò che devi fare per andare avanti nella vita” e questo dipende probabilmente dal periodo in cui i film furono realizzati”.

Charles Solomon
Disney credeva profondamente in quelli che noi consideriamo i valori tradizionali americani: il lavoro, il buon senso comune, e così via. E sicuramente quei messaggi venivano trasmessi dai suoi film; per esempio ne “I tre porcellini”, è Gimmi il porcellino che lavora, quello che ha il buon senso di costruire la casa di mattoni e può così salvare i suoi fratellini ed aiutarli a difendersi dal lupo.


John Canemaker
Questo film divenne forse il cartone animato più popolare di quel periodo, perché era, come dire, una metafora della miseria che incombeva durante il periodo della Depressione. In effetti la canzone “Chi ha paura del lupo cattivo?” divenne una specie di motto che dava speranza alla gente esattamente come fanno le favole.

Leonard Maltin
Svariati animatori e produttori cercarono di emulare Disney, ma senza successo. Gli unici che riuscirono, furono quelli che trovarono un modo personale di esprimersi e una propria strada e quando ci riuscivano, una delle cose che più li divertiva era prendere in giro Disney.

Ollie Johnston
I cortometraggi non incassavano abbastanza per il rientrare delle spese, eccetto “I tre porcellini” e forse uno o due altri. Non riuscivano a procurare abbastanza soldi per permettere a Walt di condurre gli studi come avrebbe voluto. Così ala fine arrivò alla decisione che per risolvere la situazione bisognava realizzare un lungometraggio. Per lui e per suo fratello Roy era l’unica strada, ma io dico che se i cortometraggi avessero incassato quanto “I tre porcellini”, avrebbe potuto fare un film di Biancaneve da quindici minuti o anche mezz’ora.

Lo studio non si etichettò mai come un luogo dove venivano realizzate solo fiabe per bambini. Disney non era poi così sdolcinato; tra le tante lettere che riceveva, erano molte quelle di gente che riteneva che egli stesse spaventando troppo il pubblico. Guardando i suoi film, anche a distanza di cinquanta anni dalla loro prima uscita si provano ancora quelle stesse emozioni che provava il pubblico degli anni trenta.

Ollie Johnston
“Biancaneve” fu per me il vero inizio di quella grande forma d’arte di questo secolo che fu il film d’animazione così come lo realizzò Walt.

Roy E. Disney
La cosa più importante che Walt continuava a ripetere era che non si trattava di un cartone animato, che non erano gli otto minuti proiettati in sala prima del Cinegiornale. Questo era un film e doveva avere dei personaggi veri, nei quali tu potevi credere.

Da bambino Disney aveva visto un film muto della Biancaneve dei fratelli Grimm. Più tardi comprese quale potenziale questa offrisse ai suoi animatori. Il processo di animazione inizia con dei disegni a matita che vengono più tardi selezionati e colorati. Gli studi lavorarono sul film per oltre quattro anni durante i quali dovettero vincere la sfida di portare sullo schermo una Biancaneve che fosse come vera.

Charles Solomon
Per quel film voleva un personaggio che fosse più realistico di quelli sperimentati nell’animazione fino ad allora, qualcosa che nessun artista sapeva se era in grado di fare o no. Perciò prima di lanciar loro la sfida, li fece confrontare con altre eroine: la ragazza Pandizucchero, la dea Persefone, una bambolina cieca, per capire se riuscivano a farlo. E se si guarda attentamente, si può già scorgere in quei personaggi un abbozzo di Biancaneve.


La protagonista di questa favola [“La dea della primavera”] è ovviamente una ragazza e Walt voleva vedere se i suoi animatori erano in grado di disegnare una ragazza. Fu la graziosa sorella di un animatore a posare per loro, ma doveva essere evidentemente un po’ timida, perché il personaggio venne fuori piuttosto impacciato. Ma Walt sapeva che quello era un passaggio indispensabile; senza un personaggio nel quale il pubblico potesse credere il film non sarebbe riuscito.
Si dovettero fare delle riprese dal vivo per dare agli animatori un’idea dei movimenti complessi perché potessero avere un punto di riferimento e di studio precisi sulla gestualità, sul movimento dei piedi, su quello delle mani, sul coordinamento dei movimenti tra loro.
Nella versione tradizionale dei fratelli Grimm i nanetti sono sette figure generiche senza alcuna differenziazione tra loro. Disney sapeva che solo facendo di ciascuno di loro un vero e proprio personaggio avrebbe potuto inserirli nella storia.

Charles Solomon
Con i nani hai sei personaggi dall’aspetto identico, più Cucciolo; per riconoscerli devi vederli in movimento, perché sono molto simili nel disegno e guardando semplicemente un fotogramma o un bozzetto non puoi essere del tutto certo se si tratti di Gongolo, di Eolo o di Pisolo, a meno che non stiano facendo qualcosa di caratteristico. Ma quando li vedi in movimento sai esattamente di che nano si tratti e questo è qualcosa che sicuramente nessun altro studio avrebbe saputo fare a quei tempi.

Per Walt Disney, lavorare ad un film di novanta minuti come Biancaneve, dopo aver fatto esclusivamente un cortometraggio da sei o sette minuti, fu un’impresa colossale.

Ward Kimball
Walt e i suoi collaboratori visionavano quasi quotidianamente i film a cui venivano aggiunte nuove sequenze disegnate solo a matita. Attraverso queste proiezioni Walt cominciava a capire quali fossero le scene non necessarie al film. MI dispiacque molto dover eliminare la sequenza della minestra sulla quale avevo passato otto mesi di lavoro estenuante con quei nani alle prese con la zuppa che facevano tutte quelle gag e Biancaneve che ammoniva. Tutto questo non sarebbe mai apparso nel film. Anche se allora ci rimasi malissimo, dovetti dargli ragione: Walt aveva un sesto senso per quello che funzionava e quello che non funzionava come ogni grande autore.

Charles Solomon
La storia originale ha un finale molto poco piacevole: in questa la regina cattiva si presenta alle nozze di Biancaneve con il principe e qui viene costretta a calzare un paio di pantofole di ferro rovente e a danzare fino alla morte. Disney capì che questo non avrebbe funzionato, specie con i bambini, e si limitò a tagliarlo.

Ward Kimball
Il pubblico sa già come andrà a finire la storia, ma vuole sapere come Walt Disney la farà finire e Walt ovviamente ha sempre scelto il lieto fine.

Charles Solomon
C’era la Depressione e nessuno voleva andare al cinema e pagare venticinque cents, o quello che era, per deprimersi ancora di più.
Durante gli anni trenta erano tutti affascinati da Disney:si scriveva di lui, gente come […] e Herbert G. Wells veniva agli studi, venne anche Frank LLoyd Reiter. Tutti quanti volevano vedere ciò che faceva. Disney era un personaggio importante e che destava interesse. Dopo la Guerra questo interesse incominciò a scemare e Walt incominciò a chiedersi se non avesse perso il suo tocco e il suo fascino nei confronti del pubblico, e alla fine arrivò alla conclusione che doveva fare un film e rischiare tutto.


Ollie Johnston
Così alla fine decise che l’unico modo, come mi disse una volta, di togliersi dai piedi azionisti, banche, sindacati, era realizzare un’altra fiaba di successo. Scelse Cenerentola, e per essere sicuro dall’inizio di avere una storia che funzionasse, fece riprendere ogni scena dal vero. Era un grosso limite, perché ti sentivi come inchiodato al pavimento in un certo senso, potevi fare dei piccoli cambiamenti, ma non molti, dovevi attenerti all’azione dal vivo che avevamo ripreso.

Leonard Maltin
“Cenerentola” è uno dei film di Disney più sottovalutati; esso racconta una storia popolare e lo fa in uno stile di animazione che a quei tempi era anch’esso diventato popolare, e credo che fosse visto un po’ come scontato.
La carriera di Walt Disney sembra un classico esempio di situazione senza via di uscita. Quando lui ripeteva cose che aveva già fatto, veniva accusato di copiare se stesso e quando faceva qualcosa di nuovo, di innovativo, veniva accusato di presentare cose che la gente non voleva vedere e gli si rimproverava di non essersi attenuto a quanto aveva già sperimentato”.


C’era un certo eccesso nel modo in cui ‘La bella Addormentata’ fu presentata; era il cartone animato più costoso che si fosse mai realizzato fino ad allora; era molto ambizioso sia dal punto di vista della musica che dell’immagine, c’era lo schermo panoramico, il suono stereofonico e in mezzo il nome di Tchaikovsky. Ricordano i collaboratori che ciò che Dinsey voleva realizzare con la Bella Addormentata, era un manoscritto miniato in movimento. ‘Non correre’, era solito dire agli animatori, “voglio che sia una cosa meravigliosa”. I disegni furono realizzati per lo più da un artista di nome Eyvind Earle.

Eyvind Earle, Una avventura nell’arte (1958)
Quando si cerca uno stile per un film di animazione, è necessario fare numerose considerazioni. Per esempio esso non deve essere soltanto piacevole all’occhio; la scena deve armonizzarsi con i personaggi animati, così come con l’atmosfera della storia e con la musica. “La bella addormentata” è una fiaba che si suppone si svolga in un’epoca molto lontana, perciò facemmo un grosso lavoro di ricerca nella pittura e nell’architettura medioevali prima di arrivare allo stile giusto per questo film.

Earle si documentò su svariate fonti del quindicesimo secolo, dai dipinti di Van Eyck, all’”Unicorno”,ai preziosi arazzi che aveva visto nel Cloisters Museum di New York, a certi manoscritti medioevali, in particolare Les Tres Riches Heures di Jean Duc de Berry.
Alcune sequenze del film riportano immediatamente alle miniature di quei manoscritti, in particolare la splendida processione d’apertura sembra un arazzo medioevale che abbia preso vita: i cavalieri in sella e i loro destrieri, le dame nelle loro ricche vesti, armigeri e stendardi che garriscono al vento.

Roy E. Disney
A “La Bella Addormentata” ho sempre rimproverato una sorta di inadeguatezza che secondo me riguarda l’immagine. E’ splendido, è tutto assolutamente bellissimo ma c’è anche uno sorta di freddezza realistica e io credo che quando si raccontano delle fiabe bisogna stare attenti a non lasciare che la realtà si intrometta troppo. Il disegno di tutti quei tronchi d’albero che vanno su e giù, la minuzia dei particolari delle cortecce, le foglie, che erano veri lavori geometrici… ecco se si guarda tutto questo è un conto, ma se in uno scenario del genere si mette un personaggio molto delicato, simpatico, ti rendi conto che non è in armonia con quel tipo di rappresentazione artistica.

Ollie Johnston
Non credo che abbia il calore di “Biancaneve” o di “Cenerentola”. Nel periodo in cui stavamo lavorando a “la Bella Addormentata”, Walt era molto preso da altre cose; dovevamo quasi supplicarlo perché venisse a parlarci del film.

Charles Solomon
In quel periodo Walt era molto preso da Disneyland, e dal suo show televisivo, er preso dalle interviste, dai documentari sulla natura e aveva perso molto del suo interesse nel’animazione. Credo che per molti versi considerasse i film che stava facendo come delle ripetizioni di ciò che aveva già fatto prima; poteva ancora migliorarli stilisticamente, nel senso di dare al pubblico una bellezza dell’immagine, come non si era mai vista prima sullo schermo e che in realtà il pubblico non aveva mai visto prima di allora. Ma egli non fu presente alle riunioni così come aveva fatto in precedenza e non seguì il film con la cura necessaria.

Nonostante la spettacolarità dell’animazione, “La Bella Addormentata nel bosco” costata oltre sei milioni di dollari, costituì uno dei più grossi fiaschi di Disney al punto che la società arrivò sull’orlo della bancarotta. Qualcuno avanzò il dubbio che le favole non fossero più adatte al pubblico delgli anni sessanta, come lo erano state ai tempi di “Biancaneve” e “Cenerentola”.

Ollie Johnston
Gli anni sessanta furono un brutto periodo per tutti. Un sacco di gente giovane aveva preso le distanze dai film di Disney in quegli anni; la nuova generazione voleva fare esperienza proibite come fumare la marijuana e queste cose qua. Non credo che quei giovani fossero molto interessati ai cartoni animati.

Furono tantissime le fiabe che Disney avrebbe voluto realizzare e che non realizzò mai. C’è una profusione di materiale nell’archivio di Disney, o come preferiscono definirlo, nella biblioteca delle ricerche sull’animazione, che non mai visto la luce.
Ci sono migliaia e migliaia di disegni, e quelli di Disney erano gli unici studi che potevano permettersi di investire tanto in un film e poi non realizzarlo perché si decideva che non era abbastanza bello o non funzionava.

Charles Solomon
La fiaba a cartoni animati che andò più avanti nella lavorazione ma che non venne mai realizzata fu “Il gallo Ricky”. Avrebbe dovuto seguire “La carica dei 101” e Marc Davis, Ken Anderson e Mel Shaw disegnarono migliaia e un altro paio di artisti disegnarono migliaia di splendide tavole.
Davis ha detto che secondo lui il suo lavoro per “Il gallo Ricky” fu tra i migliori che avesse mai fatto per Disney. Alcuni dei disegni che Marc fece dei personaggi sembrano implorare di prendere vita tanto è il movimento e la vitalità che possiedono. E da quel che ne so non fu realizzato per motivi finanziari.


Marc Davis
Lo staff amministrativo dello studio andò da Walt e disse che questi prodotti costavano troppo e richiedevano troppo tempo e che quindi doveva sospendere la realizzazione di film animati. Credo che Walt ci abbia riflettuto sopra. Ad ogni modo improvvisamente noi fummo convocati per un meeting su “Il gallo Ricky” e una voce dal fondo della sala disse “Non riuscirete mai a dare una personalità a un pollo”. Fu come un segnale e tutti ce ne andammo.


Il fatto di aver interrotto in modo così improvviso e brusco “Il gallo Ricky” dopo che si era dimostrato piuttosto promettente, insieme al fatto di non riuscire a trovare una fiaba adeguata, fece scemare l’interesse per i racconti di fiabe.
Col passare degli anni la società cambiò amministrazione. Per ridare vita alla divisione dell’animazione che stava languendo, si decise dopo un intervallo di 30 anni, di tornare alla forma della fiaba. La versione di Disney de “La Sirenetta”, come era prevedibile, fu più sentimentale e positiva di quella originale e triste di Andersen.

Charles Solomon
Negli anni trenta avevano già provato a realizzare “La Sirenetta”, ma rimanendo sostanzialmente fedeli alla storia originale di Hans Christian Andersen, che è un racconto molto triste.

Michael Eisner
Io non cambierei il finale di un classico, non cambierei il finale di un romanzo di Fielding o quello di un romanzo della Bronte, ma quando si tratta di una fiaba che è una sorta di racconto orale che si tramanda da una generazione all’altra senza mai avere una stesura definitiva, ma essendo il prodotto di culture diverse, allora credo che sia lecito cambiare il finale.

In seguito al successo de “La Sirenetta”, gli studi hanno puntato la loro attenzione su un altro racconto classico “La bella e la bestia”. Esso si è rivelato il film animato di maggiore successo di tutti i tempi, il primo ad ottenere la candidatura all’Oscar come miglior film. Come “La Sirenetta”, il film è un musical con una sensibilità estremamente moderna.

Charles Solomon
All’inizio era stato congeniato come un film più serioso collocato in un’epoca molto precisa, ambientato nella Francia del XVIII secolo. I primi bozzetti per il film evocano il mondo di Fragonard e di Boucher, e quella eleganza Rococo propria del Settecento.

Gary Trousdale
Ci sono versioni di questa storia, nelle culture più disparat,. ad esempio in alcune leggende degli indiani d’America, ci sono versioni provenienti dall’natica Cina e dall’antico Egitto. E nella stessa mitologia si possono riscontrare dei paralleli. Ma la versione per me più famosa, quella cui sono più intimamente legato, è quella di Cocteau.

Kirk Wise
La versione del mondo fiabesco alla quale abbiamo maggiormente attinto è quella probabilmente più familiare alla maggior parte della gente, cioè i racconti di corte francesi del XVI e XVII secolo. Una delle cose di cui ci accorgemmo lavorando sulla storia originale era che essa presentava una sezione centrale piuttosto statica e in un certo qual modo fiacca che funzionava bene alla lettura ma che tradotta in film avrebbe rallentato l’azione. Questa parte si riferisce al punto in cui la bella arriva al castello della bestia e accetta di rimanere lì per sempre in cambio della vita di suo padre. A questo punto nella fiaba originale si ripete più volte la stessa scena: la bella e la bestia cenano insieme e la bestia chiede alla bella “Vuoi sposarmi?”. La bella gli risponde “No, non ti sposerò!”. La sera seguente stessa scena: la cena, la bestia che chiede “Vuoi sposarmi e lei che risponde “No, non ti sposerò!”. E così via di questo passo.
Se nel racconto originale funzionava, a noi sembrava un po’ fiacca la scena, volevamo rivivacizzarla. Abbiamo reso un po’ più attuali i personaggi. Abbiamo creato una storia, pensando di più al pubblico di oggi. E il successo credo sia dovuto anche al tempo che abbiamo speso per fare della bella e della bestia dei veri personaggi tridimensionali e non semplicemente dei cartoncini ritagliati.


Glen Keane
La cosa che ti mette un po’ in ansia è che quando devi fare un personaggio per Disney, un’eroina di Disney, qualcosa di classico come i personaggi di un racconto di fiabe, la versione di Disney diventa quella definitiva. Nessuno ricorda come erano Biancaneve e i sette nani prima della versione che ne ha fatto Disney e adesso i bambini cresceranno pensando che la bestia è questa bestia, anche se ce n’è voluto prima che avesse queste fattezze. Io volevo distaccarmi da tutte quelle cose che il pubblico aveva già visto e il modo migliore per farlo era andare fuori, guardare la natura e lasciarsi ispirare da qualcosa che fosse reale e in effetti ciò che noi facciamo qui è attingere al mondo che ci circonda e ripresentare le cose al pubblico sotto una veste completamente nuova. Una cosa è leggere questa storia in un libro per bambini, guardare le illustrazioni e dire “Oh, eco la bella è accanto alla bestia, spero tanto che si innamorino”, e un’altra cosa è trovarsi fisicamente vicini a quei tre quintali di muscoli.
Non c’è un’altra forma artistica al giorno d’oggi che adotti la lezione del passato. Noi costruiamo sulla base di ciò che hanno fatto gli altri artisti. Per esempio per la trasformazione della bestia io ho studiato alcune sculture di Michelangelo.
Queste figure che escono per metà dalla pietra, come fossero ancora imprigionate nella roccia non hanno ancora consapevolezza di se, è come se fossero sgorgate da essa. Era esattamente in questi termini che io pensavo alla bestia nell’atto della sua trasformazione e feci molti disegni in questo senso.
Credo che si continuerà sempre a leggere le fiabe attraverso il film d’animazione. E’ un mezzo ideale per quel genere di storie. Da un lato avverto sulle spalle il peso della tradizione, che ti dice che se vuoi fare queste cose, devi farle molto bene,, ma dall’altro c’è quel signore che ci osserva da qualche parte, che tu devi rispettare e al quale devi sempre fare riferimento.


Walt Disney
La Fontaine, i fratelli Grimm ed Hans Christian Andersen: nel corso dei secoli le favole e i racconti di questi artisti sono stati narrati e rinarrati e continueranno ad esserlo negli anni a venire.

P.S. Ho eliminato le immagini perchè alcune erano troppo grandi rispetto all dinnesioni consentite. Una versione con illustrazioni è pubblicata anche qui:http://disneyvideo.altervista.org/forum/index.php?showtopic=7755
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Re: Disney: un viaggio nel mondo della fiaba

Messaggioda Francesco F » sabato 06 ottobre 2007, 23:23

finalmente mi sono ritagliato una mezzoretta per leggerlo :D
wow, un bellissimo "documentario", come l'hanno chiamato sul Disney Forum. Leggere le parole degli artisti fa venire i brividi, e rendersi conto della genialità di Walt Disney... non lo so, dà quasi un senso alla vita... pensate a questo secolo senza Walt Disney. E' meraviglioso pensare che è esistito e che ha fatto così tanto, non è un genio che si è limitato a poche opere, ha fatto veramente tanto, e la sua eredità ha continuato! E' una maledizione! :D Anzi, una benedizione.

Fralaltro le influenze degli illustratori europei erano stati oggetto della mostra su Walt Disney che si tenne a Parigi più o meno un anno fa, e da cui ne hanno tratto fuori uno stupendo catalogo (con un sacco di saggi brevi di Charles Salomon) e il documentario omonimo Il était une fois... Walt Disney (che ho ma devo ancora vedere). Il catalogo l'ho avuto sotto mano per un po' di giorni, ma poi l'ho dovuto restituire... sto seriamente pensando di comprarmelo però...

http://www.amazon.fr/%C3%A9tait-une-foi ... 2711850137
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Re: Disney: un viaggio nel mondo della fiaba

Messaggioda hector » domenica 07 ottobre 2007, 00:45

Bel catalogo. Mi sono procurato l'edizione in inglese, così avrò qualchè possibilità di leggerlo. Invece per il DVD non saprei proprio dove andarlo a beccare. Hai qualche suggerimento? Su amazon.fr non l'ho trovato.


Per approfondier la questione del progetto non realizzato del gallo Ricky, ecco un brano tratto dal libro di Charles Solomon The disney that never was.

Chanticleer e Reynard

Sebbene Disney avesse dedicato considerevoli dosi di tempo, risorse e finanziamenti alla biografia di Andersen, energie persino maggiori vennero investite in quello che divenne il film dello studio che raggiunse il livello più avanzato di sviluppo senza essere ultimato, un musical che avrebbe combinato le storie di Chanticleer e di Roman de Reynard. Chantecler, l’opera simbolica di Edmond Rostand del 1910, focalizza l’atenzione su un gallo che crede che il sole sorga grazie alla sua cresta. La sua satirica visione della fattoria come microcosmo della società attrasse il pubblico francese nel periodo immediatamente precedente la I Guerra Mondiale. Il romanzo, o L’epopea di Reynard, un gruppo di storie e poesie raccolte principalmente in Europa nell’undicesimo secolo, è una delle principali fonti della popolare effige che ritrae la volpe come scaltra fucina di inganni.
Inzialmente, i due progetti vennero sviluppati separatamente. Un memorandum di Ted Sears e Al Perkins datato 27 novembre, 1937, evidenzia la volontà di acquistare i diritti di Chanticleer. L’opera non era molto conosciuta in America e la trama avrebbe richiesto profondi rimaneggiamenti. Perkins rimproverava all’opera il suo carattere “intellettuale” – una cirtica terribile al Disney studio durante gli anni trenta.
Perkins, notò anche che “L’esperienza di Bambi dimostra i problemi che si incontrano quando si lavora con animali, senza nessuna presenza umana, e credo che Chanticleer presenti molti di questi problemi. Se lo trasformeremo in un film solo con animali, penso che dovremmo dare a questa stupidata uno stile da cartone animato, far indossare pantaloni ai personaggi e gravare sul lato comico, come si potrebbe fare ad esempio in “Reynard la Volpe” o “L’isola dei Pinguini”. (Per preparare gli animatori ad uno stile di disegno realistico per gli animali di Bambi fu necessario un programma di addestramento supplementare. Questo programma fece lievitare notevolmente il costo del film e ritardò l’uscita del film.)
Perkins inoltre espresse quella che divenne la più ovvia obiezione contro l’idea di realizzare Chanticleer : “Il problema principale sarà creare un gallo accattivante sia come disegno che come personaggio che sappia conquistare le simpatie del pubblico e interessarlo alle sue disavventure e ai suoi successi.” Sears aggiunse: “Noi, così come nessun altro studio di animazione, siamo in grado di disegnare il personaggio di un gallo in modo che risulti simpatico o interessante. I migliori animatori mi hanno detto che solo una idea rivoluzionaria o una profonda ispirazione riuscirebbero a rendere simpatico un gallo”.
“Reynard” era già in fase di sviluppo agli inizi del 1937. In una riunione tenutasi il 12 Febbraio 1938, Walt Disney espresse la preoccupazione che il pubblico avrebbe potuto trovare la storia “troppo intellettuale” per un cartone animato : “Ci sono delle ottime potenzialità in “Reynard”, ma è saggio realizzarlo? Abbiamo molti bambini nel pubblico…genitori e bambini insieme…Questo è il guaio – troppo sofisticato. Realizzarlo con gli animali ci farebbe precipitare.”
Egli espresse anche qualche riserva riguardo alla personalità del personaggio principale: “Beh, il nostro personaggio è un imbroglione, e non c’è nulla in lui che lo accomuni ad una sorta di ‘Robin Hood’. Questi era differente perchè era circondato da tutti quei possedimenti di ricchi nobili e tutto il resto, ma puoi fare la stessa cosa qui?.. Per cominciare non sarebbe Reynard…non diventerebbe un assassino a nessuna condizione. Non potrebbe prendersi gioco di nessuno, se non di uno sciocco”.
Gli artisti Disney spesso facevano in modo che i personaggi antipatici divenissero più gradevoli. Nella storia originale di Collodi, Pinocchio è maleducato, distruttivo e profondamente ingrato. Quando durante le riunioni su Reynard si discusse su come rendere simpatica una volpe disonesta, Otto Englander intervenne “Cosa c’è di interessante nel mettere l’ambiguità di Reynard al servizio del bene, piuttosto che del male?” Disney replicò con inconsueto fervore.:

Bisogna farlo in questo modo o non prenderlo in considerazione affatto. Altrimenti avremo il fiato della gente sul collo. L’Hays Office è contrario alla celebrazione dei disonesti, a causa della chiesa e altro. Hanno una forte influenza. Anche Cock Robin incontrò proteste. Ricevemmo lettere da chiunque. Molta gente non ritiene che questo sia il genere di cose che dobbiamo fare…nell’intento di essere troppo pungenti.

All’inizio de 1941, lo studio cominciò a contrattare per ottenere i diritti dell’opera di Rostand nell’ambito di una serie di lavori vincolati ad una sorta di “controllo Francese“ che includevano una selezione di brani musicali presi in considerazione per delle aggiunte in Fantasia (il Bolero di Ravel e la Danza Macabra e il Carnevale degli animali di Sain-Saens) così come i primi tre libri di Babar di Jean de Brunoff. Disney offrì 5.000 dollari per Chanticleer nel maggio 1941. Le dispute sui diritti furono complicate dalla scoperta che la Paramount possedeva un mezzo-interesse nell’opera. Non si sapeva se questo interesse includesse oppure no i diritti cinematografici.
Durante la guerra, i lavori su “Chanticleer” e “Reynard” procedettero lentamente, ma gli story artists continuarono a studiarli entrambi e nel 1945 ebbero l’idea di combinarli. Una elaborazione datata 1947 vede Reynard lasciare un fazzoletto con le iniziali sulla scena del crimine – una trovata che anticipa di 20 anni il modus operandi della Primula ne La pantera rosa di Blake Edwards. Un altro abbozzo propone di usare Charles Boyer come narratore.
Gli storyboard e le elaborazioni furono soggetti a numerose revisioni durante gli anni seguenti. I disegni preliminari di una principessa volpe in un soggolo, un re leone incoronato, e guardie rinoceronti incappucciate rappresentarono un punto di partenza per gli artisti quando realizzarono Robin Hood venticinque anni dopo. Sebbene il progetto fosse stato archiviato nuovamente nei primi anni cinquanta, l’idea di una versione combinata di “Chanticleer”/”Reynard” venne ripresa verso la fine del decennio e venne programmata come il film che avrebbe dovuto seguire La carica dei 101. L’11 maggio 1960, Ken Peterson mandò a Ken Anderson un riassunto dei commenti di Disney riguardo al film.

La maggior parte delle sue osservazioni sembravano concentrarsi sull’aspetto brioso della storia. Ha detto “Puntate sul lato comico” e “Dobbiamo divertirci con questo genere di film”…Walt concepisce Reynard come un manipolatore dalla parlantina veloce che gioca con i difetti delle persone e inganna la loro ingenuità. E’ un truffatore e un grande affarista, ma non è tenuto in grande considerazione dalla moglie.

In una riunione tenutasi il 24 Agosto 1960 Disney espresse una opinione più dettagliata su come voleva che il film si sviluppasse:

Fondamentalmente, è più o meno una satira sulla vita: la Volpe rappresenta la devianza, egli porta sempre le persone sulla cattiva strada…Chanticleer rappresenta il cittadino modello…Chanticleer deve raccontare la storia. Ma usate dei piccoli graziosi personaggi, delle piccole graziose forme – questi possono venir fuori da qui, come i topolini di Cenerentola… Un’altra cosa da tenere sotto controllo è di non diventare troppo sofisticati, troppo pungenti…

Molti dei suggerimenti di Disney per la presentazione della canzone che avrebbe introdotto Chanticleer al pubblico anticipano le coreografie teatrali di “Il racconto di Belle”, il numero di apertura de La bella e la bestia: “Quello che stiamo facendo qui è una caricatura di una commedia musicale…Ci sono le parti del coro e le persone che siedono ai rispettivi tavoli. All’inizio loro fanno il loro ingresso, poi entra Chanticleer : come se stessimo mettendo in scena una commedia musicale”
Nonostante il suo naturale entusiasmo per il materiale, Disney insistette sulla necessità di evitare l’enfasi sull’estetica che aveva penalizzato La bella addormentata nel bosco al botteghino. Concluse con il problema che minacciava il progetto “Chanticleer” da venticinque anni: come fare di un gallo un personaggio simpatico.

Considerate la personalità [dei personaggi minori]: non possono essere accessorie, come per gli uccellini de La Bella Addormentata nel Bosco…Dovete creare dei personaggi con empatia, calore, cuore : dovete catturare l’immaginazione del pubblico…quando usate i cani, non c’è bisogno di nulla. Ma se prendete un gallo…insomma non verrebbe mai in mente a nessuno di prendere un gallo in braccio e coccolarlo.

Un gruppo guidato da Marc Davis e Ken Anderson trascorse mesi sullo sviluppo della storia e preparando valanghe di schizzi preliminari. Davis ritiene che i suoi vividi disegni di preproduzione rappresentino il miglior lavoro realizzato per lo studio. Tre decadi più tardi, una nuova generazione di animatori li ha esaminati quale fonte di ispirazione.
“Marc ha disegnato alcuni tra i personaggi più belli che io abbia mai visto, “ afferma l’animatore Andreas Deja, i cui lavori comprendono il cattivo Jafar di Aladdin. “Marc non è solo uno dei più esperti disegnatori che lo studio abbia mai avuto, ma è in tutto e per tutto un artista raffinato. I disegni per “Chanticleer” possiedono lo stesso sofisticato livello grafico dei suoi dipinti. Quando questo si combina con la sua approfondita conoscenza dell’anatomia e con lo stile Disney, il risultato è imponente.”
I primi anni sessanta rappresentarono un periodo di transizione per lo studio, quando Disney prese in considerazione l’idea di sospendere la produzione dei lungometraggi d’animazione, che erano diventati una piccola – e costosa – parte di quanto prodotto dallo studio. “Chanticleer” andò in contro ad una brusca ed infelice conclusione durante una frettolosa riunione.
“C’erano tutti i disegni appesi al muro, e i finanziatori dello studio entrarono come se fossero ad un funerale” ricorda Davis “Noi andammo avanti con la presentazione e ci scontrammo col silenzio. Poi una voce dal fondo della stanza disse ‘Non riuscirete a dare personalità ad un pollo!”. Tutti sfilarono fuori e quella fu la fine.”
Il materiale è rimasto in archivio fino al 1981, quando Mel Shaw presentò una nuova elaborazione incentrata su “un magnifico gallo… il più MACHO in tutta la Francia. Come Maurice Chevalier, era gioviale, elegante, impavido, e soprattutto protettivo nei confronti di tutte le sue galline.” Questa versione di Chanticleer non ebbe miglior seguito di quelle precedenti.
Ogni speranza che lo studio Disney potesse riesumare il progetto ancora una volta venne spazzata via quando, Eddie e la banda del sole luminoso dello studio rivale di Don Bluth, fece la sua tardiva apparizione nel 1992. Questo adattamento pasticciato trasformava Chanticleer in un cantante di rock’n’roll alla Elvis Presley. Debuttò con critiche generalmente sfavorevoli ed è rapidamente sparito dalla circolazione.

E questo invece è tratto dal libro Silly Symphonies di Merrit e Kaufman.

L 'astuta volpe del floklore medievale ha catturato l'attenzione dello story department della Disney per anni. "Reynard" venne incluso tra le storie assegnate allo scrittore Bill Cottrel per uno sviluppo nel Luglio 1934, in una prima elaborazione di Cock O'the walk, circolata sei mesi più tardi, una volpe sullo stile di Reynard rapiva le govani pollastrelle della fattoria mentre le galline erano tutte prese dal loro idolo. Il film finiro differiva considerevolmente da questa versione, e Reynard non era presente. Lo sviluppo della storia di "Reynard" iniziò seriamente il 2 Ottobre 1935 con la distribuzione di una trama di 3 pagine che descriveva i tentativi comici di catturare la volpe ladra e i suoi ingegnosi tentativi di fuga; Ferdinand Horvarth realizzò dei disegni. I lavori andarono avanti per due anni, fino a fermarsi. Nonostate l'entusiasmo di Disney per un film tutto con animali, i dubbi circa la sua appropriatezza per un film animato prevalsero. Gli scrittori lamentarono il fatto che il materiale fosse troppo sofisticato e oscuro, e che il protagonista fosse un ladro impenitente. Nel frattempo, lo studio stava lavorando all'adattamento di un'altra favola popolare francese "Chanticleer", il gallo folle che pensava che sole sorgesse grazie alla sua cresta - ma anche la produzione su questa storia si arenò.
Lo studio abbandonò l'idea di fare sia di Reynard e che di Chanticleer una Silly Symphony nel 1937 (sebbene l'introduzione televisiva di Walt Disney a Farmyard Symphony nel 1957 sosteneva che questo era stato ispirato dal personaggio di Chanticleer). I progetti, comunque, vennero riesumati di nuovo, nel 1941, questa volta per essere combinati in un film basato sull'opera di Edmund Rostand del 1910, Chanticleer and Reynard . La lavorazione continuò ancora negli anni quaranta, senza portare a nulla. Alcune tracce dei personaggi, si possono scovare nel cortometraggio Chicken Little (1943) e nel lungometraggio Robin Hood (1973). Tentativi di riprendere i personaggi si sono ripetuti da allora.
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Re: Disney: un viaggio nel mondo della fiaba

Messaggioda FaGian » lunedì 28 marzo 2011, 14:30

Ho anche io il filmato del documentario trascritto nel primo post (tra l'alktro nessuno che faccia notare che la voce narrante è quella di Romano "Actarus" Malaspina? ^^) e gli schizzi di davis che fanno vedere brevemente, sono di una bellezza davvero disarmante

Mi stavo chiedendo una cosa:

La caratterizzazione iniziale di Reynard, che sintetizza Disney, è la stessa della Volpe di Pinocchio
Dovendone fare una specie di eroe/antieroe, non sarebbe perfetto svilupparlo come .... Lupin III ?

Dopo "Le follie dell'imperatore" che cita a mani basse i corti storici di Tex Avery e Chuck Jones, e dopo "Atlantis" che cita Hideaki Anno, perchè non provare a creare un personaggio frizzante e guascone come il ladro-gentiluomo?

Pensateci bene:
Arsene Lupin era un antieroe ammirato già agli inizi del '900, ma è con gli anni '60 e la cultura contestatoria del periodo, che diventa un eroe e non più solo un criminale

Disney è sempre stato avanti ("Alice nel paese delle meraviglie" ebbe successo dopo ben 15 anni), e il suo innamoramento per i personaggi di Reynard e Chanteclaire potrebbe dare frutti solo oggi, come allora non poteva assolutamente fare.

Io credo che questa strada potrebbe essere battuta senza scadere nella facile ironia o nell'edulcorazione.
Un film con tematiche simili a un "James Bond" anni '60, con una volpe malandrina e un gallo ispettore potrebbe fare sfracelli, se ben orchestrato
La mia gallery su Deviant Art (casomai a qualcuno interessi =^__^=)
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