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[Tito Faraci] La Vita in Generale

Qui è dove si parla di storie, di storie che parlano di cose che magari non sono successe davvero ma che potrebbero anche o che sono successe tanto tempo fa. Quel che è certo è che spesso ci toccano più di quanto non facciano le storie vere di cui siamo testimoni tutti i giorni.

[Tito Faraci] La Vita in Generale

Messaggioda Bramo » venerdì 18 settembre 2015, 19:10

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La Vita in Generale, il nuovo romanzo di Tito Faraci - nonché il primo pubblicato con Feltrinelli - è un libro indeciso.
Un'opera che destabilizza il lettore e rifugge un genere preciso potrebbe avere una valenza positiva, ma purtroppo non è questo il caso.
Non si tratta di un brutto romanzo: la trama è interessante, i personaggi sono ben descritti e lo stile di scrittura è sciolto, coinvolgente e adatto.
Purtroppo è il tono della storia che risulta indeciso, come dicevo più sopra, portando il lettore su un certo terreno narrativo... seguendo regole adatte a racconti di altro tenore. Partendo da una situazione fortemente realistica e affrontandola con sviluppi che di realistico hanno ben poco.

In estrema sintesi, la storia vede protagonista Mario Castelli (detto "il Generale"), un tempo ricco imprenditore e ora un barbone nella Milano contemporanea, dopo il fallimento della sua azienda per mano del suo migliore amico che lavorava per lui. Viene contattato da una giovane rampante che sta cercando in tutti i modi di salvare l'azienda ereditata dal padre e che vorrebbe lui al suo fianco durante una riunione decisiva con alcuni investitori. Il Generale accetta, ma oltre a lui anche i suoi amici senzatetto dovranno far parte della squadra, il che include un lavoro di preparazione non indifferente...
Già in questo riassunto si può vedere una partenza molto credibile e uno sviluppo un po' meno probabile. Ma se fosse solo questo sarebbe perfettamente accettabile. Sono alcuni scelte specifiche che mi fanno storcere il naso: il fatto che il Generale sia a capo di un gruppetto di barboni che formano tipo una "squadra di eroi" dedita a punire i balordi che vogliono stuprare ragazze senzatetto innocenti mi puzza molto. Probabilmente Faraci si è documentato sul mondo dei clochard (come dimostra un passaggio molto interessante che analizza il rapporto tra la vita in strada e il lavoro dei centri di accoglienza e di aiuto), e può anche essere che tra di essi esista un certo codice di mutuo soccorso, ma da lì a costruire un "team" che dispensa giustizia ce ne vuole, secondo me. Al di là della possibilità o meno, letto su carta è tutto fuorché credibile.
Ancora peggio è il colpo di scena finale, quando, durante la riunione che il Generale tiene con gli investitori, scopre che uno di questi è nientemeno che il vecchio amico traditore tornato dall'estero con una nuova faccia!! Una trovata che lascia interdetti non tanto per il ripescaggio di un personaggio che apparteneva solo ai flashback della vita precedente del protagonista - soluzione forse scontata ma tutto sommatoaccettabile - quanto piuttosto per il fatto che torni come se fosse un "super-cattivo" da fumetto supereroistico e per aver cambiato volto, cosa che mina ancora una volta la sospensione d'incredulità. Se aggiungiamo che il Generale frega l'avversario registrandone con il cellulare la confessione che gli fa in privato ecco che la sensazione di leggere qualcosa che c'azzecca poco con il contesto iniziale si afferma con forza, lasciando (credo) perplesso il lettore medio.

La Vita in Generale è una bella storia, una favola moderna quasi, con ambientazione metropolitana e con una morale che punta sul riscatto di chi ingiustamente ha perso tutto e ha pagato per altri, con dignità. È anche un gustoso spaccato di Milano, raccontato con il fervore di chi vive questa città in modo controverso ma appassionato, riuscendo a mostrarne con il giusto piglio le contraddizioni e i pregi.
Il romanzo offre anche dei buoni personaggi, anche se alla fine l'unico che ha le forza di restare davvero nel cuore è proprio il protagonista. Gli altri hanno elementi di interesse, ma risultano ahimè spesso solo abbozzati, lasciando appena intravedere le caratteristiche che li potrebbero rendere più tridimensionali. Esempio lampante è Zagor, un barbone soprannominato così per la sua forte passione per i fumetti (è questa l'invasione lenta che cerca di ricordare a tutti che i fumetti sono socialmente accettabili? Inserirli in modo quasi forzoso nelle opere di narrativa?), del quale si accenna al passato quel tanto che basta per farci capire cosa gli è successo, rendendolo sì la figura più tragica e triste di tutta l'opera, ma anche quella che avrebbe necessitato di ulteriore approfondimento.
Gli altri amici barboni sono figure ancora più impalpabili, visto che non beneficiano nemmeno di quel minimo di background.
Va un po' meglio con la ragazza che contatta il Generale, ben costruita; peccato per il suo amico friendzonato, la cui presenza si dimostra utile solo a meri fini narrativi, non avendo nessun vero sbocco o evoluzione.
Nel complesso a me il libro non è dispiaciuto, ma perché ho ritrovato certe dinamiche e sviluppi tipici di altro genere di racconti e del fumetto, soluzioni che conosco e che posso apprezzare. Cionondimeno riconosco anche che trovare questi elementi in un contesto come quello di un romanzo di questo tipo mi ha straniato e mi ha dato l'impressione che cozzassero un po' con le premesse e con l'atmosfera.
Gli elementi pur buoni di un romanzo leggibile e godibile come questo vengono insomma messi abbastanza in crisi dal taglio che viene dato alle vicende e allo sviluppo della storia, che personalmente ritengo minino l'equilibrio della narrazione e facciano vacillare il patto narrativo instaurato nelle prime pagine.
Andrea "Bramo" L'Odore della Pioggia
Osservate l'orrendo baratro su cui è affacciato l'universo! ... senza spingere...

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