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[Fausto Vitaliano] Era Solo una Promessa

Qui è dove si parla di storie, di storie che parlano di cose che magari non sono successe davvero ma che potrebbero anche o che sono successe tanto tempo fa. Quel che è certo è che spesso ci toccano più di quanto non facciano le storie vere di cui siamo testimoni tutti i giorni.

[Fausto Vitaliano] Era Solo una Promessa

Messaggioda Vii » giovedì 21 giugno 2012, 23:04

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è un piacere poter recensire la prima opera lettereraria del nostro scenggiatore sulfureo preferito. Fausto entra nella narrativa con un romanzo che parla di un percoros interiore in parallelo alla parabola di una ricca famiglia lombarda e della mutazione in Italia promessa dallo scandalo di Tangentopoli nel 1992.

Non vorrei dilungarmi sulla storia, quanto sullo stile e sulla forza di queste pagine. Fausto è abile a presentare un intreccio semplice e non necessariamente originale utilizzando un intelligente cast di figure secondarie e un ambientazione, geografica e storica, che dona mistero e interesse nel lettore. Nella vicenda del fotografo Alessandro nel suo incontro con i ricchi Neyroz, Fausto ci presenta un uomo incapace di crescere e impaurito dalla vita. Inoltre, attraverso l'efficace uso di certe lettere, evita flashback o altro per metterci a nudo la fragile anima del protagonista. Un uomo per cui, nonostante le sue sconfitte esistenziali, non possiamo che tifare.

Alessandro è simbolo di ciò che a volte siamo anche noi, statue intente ad osservare la vita, senza muoverla e senza giudicarla. Il cammino che porta a spezzare la nostra calotta può essere duro e difficile, ma è affascinante e liberatorio. A questo processo interiore si affaccia quello di un'Italia e di una Milano che potevano essere e non sono stati, e che possiamo leggere anche in questo momento attuale.

Fausto scrive bene, pagine di pensieri filosofeggianti come quelli degli editoriali di PK2 ma mai pedanti, mai pesanti. Al contrario, sono un toccasana per il nostro riflettere. Una scrittura moderna ma non ellittica e incisiva come quella di tanti autori contemporanei, bensì uno stile pieno, che sa che cosa deve dire senza usare una parola di troppo, in piena libertà.

Un bel romanzo insomma, una bella storia con un bel personaggio, in cui il cinismo vitalianesco è presente ma ottiene il riscatto. Una vicenda che ci può essere familiare, vicina nel tempo e legata alle sfide che abbiamo di fronte. Per questo decidere di compiere una scelta, e imparare a farlo, può risultare essenziale. E questo libro ce lo insegna.
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Re: Fausto Vitaliano: Era Solo una Promessa

Messaggioda ipnos » venerdì 22 giugno 2012, 14:06

Mi ha fatto venire vogli di provare a leggerlo.
scrivi bene pure tu. ;)
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Re: Fausto Vitaliano: Era Solo una Promessa

Messaggioda Vii » sabato 07 luglio 2012, 10:30

ipnos ha scritto:Mi ha fatto venire vogli di provare a leggerlo.
scrivi bene pure tu. ;)


Eh, esagerato, troppo buono, grazie. Però il libro leggilo, è davvero molto buono, ricco di spunti.
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Re: Fausto Vitaliano: Era Solo una Promessa

Messaggioda Bramo » sabato 28 luglio 2012, 19:16

Oh, letto anch'io finalmente!
Soddisfatto, davvero soddisfatto.
Vitaliano parla per metafore e riferimenti, e lo fa talmente bene da rendere in maniera ottima concetti che, lungi dall'essere complessi, si attestano come spunti di riflessione su noi stessi e sulla nostra vita che lasciano dentro al lettore delle belle sensazioni.
I riferimenti sono sicuramente nelle situazioni: Alessandro, il protagonista, è un trentenne annoiato che senza un reale bisogno di lavorare, e senza saper bene cosa farsene della propria vita, immortalato ironicamente proprio in quel momento dell'esistenza identificato da suo padre come quello dello svolta, della decisione definitiva su noi stessi.
E' un ritratto quasi fedele dell'inetto di Svevo, il riferimento a Zeno io ce lo vedo. Ma ovviamente la narrativa è piena di questo prototipo umano (Ulisse da Achille Piè Veloce di Stefano Benni, il personaggio principale di un qualunque romanzo di Nick Hornby, Fabrizio Cipa da Che la festa cominci di Niccolò Ammaniti...), ed è con vero piacere che ho visto Fausto descrivere in maniera convincente questa particolare figura umana.
Sempre a proposito di riferimenti, il fatto che il perno dell'azione sia lo stabilirsi da parte di Alessandro in casa di una famiglia benestante mi ha ricordato Quella sera dorata di Peter Cameron.
Ma al di là di questi paralleli, che volendo lasciano il tempo che trovano e che in molti casi probabilmente non sono mai neanche stati incontrati dall'esperienza dell'autore, è la metafora quella che identifico come punto di grande importanza nella struttura del romanzo: per tutto il libro la dualità tra Milano (e lo scandalo che la attraversa) e quei particolari anni di Alessandro è marcata, pesante, sottolineata in un paio di occasioni anche dal protagonista stesso, che si rende conto delle affinità tra di lui e la sua città.

E questo mi è molto piaciuto: prima di accingermi alla lettura, mi ero chissà come convinto che Tangentopoli sarebbe stata il fulcro della storia, pur filtrata attraverso le vicissitudini del protagonista. Ma la realtà è che Fausto non voleva parlare di Tangentopoli, quello scandalo serviva in realtà da sfondo al romanzo. Ma uno sfondo vivo, pulsante, capace di fare da contraltare e controfigura del protagonista. Non è uno sfondo utile solo a contestualizzare la vicenda, ma un momento storico ben preciso che con le sue caratteristiche particolari si incastra perfettamente con quanto accade ad Alessandro. Alessandro la cui vita è sempre rimasta immobile, così come Milano; Alessandro che vede improvvisamente la sua vita accelerare e ribaltarsi rispetto a quanto era stato fino ad allora, e così il capoluogo lombardo che viene investito da uno scandalo politico senza precedenti, in cui sembravano essersi svegliate coscienze e giustizia.

Il 1992 come specchio dell'inquietudine personale di un anonimo milanese senza arte né parte? Sbaglieremmo anche qui. Tangentopoli è lo sfondo, ed è un sfondo che penetra nella storia in modo molto forte. Ma non solo come paragone del protagonista, ma anche per quello che è l'altro personaggio interessante del romanzo, Giulio Neyroz. Erede di un'attività che ha avuto modo di rendere più che benestante la sua famiglia, Giulio è l'esempio di qui rampolli rampanti della medio-alta borghesia italiana che in quegli anni vedevano la situazione politica assai favorevole ad una loro ascesa nel panorama sociale. La feroce critica del giovane Giulio al sistema politico ed economico italiano di allora (del tutto identico a quello attuale, il che fa riflettere che l'Italia sia un Paese dannatamente immobile, proprio come la Milano descritta da Vitaliano), visto come corrotto e dominato da vecchi con idee vecchie e avide, è spaventoso nel suo essere glaciale e ricco di speranza in un domani migliore.
Un domani governato dai giovani, dalle forze nuove che sapranno superare l'ingordigia della vecchia classe dirigente che spesso porta al malaffare per difendere i propri interessi, un domani più giusto e sano.
Ma i progetti di Giulio, che ammaliano anche Alessandro, erano solo una promessa.

L'amara considerazione appena fatta, che dà il titolo al romanzo, ricorre più di una volta nell'arco delle 430 pagine circa del libro. La promessa che le cose sarebbero finalmente cambiate, a livello politico e sociale, ma anche la promessa di una Milano più dinamica e quella, per Alessandro, di un futuro libero dai sensi di colpa immeritati. Promesse fatte per non essere mantenute, o promesse mai fatte che si avverano, o ancora promesse che si realizzano in modi inaspettati.
E se come si afferma verso la fine del romanzo, è il passato la forza più potente che ci spinge ad andare avanti, a mio parere lo è insieme alle promesse che si annidano nel passato di ciascuno, indipendentemente dal loro esito.

Fausto utilizza qui uno stile molto scorrevole e piacevole, e se da un lato pare tenere a bada il cinismo che spesso si è divertito ad inserire nelle sue storie Disney, dall'altro dà libero sfogo ad un linguaggio volgare che gli era impossibile nei suoi trascorsi fumettistici ma che qui trova spazio per incidere meglio in alcuni dialoghi, nel caratterizzare alcuni personaggi o nel dare una sensazione di realismo al cast e alle descrizioni. All'uso della parolaccia si alterna quello di un registro che non teme di essere aulico quando necessario, ed è bello vedere come i due tipi di linguaggi possano caratterizzare le due anime di casa Neyroz, che non a caso è l'epicentro per capire la vicenda personale di Alessandro e generale del Paese, 20 anni fa. Un alternarsi linguistico che mi ha ricordato ancora Benni.

Ci sarebbero tanti altri elementi di cui parlare: il padre di Giulio, la vicenda famigliare di Alessandro e il modo ottimo che ha usato Fausto per sviscerarla poco a poco, il rapporto di Alessandro con la sua fidanzata e poi con Silvia, la sorella di Giulio. Ma si potrebbe anche parlare di Tairon e dei suoi misteri, della strega, del fratello di Giulio, dei toni gialli che il romanzo prende ad un certo punto e che ricorda le atmosfere di Twin Peaks, di quei ricchi e potenti barbogi di un tempo che fu ma che era ancora (e, ahimè, per certi versi è ancora)... tutti elementi che testimoniano il complesso affresco che l'autore ha realizzato, che vive di svariate anime, ma che è inutile citare qui togliendo il piacere di scoprirle direttamente durante la lettura. Mi limiterò quindi a dire che Era solo una promessa è un romanzo ricco di spunti, interessante sotto molti aspetti e che, attraverso la storia del protagonista e della Milano di quegli anni, riesce a parlare a ciascuno di noi di un pezzettino di noi stessi.
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