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66. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

Film tratti da libri, film tratti da fumetti, film tratti da storie vere, film inventati di sana pianta, blockbusters, d'autore, di serie Z, caciottari, insomma... TUTTO, tranne l'animazione.

66. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

Messaggioda Rebo » sabato 19 settembre 2009, 11:46

Anche se con un ritardo improponibile (purtroppo è un periodo un po’ così), tento di iniziare a riassumere alla meno peggio le mie peripezie alla 66. Mostra del cinema di Venezia.

Sono arrivato al Lido, devo dire, con aspettative infime. Avevo ancora ben presente il ricordo dell’enorme delusione di Venezia 2008 (in cui solo Ponyo aveva risollevato un poco il morale, e poi niente più), e scorrendo il programma mi veniva spontaneo alzare un sospettoso sopracciglio. Fuori e dentro il concorso pullulava di star (forse mai tante come quest’anno, da George Clooney a Michael Moore, da Richard Gere a Charlize Theron, da Viggo Mortensen a Matt Damon, da Eva Mendes a Diane Kruger…), ma i film? Toh, mi dicevo, c’è Werner Herzog in concorso. Ma che cos…? Mi fa il remake di un film già perfetto così com’era, Il cattivo tenente di Abel Ferrara. E qui, o viene una genialata, o una schifezza. Poi vabbé, Moore, può essere interessante. Quattro italiani in concorso, e poi una serie interminabile di horror, con Romero, Balaguerò e esordienti vari: menù decisamente indigesto, per i miei gusti. Tuttavia, per fortuna, alla fine la Mostra è stata meno orrenda del previsto.

Parlando di orrore, proprio da un horror inizio la mia odissea veneziana, ancor prima che il festival apra i battenti: il 1° settembre riesco ad imbucarmi nella sala riservata ai quotidianisti, dove proiettano REC 2, di Balaguerò e Plaza, fuori concorso. Avevo trovato il primo REC, del 2007, un discreto prodotto d’intrattenimento; questo secondo capitolo, invece, mi è parso una buffonata. La logica registica è sempre quella dell’orrore “in presa diretta” (alla Cloverfield, per intenderci): stavolta, però, la macchina da presa la tengono in mano dei militari armati fino ai denti, che ci mostrano la caccia agli zombie con lo stile di un videogioco sparatutto in terza persona. In più, stavolta spunta pure un esorcista che neanche Dan Brown. Di sbudellamento in sbudellamento si giunge alla fine, dove attende il “boss” e il cliffhanger che prelude a REC 3. Whew.

Il giorno dopo, si comincia sul serio: la mattina s’inaugura con l’attesissimo Baarìa. Ma, che delusione! È un filmone patinato scritto con un’enfasi soffocante, e per giunta appesantito da un commento sonoro letteralmente assordante (dopo un’ora di proiezione, mi è stato detto, a molti fischiavano le orecchie), in cui i rumori travolgono la musica di Morricone e viceversa, senza interruzione. Ogni tanto, Tornatore si concede aperture a momenti fantastici che sanno di realismo magico, ma inseriti in maniera assai debole nella trama. Le “fantasticherie” tuttavia si accumulano, e si fanno ridondanti nel finale, che vorrebbe meravigliare e commuovere, ma che invece lascia solo un deposito di melassa.
(Ugh, come sono cattivo… Mi devo sfogare, ogni tanto :P)

Decido di rifarmi la bocca con un film della retrospettiva, Cenerentola e il Signor Bonaventura. Proprio quel Signor Bonaventura: il regista della pellicola, infatti, è Sergio Tofano. Il film è delizioso, pieno di un umorismo raffinato e di un delicato fascino d’altri tempi. Finalmente si comincia a ragionare. Il resto della giornata trascorre tra incombenze varie e arrivi scaglionati dei miei colleghi, che iniziano ad occupare l’appartamento che condivideremo per dieci giorni.

Arriva dunque il 3 settembre, ed inizia la routine: la “casa” degli accreditati stampa con il “pass” blu è la Sala Darsena, già Palalido, già Palagalileo, famosa per le file di sedie poste reciprocamente a distanza ammazzaginocchia e, da quest’anno, per due imponenti ed inquietanti tralicci che, allo spegnersi delle luci, si accendono di un bagliore rosso sangue. Forse in seguito al coro di «Ma cos’è questa schifezza» che si è alzato alla prima proiezione, i tralicci sono in seguito sempre rimasti discretamente al buio, salvo poi riaccendersi negli ultimi giorni.

La mattinata inizia con The Road, di John Hillcoat, con Viggo Mortensen e Charlize Theron. Mi dicono che il romanzo originale di Cormac McCarthy sia molto bello: il film, invece, è un… mattone, monotono e scontato. Le cose non si mettono bene. Decido di farmi del male e vado a vedermi un film francese de “Le Giornate degli Autori”, Je suis hereux que ma mère soit vivante, di Claude & Nathan Miller. Storia: un bambino adottato, giunto all’adolescenza, decide di conoscere la sua vera madre. La trova, si fa prendere da pulsioni edipiche che cerca di reprimere, dopodiché l’accoltella perché in fondo lo aveva abbandonato. Lei non muore, e in tribunale si pente pubblicamente di aver trascurato suo figlio. Il quale, dal banco degli imputati, dà titolo e conclusione al film dicendo di essere contento che sua madre sia ancora viva. Io sono contento che il film sia finito, e mi rimetto in coda per il film inaugurale della “Settimana Internazionale della Critica”: Metropia. È un film d’animazione, tra l’altro, che pare promettere bene: è svedese, quindi fuori dai circuiti “canonici”, ha un soggetto un po’ alla Orwell e un po’ alla Philip Dick, realizzato in una strana ed iperrealistica CG. Il regista si chiama Tarik Saleh, che fa anche le veci di sceneggiatore: la storia riguarda una cupa e decadente Europa del 2024, dove una rete di metropolitane iperveloci collega l’intero continente e i mezzi di comunicazione intontiscono con pubblicità a ciclo continuo. Un modesto impiegato usa una nuova marca di shampoo, e da quel momento delle “voci” cominciano a popolare la sua testa… Buone premesse insomma ma, ahimé, pessimo svolgimento. Il realismo fotografico (con deformazioni espressive) non funziona, l’animazione è sommaria, e soprattutto la sceneggiatura è pretenziosa e verbosa, e perde di vista completamente le potenzialità di certi spunti del soggetto, tra cui la questione delle metropolitane (si vedono solo un paio di volte, e non hanno alcuna incidenza narrativa).

La giornata è ancora lunga, c’è tempo per altri film: mi metto in fila per il noto Videocracy di Erik Gandini, ma il film fa il pienone e rimango fuori. Ripiego sulla retrospettiva, dove trovo un poco conosciuto film di Mario Soldati, La mano dello straniero, da un romanzo di Graham Greene (lo stesso autore della sceneggiatura de Il terzo uomo, con Orson Welles). Film un poco fiacco, ma comunque dignitoso. In serata riesco a recuperare Videocracy grazie ad una proiezione extra alle 23. Il documentario, tuttavia, non è eccezionale: i fatti che racconta sono tristemente risaputi (sembra, in effetti, un’opera creata per un pubblico non italiano), e mostrati senza particolare incisività. Ad un certo punto, inoltre, il regista si perde a raccontare delle varie aberrazioni di Lele Mora e Fabrizio Corona, perdendo di vista quello che sembrava essere il “fuoco” della sua operazione informativa, ossia i meccanismi che si celano dietro la “videocrazia” imperante in Italia. Insomma: un’utile operazione documentativa, che in più momenti stupisce e scandalizza, ma che non va in profondità nell’analisi del problema.

Il 4 settembre si riparte con una tonificante (???) sveglia alle 7 del mattino, come è normale nei giorni della Mostra, per riuscire a raggiungere le sale in tempo per la proiezione delle 8:30. Il programma prevede Life During Wartime di Todd Solondz: film provocatorio e surreale, da un regista che, dopo essere uscito dalla sala, mi riprometto di “tenere d’occhio”, andandomi magari a recuperare i suoi film precedenti. Trovo il film interessante, rispetto alla media della roba che mi è stata propinata sino a questo momento. In chiusura, verrà premiato con l’Osella per la miglior sceneggiatura. La mattinata prosegue con Herzog, finalmente: uno dei pochi titoli per i quali nutro una qualche aspettativa. Genialata o schifezza, mi ero detto: buona la seconda, come volevasi dimostrare. Nicholas Cage alterna tra due espressioni: pupazzo a molla e iena ridens. Non si capisce se Herzog ci è o ci fa, quando imbastisce certe scene risibili riguardanti le depravazioni varie a cui è soggetto l’abietto tenente. Il confronto con l’originale di Abel Ferrara è spietato. Ogni tanto Nicholas Cage in preda al delirio vede le iguane, e allora parte uno stacchetto inquietante che pare “Missione Natura” sotto LSD. Però molti, con le lacrime agli occhi, parlano di capolavoro: all’uscita della sala una ragazza fredda i miei sghignazzi con una fulminante tirata sulla trasfigurazione del rapporto uomo-natura. Al momento delle premiazioni, per fortuna, nessuno se lo fila, e recupero così un po’ di fiducia nelle mie facoltà intellettive.

Il pomeriggio s’inaugura con il discreto film russo Comegliscampi, dell’esordiente Ilja Demichev: una “tragicommedia” che disegna la parabola discendente di un burocrate rovinato dal suo altruismo. L’umore risale, ben disponendomi per la visione di quello che, infine, reputo il film migliore da me visto a Venezia quest’anno: Lourdes, di Jessica Hausner. Il film è semplice ma efficace: è la storia di una ragazza con braccia e gambe paralizzate, che prende parte ad un viaggio organizzato a Lourdes, sperando nella guarigione. Tuttavia, l’aspetto turistico e commerciale del pellegrinaggio la lascia perplessa: nonostante questo, cerca di sfruttare al meglio la sua permanenza, magari evitando le prescrizioni delle “guide” preposte alla cura degli ammalati. Proprio per questo motivo, la ragazza inizia ad essere invisa ai suoi compagni di viaggio e ai volontari, che ritengono il suo mancato rispetto dei programmi come indice di una voglia di protagonismo. Il tempo passa, i sacerdoti e i volontari spiegano ripetutamente come il viaggio a Lourdes serva sì a guarire, ma nell’anima e non necessariamente nel corpo… Ed ecco che la ragazza, un giorno, si alza e cammina. Ed è il caos: guide, malati e preti non si raccapezzano più, e comincia a serpeggiare l’invidia… Un film dai toni sommessi, che riesce a fare garbata ironia su questioni certo molto delicate, e che riesce a catturare completamente l’attenzione dello spettatore, nonostante i personaggi siano appena abbozzati e la regia non presenti chissà quali virtuosismi. Certo non è un capolavoro, ma è un film assolutamente degno di considerazione: il mio preferito di quest’anno, come dicevo. E non ha vinto nulla, a parte qualche premio collaterale.

La giornata non è finita: alle 19 si accorre tutti in Sala Darsena, per scoprire finalmente qual è il primo dei due “film sorpresa” in concorso di quest’edizione della mostra. Mi cade la mascella: un altro Herzog! E anche questo scarsotto. My son, my son, what have ye done ricostruisce le psicopatie di un giovane con la mania del teatro, che all’inizio del film, novello Oreste, infilza la madre con uno spadone. David Lynch produce, e Herzog, forse in suo onore, ci infila eccentricità varie tipo fenicotteri rosa e nani random. Solo che il tutto è di una piattezza asfissiante. Nonostante la scelta inaudita di mettere in concorso due film dello stesso regista, per fortuna questo film rimane infine appropriatamente escluso da ogni riconoscimento.

La mattina dopo, causa party così-così della sera prima, manco l’appuntamento con la sveglia alle 7. Ritorno in azione solo attorno alle 11, con Persécution di Patrice Chéreau. Un film parolaio anzichenò (francese…), con uno stile di regia che, tuttavia, non mi è dispiaciuto. Appena passabile, nel complesso. Nel pomeriggio mi infilo di nuovo nella retrospettiva, beccandomi un paio di discreti documentari antibellici (I figli delle macerie di Castellazzi e Guerra alla guerra di Marcellini/Simonelli). Dopodiché, mi aspetta un horror in concorso: Tetsuo the Bullet Man, di Shinya Tsukamoto. Non avevo mai visto niente di questo regista, ma avendo letto qualcosa in proposito ero pronto al peggio: e invece, accidenti, poi il film mi è piaciuto! A parte certe cadute nello stile da videoclip, ho trovato la regia molto interessante, e la storia degna di un film di Cronenberg. Recitazione pessima, c’è da dire, ma risultato visivo di grande impatto. Promosso (e non premiato).

In seconda serata, rimango in tema con Tetsuo andandomi a vedere un horror francese (La Horde), preceduto da un’irruzione in sala di Johnny Palomba, il quale stavolta non si produce in una “recinzione”, ma in un “trailer” del film che stiamo per vedere. Film che è una boiata colossale: in uno stabile è in atto un regolamento di conti fra due fazioni di criminali. Improvvisamente, toh, arrivano degli zombi. Non si sa da dove e perché: arrivano e basta. E i criminali si alleano per sopravvivere. Il pubblico pare divertirsi, quando saltano le teste scattano applausi a scena aperta. Vado a dormire perplesso.

E finalmente arriva il 6 settembre. Finalmente perché, come i più sanno, è il primo dei due “Pixar days” organizzati dalla Mostra del Cinema. Prima, però, faccio il mio dovere andandomi a vedere il buon Capitalism: a Love Story di Michael Moore (che, tuttavia, si lancia in giudizi ancora un poco prematuri a proposito di Obama).

(Continua…)
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Re: 66. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

Messaggioda Rebo » domenica 27 settembre 2009, 12:56

Al termine di Capitalism: a Love Story, mi lancio in una frenetica corsa verso la Sala Perla. Noto a malapena le novità spuntate quel giorno stesso nella scenografia della Mostra: la strada di fronte al tappeto rosso è tutta sormontata da archi gonfiabili recanti i titoli dei film Pixar, ogni tanto si vede passeggiare un Buzz Lightyear o un Carl Fredricksen, e soprattutto si vedono grappoli di palloncini colorati ovunque. Anche il Casinò, dove si trova la Sala Perla, è invaso di palloncini: ma sono molte di più le persone in coda per l’unica proiezione di Up in programma. Il serpentone umano, tuttavia, non mi scoraggia, e mi metto spavaldamente in fila. Alle 11:30, ovviamente, rimango fuori dalla Sala. Pazienza, mi dico, tanto esce tra poco più di un mese e qui non lo proiettano nemmeno in 3D. Mi viene improvvisamente voglia di uva.

C’è, comunque, la possibilità di un sostanzioso “piano B”: alle 12 i registi Pixar danno la loro conferenza stampa. Visto l’anticipo di mezz’ora con cui arrivo, riesco a trovare pure un buon posto, strategicamente parlando. Per la finale corsa all’autografo, intendo.

Infine, arrivano. Lasseter è insolitamente elegante, per i suoi canoni: sull’ennesima camicia hawaiiana (che, come ci tiene a far notare, è decorata con tutti i personaggi Pixar) indossa una sobria giacca. Non solo nell’abbigliamento, tuttavia, Lasseter pare insolito: c’è qualcosa, nei suoi modi, che sembra tradire una specie di sottile fastidio. Sarà l’aria “formale” della Mostra, che non lo fa sentire a suo agio? Fatto sta che le prime domande, in conferenza stampa, sembrano persino peggiorare il suo vago malumore: il secondo giornalista che prende la parola chiede a Lasseter perché mai la Pixar stia intraprendendo la strada dei sequel, dando però alla domanda un tono blandamente accusatorio, sottolineato per giunta da un’inopportuna chiusa, che forse voleva essere spiritosa: «Per favore, dica a George Lucas di non fare Indiana Jones 5». Lasseter risponde «Vai e diglielo tu stesso», e poi ripete i concetti che già si conoscono a proposito della “politica” Pixar dei sequel, parlando di potenzialità di sviluppi ulteriori dei personaggi e priorità del raccontare solo storie che meritino di essere raccontate, a prescindere dal fatto che siano sequel o no. Si ribatte molto poi, nel corso della conferenza, sul fatto che la Pixar è una “bottega”, in cui ogni film non si può dire prodotto di un singolo, ma di un team affiatato in cui ognuno contribuisce in maniera paritaria. Si conferma, ad un certo punto, che la Pixar non produrrà mai animazioni in 2D o film dal vivo, benché Bird e Stanton stiano attualmente dedicandosi a progetti di quest’ultimo tipo. Non vengono fatte grandi rivelazioni, in fin dei conti. Quando la conferenza finisce, mi lancio verso Lasseter & co. assieme ad un’altra orda assetata d’inchiostro: riesco a portarmi a casa la firma di John e quella di Pete Docter, che mi faccio fare sul programma stampa di Up. Sto per prendere anche l’autografo di Bird, ma purtroppo non ce la faccio per un soffio.

Al pomeriggio, è il momento delle proiezioni pixariane in Sala Grande. Lo spettacolo inizia con Toy Story 3D, che vediamo assieme a Lasseter: il film lo so praticamente a memoria, ma è per me una goduria scoprire per la prima volta certe gag verbali molto brillanti che si erano totalmente perse nella versione italiana (lo ammetto, Toy Story non l’avevo mai visto in inglese). Al di là di questo, però non trovo che il 3D aggiunga niente al film, se non una “patina” di spettacolarità in più. Finché non si girerà un film pensandolo in 3D dall’inizio, difficilmente si otterrà qualcosa di più significativo di qualche passeggero momento di stupore: per questo attendo con ansia di vedere Up, in cui –si spiega nel programma stampa- il 3D è stato pensato come parte integrante della storia, ed alcuni effetti di “profondità di campo” concorrono a creare il tono emotivo di certe scene. Comunque, la proiezione giunge piacevolmente al termine: usciamo e rientriamo dalla Sala (e in quest’occasione ci omaggiano del fazzoletto di stoffa di Toy Story 3, che ognuno trova sistemato sulla propria poltrona), dopodiché segue il momento della cerimonia di consegna del Leone d’oro. Anzi, dei Leoni d’oro: Müller fa infatti spuntare altri quattro “leoncini” che accompagnano il premio a Lasseter, concedendosi inoltre una gaffe epocale. «Questo Leone è accompagnato da altri quattro leoncini, e con questo abbiamo voluto ricordare il premio Oscar speciale che fu dato a Walt Disney per Biancaneve. Come ricorderete, l’Oscar era accompagnato da altri Oscar più piccoli: otto, come i nani». I più cattivi diranno a fine cerimonia che quello di Müller è stato un lapsus suggerito dalla presenza sul palcoscenico di un… alto ospite quale George Lucas. Il quale, tra l’altro, ha contribuito allo sviluppo dei bicipiti della valletta di turno, costringendola a rimanere in piedi con il Leone d’oro per circa mezz’ora, in attesa della conclusione di un fluviale discorso sulle origini della Pixar e sulla soddisfazione personale di essere stato un mentore per così tante menti geniali.

Dopo la premiazione e le foto di rito, sul palco tornano solo Lasseter e Unkrich, a presentare la clip di Toy Story 3 di cui si è già parlato. Poi torna il solo Lasseter, con l’intento di prepararci alla proiezione dei primi 10 minuti di The Princess and the Frog. È solo in quest’occasione che sembra di intravedere qualcosa del “solito” Lasseter: il regista si entusiasma, cerca di coinvolgere il pubblico, fa una battuta dopo l’altra. Curiosamente, ad un certo punto incita esplicitamente il pubblico all’applauso. In effetti, la cerimonia non ha certo riscosso un successo travolgente: c’è solo stato un abbozzo di standing ovation all’entrata di Lucas, e poi una serie di applausi che sono suonati però come semplice cortesia. Devo dire che non me l’aspettavo, specialmente perché ricordavo i deliri di cui avevo visto capace il pubblico veneziano di fronte a Miyazaki.

Finito il primo tour de force pixariano, riprendo con il programma “regolare” della Mostra: alle 19:30 mi aspetta un altro film in concorso, Between Two Worlds. Film dello Sri Lanka, ermetico ma tutto sommato molto interessante nella sua riflessione sul tempo e sul senso del raccontare. Dopodiché non me la sento di insistere con altri film, e me ne vado a cena.

Il giorno dopo è il Pixar day bis, il 7 settembre. Come il giorno prima, vado innanzitutto a “farmi” il mio solito film in concorso delle otto e mezza: stavolta è White Material di Claire Denis. Non ho molta voglia di ricordarmelo… Parlava dei conflitti tra neri e bianchi in Africa, ai giorni nostri. Sarà che non ero molto lucido, ma l’ho percepito come un bel mattone, retto solo dalla presenza di Isabelle Huppert.

Dopodiché, è l’ora della Disney-Pixar Masterclass in Sala Perla! L’evento si rivela essere realmente straordinario: i cinque registi tengono per un pubblico selezionato di esperti d’animazione, per la prima volta nella loro vita, cinque lezioni di cinema. Inizia Stanton, con un intervento monografico intitolato “Storytelling”. Alle sue spalle, si proietta un bel powerpoint targato Pixar, con effetti animati originali… Wow, mi sembra di essere finalmente nell’università che avrei sempre voluto frequentare. “Storytelling is joketelling”, appare sullo schermo. Concetto curioso, con cui non sono del tutto d’accordo: intanto Stanton, per coerenza, si lancia in una barzelletta per rompere il ghiaccio. «In una taverna, un uomo siede di fronte al suo boccale di sidro. “Ho costruito la mia casa da solo, mattone per mattone, tegola per tegola, ma mi chiamano forse McGregor il costruttore? No! Ho piantato gli alberi della foresta uno ad uno, curandoli e facendoli crescere, ma mi chiamano forse McGregor il piantatore d’alberi? No! Avete presente il molo? Ho conficcato ogni palo sul fondo del mare con le mie mani, ho trovato le assi e le ho inchiodate personalmente, ma mi chiamano forse McGregor il fondatore di moli? No! E allora, come c**** mi chiamo?».

Dopodiché, Stanton ci introduce alla filosofia dei registi Pixar: fare film per intrattenere il pubblico di ogni età, ma anche per divertire se stessi, avendo inoltre alla regia un approccio da filmmakers, e non da “animatori”. Per quanto riguarda lo storytelling, ecco il vademecum di Stanton:

- It’s not just for kids
- Filmgoers 1st, Filmmakers 2nd
- No formulas
- If formula happens, stop doing it
- Animation is a medium, not a genre (B. Bird)
- Dare to be STUPID (in a creativity safe environment)
- Embrace the idea to make mistakes
- Just make good movies

Dopo l’ottima lezione di Stanton, viene il momento dell’intervento di Bird: Storyboarding.
Bird parla meno di Stanton, e si è avvale di più di esempi video, mostrandoci l’evoluzione del suo modo di fare storyboard a partire da Family Dog, passando poi per i Simpson, arrivando poi a Il Gigante di Ferro e infine alla Pixar. È stato interessante scoprire quanto l’improvvisazione dei doppiatori abbia influito sullo storyboard di Ratatouille.

Si alza poi Unkrich, iniziando la sua lezione intitolata: Editing and Layout. La parte più preziosa dell’intervento è stata quella riguardante il montaggio audio: nei film Pixar, a quanto pare, Unkrich ha letteralmente “assemblato” i dialoghi dei personaggi, prendendo da ogni “take” solo le parti migliori –arrivando a scegliere persino i “respiri” tra una parola e l’altra che, secondo lui, suonavano meglio!

Pete Docter ci parla invece di Art and Design. L’intervento si concentra su Up, e dunque sui calcolati contrasti che, nelle scenografie, si notano tra design alludenti a forme quadrate (Carl) e design tondeggianti (Eleanor). Docter ci introduce anche ai misteri dello shading, dell’ombreggiatura, ma abbiamo l’impressione di sfiorare appena un argomento che meriterebbe, da solo, un corso a parte.

Infine, John Lasseter ci insegna Animazione. Di nuovo, Lasseter pare essere di umore così così: sarà perché la sala è, in effetti, mezza vuota? Hanno esagerato con le selezioni: la Masterclass era blindatissima, e molta gente è rimasta fuori, nonostante le numerose poltrone vuote. Umore a parte, Lasseter si produce in quello che forse è l’intervento più interessante in assoluto: imparo così la strategia del “layering”, relativa all’animazione chiave. In pratica, Lasseter ha compreso già negli anni ’80 che per animare al computer occorreva una concezione “modulare” dell’animazione chiave. Il fotogramma chiave non va concepito come un’entità singola, come nell’animazione 2D, ma come un’area dove vi sono più “strati”, ciascuno dotato di una propria animazione chiave. Lasseter ci ha mostrato la sua animazione di Luxo, jr., facendoci scoprire come ogni fotogramma “chiave” abbia in realtà “chiavi” distinte per l’arco del movimento, per l’oscillazione della base, per la rotazione della “testa”, e così via. La minuziosità della tecnica non deve tuttavia farci dimenticare che, ammonisce Lasseter, scopo principale dell’animatore non è “animare”, ma far “pensare” i suoi personaggi, come diceva Ollie Johnston. E conclude citando Walt Disney: «For every laugh, there should be a tear».

Siamo relativamente pochi, in Sala Perla, ma l’applauso è appassionato. Attendiamo ora con ansia la parte pomeridiana della Masterclass, dove ci sarà permesso porre domande direttamente ai registi. Ci si ritrova tutti davanti alla Sala Perla poco prima delle 15.

Ed avviene il fattaccio. Passa mezz’ora, e della delegazione Pixar nessuna traccia. Infine, spunta Marco Müller, che con aria apparentemente disinvolta ed un sorriso stampato in faccia ci annuncia che i registi Pixar hanno deciso di cancellare la seconda parte della Masterclass. “Sono stanchi”, fa con aria serafica il direttore. Non si riesce a sapere altro, nonostante molti dei presenti lo incalzino con domande: ad un certo punto, forse nel tentativo disperato di sdrammatizzare, Müller si produce in un’improbabile imitazione di Wall-E. Offre, inoltre, una specie di “risarcimento” per la sfumata occasione, che col senno di poi pare una vera beffa: fa infatti proiettare in anteprima (la proiezione ufficiale sarebbe stata il 12 settembre), solo per i partecipanti alla Masterclass, il film giapponese in CG Yona yona Penguin, di Rintaro. Film insulso e bambinesco nel peggiore dei sensi, come ho poi scoperto qualche giorno dopo. Non entro, infatti, alla proiezione, e mi allontano un po’ amareggiato, convinto che in tutto l’accaduto c’entri qualcosa il “malumore” di Lasseter e l’accoglienza veneziana tutto sommato tiepida. Non lo sapremo mai. Mi resta, comunque, qualche bel souvenir:




E poi qualche foto, di bassa qualità però, perché avevo solo il cellulare...







In corsa verso il Leone: Stanton...


Bird...


e Docter.


George Lucas ricorda i bei vecchi tempi e si scorda di guardare l'orologio


Leone e leoncini


"Ed ecco a voi, Toy Story 3"! Presentato dall'unico regista al mondo ad aver vinto il Leone d'oro alla carriera senza aver mai diretto un film...


"Ed ecco a voi, The Princess and the Frog!"


Foto "rubata" alla Masterclass, dove era vietatissimo fare riprese (sequestravano come niente macchine e cellulari)!


(Continua...)
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