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[Joseph Conrad] Cuore di tenebra

Qui è dove si parla di storie, di storie che parlano di cose che magari non sono successe davvero ma che potrebbero anche o che sono successe tanto tempo fa. Quel che è certo è che spesso ci toccano più di quanto non facciano le storie vere di cui siamo testimoni tutti i giorni.

[Joseph Conrad] Cuore di tenebra

Messaggioda max brody » venerdì 05 agosto 2011, 09:52

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Marlowe (o Marlow), insolito marinaio vagabondo, racconta una storia. Storia di vita vissuta, da lui ma soprattutto
da Conrad stesso nel 1890.
Oddio, la storia che racconta è flebilissima: in sostanza c'é lui che si fa raccomandare da una zia e viene mandato in Africa, ove dovrà poi spingersi all'interno per recuperare l'agente Kurtz, gravemente ammalato e in preda al delirio. Poco dopo averlo recuperato, Kurtz muore, e il protagonista va a consolare la vedova.

Quel che importa è altrove. Dove? Nelle nostre teste, forse, nel nostro inconscio, volutamente o nolentemente seppellito dalla vita quotidiana. La prosa di Conrad pare solo un pretesto per spingerci a recuperare questo inafferrabile qualcosa, un qualcosa che sa di atavico, di "selvaggio" (l'ambientazione aiuta a ricordarcelo).
Leggendo questo romanzo si ha l'impressione di assistere ad un sogno altrui (di Marlow, e attraverso di lui a quello di Kurtz, e di altri personaggi di contorno: il direttore, gli agenti fighetti, il ragazzo russo), ma che pian piano diviene anche del lettore; anzi, ci si rende conto che quel sogno era già del lettore, ma che era finito sepolto sotto altre questioni polverose. Si sa, nella narrazione scritta l'immaginazione del lettore ha un ruolo fondamentale quasi per definizione, ma raramente, come mi è accaduto con "Cuore di tenebra", mi sono reso conto di quanto sia fondamentale. La prosa di Conrad, tradotta da Luisa Saraval, anche quando parla di cose semplici, di tecnicismi, è sfumata, quasi evanescente, ma al tempo stesso affabulatoria, a volte leziosa. In un paio di punti pare quasi di leggere un misto fra Borges ed Eco (dato che amo entrambi, forse è per questo che mi è piaciuto moltissimo). Non so come sia in lingua originale, e magari quella descritta è una sensazione che ho avuto solo io (non è improbabile :arramp: ); certamente Conrad è uomo del suo tempo, pubblica il romanzo su rivista, a puntate, come consuetudine a cavallo fra XIX° e XX° secolo. E' comunque un autore "popolare", la "morale" del romanzo è quella tipica della narrativa di consumo, i cui personaggi sono umani, positivi ma con delle magagne sul groppone. Kurtz è un pazzo, delira, ma vuole la giustizia sociale, vuole portare la civiltà dove essa manca, epperò alla fine sottomette tutti (c'é in lui l'archetipo del 'dittatore illuminato', archetipo ossimorico che non può esistere in concreto; alla fine se ne rende conto anche lo stesso Kurtz, che, poco prima di morire, esclama: "Che orrore! Che orrore!"). E pure Marlow: è un uomo comune, che sa ma che preferisce fingere di non sapere e andare avanti, e non può farlo senza mentire a sé stesso e agli altri (il finale con la vedova Kurtz non è messo lì solo per riempire le pagine).

Insomma, la parola, in questo romanzo, è fondamentale. Un brano recita:
Lanciai una scarpa fuori bordo, e mi resi conto che era proprio quello che non vedevo l'ora di fare: parlare con Kurtz. Feci la strana scoperta che di lui non avevo una immagine di un agire, capite?, ma di un discorrere. Non mi dicevo: "Dunque non lo vedrò mai", o "Non gli stringerò mai la mano", ma, "Dunque non lo udrò mai." Quell'uomo si presentava come una voce. Naturalmente non è che non lo associassi a qualche specie di azione. Su tutti i toni dell'invidia e dell'ammirazione, non mi avevano forse detto che da solo aveva raccolto, barattato, estorto o rubato più avorio lui di tutti gli altri agenti messi insieme? Non si trattava di questo. Si trattava del fatto che, fra tutte le doti di quell'essere tanto dotato, quella che emergeva in modo preponderante, che dava il senso di una presenza reale, era la sua capacità di parlare, il dono della parola: questa dote che sconcerta o illumina, la più nobile e la più spregevole, vivificante flusso di luce o torrente ingannatore scaturito dal cuore di una tenebra impenetrabile.
Sulla parola, e lo vediamo anche oggi nell'era dei mass-media, si fonda il "potere", il consenso. Kurtz ne è un esempio.
Ma se questo romanzo ha una tale (diciamo così) forza onirica, forse lo è anche Conrad stesso.



Certamente è una storia, o meglio, un insieme di suggestioni, elementi, personaggi, che ha fatto Storia. E' uno dei tre romanzi preferiti di Sergio Bonelli, ma lo era anche di Bonelli padre, tanto che non è azzardato affermare che è uno dei fondamenti dell'intera casa editrice di via Buonarroti. Quasi ogni serie bonelliana, prima o poi, ha omaggiato questo romanzo.
E poi, com'é noto, c'é il film, "Apocalipse now" di F.F.Coppola, che però del romanzo riprende solo le suggestioni e qualche personaggio (Kurtz da agente diventa colonnello), ma cambia ambientazione, finale e riflessioni intimiste.

Comunque è un libro fondamentale nella mia carriera di lettore: è il primo che ho letto interamente in formato e-book. Ma lo prenderò anche cartaceo (magari in un'edizione vecchia e ingiallita, sbav), ché una volta va bene, ma non voglio diventare cieco prima del previsto :P
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Ottimo lavoro.
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