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[Netflix] The OA

L'America non vive di soli hamburger ma anche di una grassissima infornata annuale di serie tv di tutti i generi, dal tentacolare procedural a piccole grandi epiche.

[Netflix] The OA

Messaggioda Francesco F » sabato 24 dicembre 2016, 10:19

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Serie creata da Brit Marling e Zal Batmanglij, con Brit Marling, Emory Cohen, Scott Wilson, Phyllis Smith, Alice Krige, Patrick Gibson, Brendan Meyer, Brandon Perea, Ian Alexander, Jason Isaacs,
Otto episodi su Netflix dal 16 dicembre 2016.

Il "guaio" di Netflix è che ti pubblica subito tutti gli episodi, e praticamente già il giorno dopo fioccano gli spoiler. Quindi state attenti e non cercate altre informazioni su internet almeno finché non avete superato metà stagione.

Approda in TV una coppia di autori indipendenti che, zitti zitti e senza troppi premi né l'attenzione di gran parte della critica, lavora con dedizione a progetti sempre originali e che rapidamente diventano di culto. Brit Marling e Zal Batmanglij se la suonano e se la cantano ormai dal 2011 scrivendo insieme, lei anche interpretando, lui anche dirigendo, e il fratello di lui, Rostam Batmanglij, musicando.

Credo sia utile prepararsi alla visione di The OA guardando i loro film precedenti: Another Earth (2011), Sound of My Voice (2011) e The East (2013). In particolare i primi due ci introducono bene al tono e al genere di questa nuova serie: qualcosa fra fantascienza, mistery, occultismo, metanarrazione e tempi moderni. Un genere difficile da definire, ma che possiamo chiamare "genere Brit Marling".

La storia: cavolo, da dove comincio? Prairie (Brit Marling) è scomparsa sette anni fa. Oggi riappare su un ponte dell'autostrada, da cui si butta. In ospedale ritrova i suoi genitori ma non li riconosce perché sin da quando la adottarono Prairie era cieca. Adesso invece ha misteriosamente recuperato la vista. Non è in stato di shock: ricorda perfettamente cosa le è accaduto in questi sette anni, ma raccontarlo non è impresa semplice. Soprattutto: quella storia, cominciata sette anni prima, è tutt'altro che finita. Lasciamo che Prairie (è il suo nome adottivo, ma lei adesso dice di essere "lo OA", qualunque cosa significhi) ci racconti la sua storia; la racconti a noi pubblico e a cinque eletti "forti e flessibili" (???): un bullo diciassettenne spacciatore di droga ma che "profuma di buono", un ancor piú giovane orfano tossicodipendente, un ancor ancor piú giovane transessuale, un giovane secchione e sportivo di belle speranze ma cocainomane, e una insegnante intransigente ma piú sensibile di quanto voglia dare a intendere (Phyllis Smith, la voce di Tristezza in Inside Out... tanto per aumentare l'effetto "what the f**k").

Non disperate, che già al terzo e quarto episodio arrivano delle risposte: una bussola per orientarsi nella missione che sembra attendere i nostri magnifici cinque. Una missione che è anche un atto di fede, e vi lascio immaginare quanto questo possa cominciare a infastidire un certo pubblico, specialmente considerando che quando la storia si fa soprannaturale il basso budget si fa sentire: l'inesperienza e l'ambizione degli autori nel giocare a raccontare "l'infinito", e l'abuso di green screen, mettono alla prova la sospensione dell'incredulità.

L'ambiguità del personaggio di Prairie (ha vari nomi; io per ora la chiamo cosí) e soprattutto la consapevole fissità dello sguardo di Brit Marling, sempre sull'orlo dell'effetto gatta morta, sono meccanismi narrativi essi stessi: gli altri personaggi ne sono ipnotizzati o repulsi e questo definisce le loro scelte e le loro azioni. In particolare i personaggi ipnotizzati, che la seguono come adepti, lo fanno in controtendenza rispetto al loro carattere: una forzatura psicologica sicuramente voluta ma che solo l'evolversi della missione potrà giustificare (o sconfessare). Almeno cosí sembra, arrivati al quarto episodio, oltre il quale non mi sono ancora spinto. Un episodio enorme che fra l'altro dà anche una prima spiegazione del significato di "OA" (e dà dolori all'adattamento italiano).

Anche senza scavare a fondo, c'è da meravigliarsi anche solo in superficie: la sequenzialità del montaggio è ipnotica quanto "il suono della mia voce" (nel terzo episodio citano spudoratamente il titolo del loro film del 2011) e i passaggi piú importanti fra un livello narrativo e l'altro sono sottolineati in maniera enfatica da musica e monologhi, con l'effetto piú sorprendente già nel primo episodio che, giuro: brividi simili solo col Signore degli Anelli. Da queste guarniture di puro formalismo trasuda l'entusiasmo genuino di Marling & Batmanglij. Una nuova frontiera del nerdismo: piú ascetico e meno identitario; poco gioco e piú atto di fede. Qualcosa che riscatta, che so... il finale di Lost.
DISCUSSIONE, NON RECENSIONE!

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Re: [Netflix] The OA

Messaggioda Francesco F » domenica 25 dicembre 2016, 19:34

L'ho appena finita di vedere. Confermo quanto detto finora (magari aggiornandovi sull'episodio piú succoso, che è il quinto ancora piú del quarto).
Alla luce del finale (che ovviamente non termina la storia e invita a una seconda stagione, anche se io come al solito lascerei tutto cosí) tutto è da discutere, elaborare, teorizzare. Spero che qualcuno qui lo segua, cosí iniziamo a spoilerare un po'...
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