Il Sollazzo Chiede

Intervista a Teresa Radice e Stefano Turconi

In questi anni di “rinascimento fumettistico disneyano”, due nomi di spicco sono senza dubbio Teresa Radice e Stefano Turconi. Coppia fissa nella vita e nel lavoro, Teresa è una brillante sceneggiatrice che si è fatta le ossa su Witch prima di approdare con costanza su Topolino, mentre Stefano è un disegnatore della “fucina barbucciana” che diede il proprio contributo a PK in tutte le due declinazioni editoriali, oltre che a cicli di successo sul settimanale Disney come ad esempio Le Storie della Baia di Alberto Savini e diverse storie di Paperino Paperotto.

La serie, nata da una loro idea e curata esclusivamente da loro, Pippo Reporter, li ha resi presto molto amati presso i lettori disneyani, così come altre storie in cui hanno saputo dare un punto di vista più umano agli standard character.

Da poco più di un mese è in libreria e fumetteria Viola Giramondo, la loro prima graphic novel, edita da Tunuè, che ha confermato la loro bravura e versatilità.

Ma Teresa e Stefano, oltre ad essere tra i migliori autori attualmente in forza al settimanale disneyano, sono anche grandi amici della Tana del Sollazzo e di alcuni utenti in particolare. Teresa spesso passa a commentare sul forum, e ogni volta che i due sono a qualche fiera, che sia Lucca o Cartoomics, ci tengono sempre a incontrarci per passare del tempo assieme e fare quattro chiacchiere. Si è insomma sviluppato un rapporto che va oltre quello classico tra autori e fan, diventando una vera e propria amicizia fatta di affetto e stima da entrambe le parti, coltivata nel corso degli anni tra incontri, messaggi, chiacchierate, merende insieme e aggiornamenti reciproci sulla propria vita e sulle proprie attività, con uguale interesse da parte nostro verso le future storie a fumetti della coppia e da parte loro verso la crescita della Tana del Sollazzo, luogo che Teresa frequenta fin dai primi anni del forum.

Ospitarli in Il Sollazzo Chiede era quindi doveroso ma soprattutto naturale e spontaneo, specie in coincidenza con un momento così importante per la loro carriera come l’uscita di Viola Giramondo.

Invitati direttamente a casa dei coniugi, la fantomatica ed accogliente Casa Senza Nord, durante una piacevolissima merenda a base di tè marocchino, torta e biscotti, Valerio Paccagnella, Vito Stabile, Isabella Di Leo, Andrea Bramini e Anna Colella, la sua ragazza, hanno posto qualche domanda a Teresa e Stefano per l’intervista che segue.

Ci piace considerarlo una sorta di omaggio che il Sollazzo fa ai suoi utenti a conclusione delle Feste natalizie.

La prima domanda è ovviamente su Viola Giramondo, il vostro lavoro più recente. Da dove è nata l’idea di raccontare questa storia? Che cosa volevate comunicare con essa?

Teresa: Prima c’è da dire una cosa: Viola Giramondo è nata come un progetto specificatamente per i Tipitondi [collana della casa editrice Tunuè, ndr]. Quando noi abbiamo proposto il progetto, di Tipitondi ne erano usciti pochi, Octave e pochi altri.
Abbiamo quindi preso Octave come modello: infatti, l’idea di una storia divisa in tre parti autoconclusive ma in continuità l’una con l’altra, che alla fine ci raccontano una grande storia, si ispirava un po’ alla struttura di quel fumetto di Chauvel e Alfred. Volevamo proporre qualcosa che andasse bene per questa collana. Loro ci “corteggiavano” da un po’, noi non sapevamo esattamente se eravamo adatti a loro, poi guardando altri Tipitondi ci siamo detti: “Be’, possiamo fare una cosa sul nostro stile Disney!”. Una cosa, cioè, che vada bene per i ragazzini ma che non sia necessariamente solo per ragazzini, adatta a tutti e con diversi livelli di lettura: qualcuno legge semplicemente l’avventura, qualcun altro coglie le citazioni e così via.
Volevamo fare qualcosa di allegro, qualcosa sulla bellezza. Siccome il nome Viola l’abbiamo scelto per nostra figlia perché fosse un augurio, perché aveva al suo interno tre cose belle – cioè il fiore, il colore e lo strumento musicale -, abbiamo pensato: “Ok. Facciamo qualcosa su una ragazzina che in un certo qual modo porta la bellezza nel mondo senza accorgersene, e inconsapevolmente ispira bellezza negli altri”. Siccome l’avremmo divisa in capitoli, potevamo proprio dedicare un capitolo alla bellezza artistica, uno alla bellezza musicale e uno alla bellezza della natura, che sono i tre significati del nome Viola, e così abbiamo cominciato.
Abbiamo preso per i primi due capitoli due personaggi storici che ci piacevano molto, e che sono agli antipodi: Toulouse-Lautrec trova la bellezza tra le ragazze del Moulin Rouge, nell’eccesso, invece Dvorak la trovava in tutt’altro posto, cioè nella solitudine; era molto credente, era solitario, un tipo che ammirava la natura. Erano due esempi opposti. Quindi l’idea era di mostrare che quando noi cresciamo e incontriamo gli altri, impariamo da tutti, indipendentemente da chi sia l’altro: impariamo da tante persone anche se sono tipi opposti tra loro. Infine la natura è venuta di per sé.
L’ultimo episodio è stato un po’ un modo di raccontare quello che non avevamo detto prima. Cioè prima presentare tutti i personaggi, farti affezionare a loro, e alla fine farti scoprire cos’era successo in precedenza.

Stefano: L’ambientazione del circo, poi, è stata scelta anche perché volevamo far andare Viola in giro per il mondo.

Teresa: Il tema del viaggio serviva per sottolineare l’incontro con l’altro, perché puoi incontrare l’altro anche nel tuo piccolo mondo, però è chiaro che se ti muovi incontri altri più “altri” di te.

Stefano: Un autore mette quello che più gli piace: a noi piace viaggiare, e il bello del viaggio è che poi incontri altre persone che vivono in modo diverso da te, la loro bellezza sta nella diversità.

Teresa: Alla fine, molti dei temi che ci sono in Viola c’erano anche in Topolino e il grande mare di sabbia, e qui sono stati amplificati.

Avete anticipato la seconda domanda. Perché il circo, come realtà in cui vive e cresce la protagonista, e attraverso il quale descrivere il viaggio e la conoscenza di altre persone?

Stefano: Il circo offre due possibilità sotto questo aspetto: il circo viaggia, quindi gira il mondo, ed è esso stesso un mondo, un piccolo mondo di gente tutta diversa e stramba; perché alla fine, da che mondo e mondo nel circo ci sono quelli strambi, i reietti, i nerd… sono loro che finiscono nel circo. I freak, quelli un po’ emarginati, un po’ solitari, quelli un po’ diversi dagli altri finiscono in un circo.
Il nostro comunque è un circo senza animali; l’unico è il gibbone, che però non fa parte dello spettacolo.

Teresa: Nel primo episodio, quando Viola viene cacciata da scuola, dice che vorrebbe un paio di genitori con quei lavoroni normali. Ci siamo immedesimati con la nostra Viola che, quando sarà più grande, potrebbe dire di noi la stessa cosa: che ci ha sempre in casa, che facciamo cose “strane” che non sempre sono capite nel quotidiano dal resto del mondo… immaginiamo che i nostri bambini questa cosa un po’ la soffriranno quando saranno grandi. Anche se loro crescono in un ambito un po’ diverso, una casa un po’ diversa, dove magari acquisiscono delle passioni che gli altri bambini magari non hanno. Si sentiranno un po’ diversi… nella fase pre-adolescenziale di solito scatta il rifiuto di quello da cui sei venuto per trovare la tua di strada; un po’ come quando Viola dice: “Io vorrei essere una persona normale, e invece guarda cosa mi tocca!”, per poi scoprire che non è male quello che lei è. Penso sia una cosa dalla quale dobbiamo passare tutti.

Avete citato prima la divisione della storia che è stata strutturata non in un racconto unico, ma in tre parti praticamente autoconclusive, che comunque segnano un po’ la crescita, la maturazione di Viola, soprattutto considerando il tema dell’ultimo che rappresenta probabilmente una delle fasi della crescita più dure e sincere. Qual è il motivo di questa struttura?

Teresa: Era l’unico modo che ci è venuto in mente: non sapevamo esattamente quali fossero i requisiti formali della collana, quindi abbiamo preso a modello quello che c’era e che ci sembrava funzionasse. Poi era un modo di raccontare che abbiamo utilizzato e utilizziamo su Topolino, perché alla fine le tre storie del volume, con 120 pagine totali, contano più o meno 30 o 40 pagine l’una.
Ma più che altro, come anticipavo prima, volevamo evidenziare i tre aspetti del nome Viola, i tre tipi di bellezza evocati da questo nome. Nel primo episodio le viene detto che ha un “nome letterario”, in riferimento alla Viola di Shakespeare; nel secondo si sottolinea che è un “nome musicale”; nell’ultimo si indica che è un “nome floreale”.

Da un punto di vista grafico, Stefano, volevamo capire un po’ se e quanto potrebbe aver influito l’animazione disneyana nel tuo lavoro con Viola. Per quanto riguarda altre opere d’arte, quali possono essere state invece le ricerche per ricreare gli ambienti della storia?

Stefano: Quella dell’animazione è una cosa che mi chiedono tutti: spessissimo mi domandano se ho lavorato nel campo dell’animazione. Non ho fatto animazione, però è uno stile che ho ereditato dall’aver studiato con Barbucci… adesso non so se lui ne abbia fatta davvero, ma studiava moltissima animazione e ci ha insegnato a fare lo stesso, quindi poi questa inclinazione è rimasta. Alla fine i cartoni animati ti restano in testa, e non te ne accorgi ma fai fare ai tuoi personaggi quello che hai visto fare lì: è una cosa che non ti togli di dosso, ed è subliminale, lo fai anche senza rendertene conto. Poi nei personaggi finiscono anche tanti miei gesti caratteristici, ma questo è un tratto in comune alla maggior parte dei disegnatori. C’è sempre un po’ del disegnatore nel disegno.

Teresa: È quello che succede anche allo sceneggiatore: alla fine si scrive di sé cambiando qualcosa.

Stefano: Spesso mi guardo allo specchio per disegnare delle espressioni particolari. L’ho fatto anche stamattina [lavorando a Il Porto Proibito, la loro nuova graphic novel che sarà pubblicata nel 2015 da BAO Publishing, ndr]: nella marina inglese non c’è il nostro “attenti” ma si fa così [fa il gesto, ndr] con la nocca, ed è difficile da disegnare; allora stamattina mi sono messo davanti allo specchio per copiarmi con la nocca in questa posizione. È utilissimo alla fine. Ci si mette tantissimo dentro.
Invece, sull’aspetto della documentazione, sono maniacale su queste cose: vado a cercare di tutto, sui libri, un po’ su internet, anche se poi mi scoccio perché trovo sempre immagini piccole e non ci ricavo niente. Sono meglio i libri. Per vedere come sono fatti i costumi, gli ambienti, sono andato a pescare vecchie foto del Moulin Rouge. Tutti sanno com’è fatto il Moulin Rouge, ma le due case di fianco sono diverse da quelle che c’erano all’epoca. Quindi in questi casi è necessario andare a pescare le vecchie foto dei vari ambienti per capire come sono fatti; però può essere che trovi solo una vecchia foto di scorcio, quindi devi immaginarti un po’ il resto. Allora ci metti un albero davanti per camuffare… Però su queste cose sono sempre stato maniacale.

Teresa: La stessa cosa vale per la storia: i due personaggi storici che ci sono dovevano essere ritratti con la massima fedeltà possibile in rapporto alla loro epoca. Noi abbiamo scelto il 1893 perché è l’anno della prima della nuova sinfonia di Dvorak, poi siamo tornati qualche tempo indietro per metterci tutto il resto. E quindi: nel 1893 Toulouse-Lautrec stava con Jane Avril? Sì. Aveva lo studio in Rue Caulaincourt? Sì, e allora lo metti. E per Dvorak la stessa cosa: gli piaceva costruire modellini di locomotive, allevava piccioni… è tutto vero! Non c’è niente di finto.

Stefano: Sulla documentazione, anche quando facevo i corsi, ero fissato: se dovevi disegnare un soldato della guerra del 1712, ad esempio, andavi a vedere com’era vestito, com’erano fatte le armi, i cannoni eccetera.
Io ho cominciato con Giovan Battista Carpi: ma già questa mania ce l’avevo prima, perché da lettore di Asterix acquisisci questo tipo di curiosità. Carpi questi discorsi me li faceva. Se devi disegnare il soldato russo dell’epoca di Napoleone, deve essere quello lì. Il fucile dev’essere quello corretto e così via…
Sempre in tema di fucili, prendi la spingarda di Paperone: è difficilissimo vederla disegnata giusta, solo Giorgio Cavazzano la fa perfetta, perché è fatta in un certo modo, con tutti i pezzi al posto giusto. E quindi vanno sempre studiati questi dettagli, nei limiti del possibile.

Teresa: E non ti dico quello che sta succedendo adesso per preparare la nostra storia successiva. Ormai dico: “Viola, lì! Al mascone di dritta!”

Stefano: Siamo pieni di libri su come funzionano le vele, i cannoni, come si fa a sparare…

Teresa: È bellissimo perché tu passi due anni della tua vita completamente dentro un’atmosfera e poi si cambia: eravamo due anni dentro al circo, adesso saremo due anni in mare. E dire che io soffro il mal di mare! Però è bellissimo, perché sei in compagnia dei tuoi personaggi.
Però è bello alla fine: abbiamo scoperto sul conto dei due personaggi storici cose che non sapevamo e abbiamo scelto i loro lati a noi più consoni, che più ci somigliano, da mettere dentro la storia. È vero che Toulouse-Lautrec aveva litigato con quel tizio a cui voleva vendere un quadro; è vero che aveva litigato con quell’altro e si erano sfidati a duello; è vero che aveva come amico Van Gogh. Sono cose realmente successe. Si possono prendere come parte della storia e non cambia niente, ma se il lettore conosce questi fatti perché è appassionato, ne rimane piacevolmente colpito.

Stefano: Anche perché non è che costi chissà quanto in più: si tratta di leggersi qualcosa prima, e soddisfare una curiosità. Chi fa questo lavoro alla fine lo fa perché è curioso. La molla è quella lì.

E le ricerche sono soprattutto web o cartacee?

Stefano: Il grosso cartacee. Tutto quello che è mi possibile trovare nei libri, lo prendo da lì. Poi se non posso, se ho fretta, allora internet. La prima scelta però sono sempre i libri.

Teresa: La primissima scelta sarebbe andare a vedere le cose di persona. Ad esempio per il Canada che vede Viola, l’ispirazione viene da quel viaggio che abbiamo fatto noi, come ambiente, come paesaggi… Siamo andati ad Halifax, a Providence ci si è passati per caso, a Damasco…

Stefano: Ad esempio, nella scena dove si vedono i dolci, la scritta in arabo è quella del negozio di dolci fotografato e che aveva quelle scritte.

Teresa: Cioè, sono i veri dolci siriani.

E invece per quanto riguarda i personaggi, ad esempio abbiamo visto che gli orsetti sembravano quelli di Brave, i fratellini di Merida…

Stefano: Quello è stato involontario, non mi sono rifatto a quello. Mi piace però molto Koda Fratello Orso, e l’orso lì è molto bello perché tratto dallo studio di orsi veri.

Teresa: Però è vero il fatto che si assorbe da quel che ci piace… Per esempio qui in casa è pieno di libri che ho adorato, solo che il discorso è che io ho le agende, come i nerd, e quando leggo i libri mi scrivo le frasi che mi hanno colpito. Mi tornano alla memoria anche da sole, se mi sono piaciute, però alla fine non so più chi le abbia dette. Quindi, anche se in Viola Giramondo ho ringraziato un sacco di autori, non so più chi ha detto cosa! Sono diventate parte di ciò che penso io. Alcune le ha dette veramente Thoreau e lo so, però per il resto distinguerle non è facile perché ormai sono parte di te, e penso che con il disegno sia la stessa cosa.

Facciamo un’appendice sul disegno. Parliamo dei colori, anche quelli curati da te, Stefano. Volevo capire con che sensibilità li hai curati, come ha giocato il fatto di avere seguito completamente tu la fase di colorazione al contrario di quanto accade su Topolino.

Stefano: Curare la colorazione mi piace tantissimo, volevo proprio farlo. Fosse per me colorerei anche le storie Disney, perché quando disegni stai già immaginando il risultato a colori; poi invece lo colora un altro che magari è bravo ma non fa quello che volevi tu. Quando curi tu la colorazione, invece, fai quello che vuoi. E poi qui volevo sperimentare una cosa… Quando inizi a lavorare con il computer finisci per usare Photoshop sempre di più, poi alla fine hai voglia di tornare un po’ indietro. E allora qui in Viola Giramondo ho voluto usare tantissimo il pastello. Tutto quello che avete visto che sembra pastello è pastello. Se vi domandavate: “Ma che programma… ?”, è pastello. Caran D’Ache di tutti i colori, molto sporco, e poi sotto dei fondi piatti al computer… quasi piatti, la maggior parte sono fondi piatti. Qualche texture ma poche, qualche tratto con Photoshop con effetto gessetto ma molto poco; il grosso son i pastelli. A me piace usare la matita, sporcarmi, usare la carta, sentire la materia. Ci sono tanti colleghi che utilizzano la Cintiq, che a me interessa perché la strada futura è quella, però se da un lato guadagni da un altro si perde qualcosa. La sensazione della matita sul foglio è una cosa impagabile. È proprio un’altra cosa, e in Viola Giramondo sono riuscito ad usarli tanto; poi noi volevamo fare una storia molto colorata e il pastello si presta molto. È morbido, puoi permetterti di non essere molto preciso… Anche l’idea delle divisioni delle vignette senza contorno, tutto sfumato… è velocissimo da fare perché uno si fa la gabbia già fatta, bianca, la metti sopra, una barra orizzontale, una verticale per fare le divisioni e in un attimo è fatta. Non devi girare qualcosa perché magari l’hai scansionato un po’ storto, è già tutto fatto quindi diventa più veloce. Poi con il balloon senza bordo diventa tutto più semplice. È stata proprio una scelta pensata. Abbiamo anche fatto di necessità virtù, visto che bisognava scegliere una tecnica veloce.

Teresa: Anche perché non è tanto veloce colorare tutto. Poi Stefano ha curato anche il lettering.

Stefano: Esatto. Quindi con questa tecnica riuscivo a stare su una tavola al giorno, una buona media.

Leggendo il vostro libro abbiamo notato una cosa che avevamo già trovato anche nella vostra recente produzione disneyana: la dolcezza. Dolcezza nelle situazioni, nei caratteri dei personaggi, nei dialoghi… Questo si collega ad alcune questioni. La prima riguarda i dialoghi: alcune volte notiamo una certa verbosità nei personaggi, tante parole, tanti balloon molto ricchi e, nello specifico della vostra graphic novel, anche una scelta lessicale molto ricercata, che forse alle volte stona con il personaggio di Viola. E’ molto bella la sensazione di serenità che si sente alla fine della lettura, ma come fai a capire se stai superando il limite o no, se sta diventando eccessiva la dose di “miele” che distribuisci e che potrebbe essere stancante per una certa fetta di lettori?

Teresa: A quel lettore lì dico che ha sbagliato fumetto! Scherzi a parte, per quanto riguarda il tema dei dialoghi, mi domando anch’io queste cose, però… quando scrivevo per le Witch sapevo che Will non avrebbe potuto mai parlare così. Però questa è Viola, una bambina che vive nell’Ottocento. Nell’Ottocento sicuramente avevano un modo di parlare diverso, che io non posso sapere perché sono nata adesso; per cui ho considerato che a me piacciono le parole, questo era il nostro libro, il nostro personaggio, e che Viola è una bambina diversa, che si sente diversa, ha un padre che è un professore universitario che la obbliga a studiare, fa parte di un mondo dal quale ha tantissimi stimoli. Anche se lei all’inizio non è legata ai libri, li scopre più avanti, riceve tantissimi stimoli da tutte le parti; anche questo mix di parole, di lingue, chissà mai che non le faccia già bene da subito. Corro un rischio a farla parlare come una bambina un po’ più grande? Ma sì, pazienza, l’ho fatta io, rischio. Will viveva ai giorni nostri, aveva un linguaggio che doveva essere quello spiccio delle ragazzine, non avrebbe mai detto “l’autunno che allunga le sue dita sulle foglie”, ma Viola lo può dire. Mi sono detta che era la strada giusta. Se poi qualcuno lo trova smielato, pace, chiuderà il fumetto e dirà: “Però i disegni sono belli!” [ride].
Questa della credibilità dei dialoghi è un’osservazione che mi hanno fatto molto spesso, anche per altre cose che noi facciamo; ci troviamo sempre di fronte al compito di fare delle storie, raccontare delle cose, che poi non si inseriscono nei canoni delle cose che devono essere pubblicate.
Ad esempio, come è successo con il Porto, scrivi un romanzo che ha per protagonista un ragazzino che ha 13-14 anni, ma la storia è una storia per adulti; allora gli editori ti dicono: “Ok, ma allora il protagonista deve essere un adulto”. Oppure: “Se il protagonista è un ragazzino, il libro deve essere per ragazzini”. Sono stati scritti libri come L’eleganza del riccio e Io non ho paura, che sono raccontati dal punto di vista di due ragazzini, ma non sono destinati a loro: quindi non può essere una regola fissa.
Per tornare a Viola, certo, una ragazzina di oggi non parlerebbe così, però io mi ricordo i miei temi delle medie, ed erano così. Mia mamma faceva la maestra alle elementari e io ricordo che i suoi alunni avevano una proprietà di linguaggio incredibile, perché leggevano. Ora, è vero che Viola all’inizio non legge, però è una bambina che fa esperienze. Viola, nostra figlia, adesso ha una proprietà di linguaggio che ti fa venire i brividi perché ti risponde già come un’adolescente.
Mentre, per esempio, una certa prolissità in Toulouse-Lautrec era voluta: quando lui fa quel discorsone su: “Ah, la bellezza del corpo femminile…” eccetera, infatti Viola gli dice che ha usato dei paroloni… È la stessa cosa con Dvorak che addirittura, quando Viola è insieme al giovane ragazzo che ha incontrato, continua a dire: “Ah, la musica! È una cosa del paradiso!”… Era voluto che fossero iperbolici. E Viola prende un po’ di queste iperboli e le fa sue.
Però sì, capisco l’osservazione sulla verbosità…
Invece, per quanto riguarda l’altra questione, credo che più che la dolcezza sia il sentimento la chiave della storia: a me interessano le emozioni dei personaggi. Anche adesso che stiamo facendo L’Isola del Tesoro in tre puntate per Topolino… alla fine la storia è quella lì, non puoi stravolgere la trama, devi solo trovare delle soluzioni disneyane per raccontare quella storia; allora cosa ho fatto? Topolino fa Jim Hawkins / Jim Topkins, è un Topolino un po’ più piccino, spelacchiato, e mi interessa vedere la storia dal punto di vista delle sue emozioni. A me delle storie piacciono le emozioni vive, mi sembra la cosa più interessante perché sono quelle in cui tu ti immedesimi.
Per cui, tornando a Viola… parla un po’ forbito? Fa niente, è una bambina dell’Ottocento. Magari poi parlavano peggio di noi, ma io non c’ero quindi… [ride]
Tutte le cose che ho sempre amato, sia nel cinema che nei libri, e che mi sono rimaste come dei capisaldi, sono sempre state cose in cui mi sono identificata. Magari poi mi sono identificata con un vecchio brutto con il bozzo sul naso, o con uno che era lontanissimo da me, che so, un padre… mi viene in mente un libro della Mazzantini, che io adoro e che scrive in un italiano ricercato… Perché? Perché riusciva a raccontarti le cose da un nuovo punto di vista. E allora tu puoi diventare chiunque. È questo il bello del film, del fumetto… tu novantenne puoi diventare una bambina di dodici anni. Per cui, secondo me la cosa più interessante di tutte nella vita sono le emozioni che viviamo.

Rimaniamo sempre sul discorso che stavamo facendo riguardo la psicologia dei personaggi, i loro sentimenti etc. parlando di due vostre storie disneyane: Topolino e il grande mare di sabbia e Zio Paperone e l’isola senza prezzo. Volevamo capire un po’ il dietro le quinte che vi ha portato a realizzare queste due storie, e visto un po’ il lavoro che è stato fatto con i personaggi, Topolino e Minni in una, Paperone nell’altra, se secondo voi ci sono altri personaggi Disney che potrebbero meritare un trattamento del genere, cioè una storia che indaghi un po’ più a fondo i loro sentimenti, come avete fatto con loro.

Teresa: Ci saranno nella mini-serie in cinque puntate ambientata negli anni ’70: c’è un trio inedito di paperi che vengono mostrati in un modo particolare… ci siamo immedesimati in loro e faranno delle cose diverse che li porteranno a fare un percorso peculiare… Ma non posso anticipare nulla.
Per quanto riguarda Zio Paperone e l’isola senza prezzo, eravamo in redazione e Davide Catenacci ci dice: “Guardate, prima vi chiedevamo storie dei Topi, ora però ne arrivano un sacco sui Topi e ce ne servirebbe una dei Paperi. Una storia dei Paperi estiva”. Noi siamo scesi, siamo andati al bar e abbiamo incominciato a parlarne. Decidiamo di provare un’accoppiata stramba; forti di Pippo e Minni di Pippo Reporter, ormai cerchiamo solo le accoppiate strambe. Paperone? Sì, ok. Con chi lo mettiamo? Paperino? Troppo semplice… pensa che ti ripensa, è uscito Paperoga.

Stefano: Per una volta anziché prendere Paperino come fa sempre, Paperone si porta appresso Paperoga.

Teresa: Poi da qui ci siamo chiesti: “Che viaggio ci mettiamo? Estivo… qualcosa di estivo… La Grecia!”
Tra l’altro, neanche a farlo apposta, è anche un periodo di magra per la Grecia, poverini… a noi la Grecia è rimasta nel cuore, in totale abbiamo fatto due viaggi in quel Paese. La storia ha tratto più ispirazione dal secondo, quello in cui siamo rimasti per sbaglio fermi su un’isola per una settimana: l’isola si chiama Skyros, l’ultima delle Sporadi dove non va mai nessuno. L’aereo partiva solo di domenica, c’era il mare mosso e non si poteva navigare. E noi, felicissimi di poter sfruttare quel tempo per visitare meglio l’isola, abbiamo affittato una jeep e abbiamo scoperto che in un giorno si girava tutta l’isola, dato che per metà è territorio militare e non è accessibile, e l’altra metà era tutto brullo e non potevi andare…

Stefano: E poi i contadini avevano i cani: era pieno di cani dappertutto e quindi non potevi neanche entrare nei terreni…

Teresa: …alla fine siamo stati otto giorni prigionieri su quest’isola; nella storia Skyros è diventata Skyfos, e infatti le foto di Skyfos sono esattamente quelle di Skyros.

Stefano: Un giorno, dopo che la storia è stata pubblicata anche in Grecia, ci ha scritto un signore italiano che ha un monolocale a Skyros, dicendoci: “Bellissimo! Avete raccontato la mia isola, che bello! Però non fate troppa pubblicità, altrimenti vengono in troppi qua!”

Teresa: L’altra invece, Topolino e il grande mare di sabbia, è nata da un meraviglioso viaggio in Algeria. Era un mondo diverso dal solito per i personaggi, avevamo voglia di farli recitare… Siamo partiti credo da Pippo, che era perfetto come tuareg, e poi volevamo fare un Topolino che fosse simpatico, un Topolino in cui ti potessi identificare, un po’ fighetto magari, come in certi telefilm americani… Questa però è stata una storia concepita da noi, mentre L’Isola senza prezzo è nata dalla richiesta di una storia estiva con i Paperi. Al riguardo comunque c’è da considerare anche la richiesta di Vito, che da tempo ci aveva chiesto una storia con Paperone… Quindi è una richiesta venuta da Vito e Catenacci. 😛

Stefano: Il fatto di far parlare i greci con quell’alfabeto, preso da Asterix, è stata un’idea di cui siamo soddisfatti, e alla fine ha funzionato.

Abbiamo parlato di due storie che comunque, anche se una su commissione, sono state molto vostre, molto sentite perché partite da voi; andiamo indietro nel tempo per te, Teresa, invece: Witch. Volevamo sapere in breve qual è stata la tua esperienza in questa testata, e come secondo te un autore può lasciare il suo “segno” all’interno di un progetto corale e non suo, che vive di una vita propria, in cui l’autore è piuttosto al servizio del fumetto e non viceversa.

Teresa: Be’, alla fine è come in Topolino. Non ho mai pensato di scrivere in Witch per lasciare il segno. È capitato così… anche qui è la stessa cosa di prima, m’interessa raccontare le emozioni.
La prima storia che ho scritto è stata quella dell’Oracolo, ed era una storia che, mi pare, uscì in aprile, in periodo di Pasqua, ed effettivamente la trama era un po’ una storia pasquale, no? Il dio che viene torturato, gliene fanno di tutti i colori, poi lui soffre, però c’è qualcosa aldilà del tunnel… queste cose qua… E mi ricordo che, mentre la realizzavo, scrivevo a Veronica Di Lisio [allora direttrice di Witch, ndr] cose come: “Oh, lo sai che… mi sto emozionando! Mi piace!”
Era questo, alla fine. Di Witch io ero una lettrice, prima di essere un’autrice, per cui mai avrei pensato di poterci mettere mano; ero una lettrice quando già facevo Topolino, per cui mi dicevo: “Eh, Witch mica fa per me. Quelle cose non so scriverle, io”. La serie mi piaceva già in precedenza, quindi: era il primo episodio che facevo, ero emozionata già di mio, la storia poi era abbastanza importante, perché era un punto chiave… Credo che le storie di Witch che mi è piaciuto di più scrivere siano state proprio quelle dove potevo mettere qualcosa di me. Poi, andando avanti con la serie, naturalmente c’erano sempre più vincoli da rispettare per lo svolgimento della storia e di conseguenza era più difficile mettere qualcosa di proprio.
Dopo l’esperienza di Witch, io e Stefano siamo tornati insieme su Topolino con Pippo Reporter, e questa serie è stata proprio una cosa inedita: nessuno aveva mai proposto una serie ideata da uno sceneggiatore e un disegnatore, che sarebbe sempre stata portata avanti da questi due. Abbiamo provato a proporla, ed è piaciuta. È stato Cordara a darci l’ok e il via al primo episodio: nel mio progetto iniziale erano compresi i primi tre, poi il risultato è piaciuto e il progetto ha proseguito. Infatti mi ricordo che all’inizio qualcuno si chiedeva chi avrebbe scritto gli episodi successivi, perché pensavano che fosse un lavoro su commissione, come certi progetti di redazione, per cui si mette insieme un gruppo di sceneggiatori e un gruppo di disegnatori che si alternano al lavoro.

Una domanda per Stefano. Abbiamo notato che alcuni disegnatori tendono ad esasperare il proprio stile dopo qualche anno di attività e, una volta raggiunto il loro apice, alcuni diventano quasi manieristi. Tu sembri invece in continua evoluzione verso una sintesi stilistica sempre più efficace. Dato che noi abbiamo riconosciuto questa differenza, volevamo capire qual è il segreto per non deragliare.

Stefano: Intanto essere sempre cosciente che può capitare questa cosa, perché la vedi capitare ad altri. Vedi cosa succede, e ti dici che non vuoi diventare così. Il disegnatore ha davanti a sé tante strade, tante possibilità. Ci sono quelli più “artistici” che possono “fare un po’ la stessa cosa tutta la vita”, e fare delle cose però belle; un esempio è Emanuele Luzzati, l’illustratore, che ha uno stile così marcato che capisci sempre che è lui. Però le sue opere sono sempre di livello artistico, sono sempre belle; cioè, tu fai una cosa tutta la vita e la fai sempre in un certo modo.
Altri hanno delle evoluzioni, e le evoluzioni possono finire in tante maniere. Uno intanto deve esserne sempre cosciente; un disegnatore di fumetti sta raccontando una storia, quindi se la stai raccontando ad un bambino, il bambino deve sempre capire che cosa stai raccontando.
A me piace cambiare, non fare sempre le stesse cose, e questo è il motivo per cui non rifarei mai Wondercity o Akameshi; tanti mi chiedono perché non faccio il terzo numero di Akameshi, per chiuderlo… ma non lo faccio, perché è roba di dieci anni fa. Nel frattempo io sono cambiato, adesso voglio fare altre cose, voglio sperimentare altre cose, mi piace fare cose diverse.
Il discorso è quello: vedi anche Milo Manara ad esempio, fa sempre la stessa cosa. È bello, è sempre bello, però è sempre lo stesso. Mentre io non voglio fare sempre la stessa cosa, mi piace cambiare.
E poi il discorso sulla sintesi, è la massima sempre suprema: “Nel dubbio, leva”. È la regola.
Prendete Cavazzano ad esempio: io, quando faccio le ambientazioni, penso sempre a Cavazzano. Quando deve disegnare un commissariato di polizia degli anni Quaranta, lui ci mette un oggetto preciso, e con quell’oggetto fa capire dove sei. Quella è l’abilità… È una cosa bellissima, è fondamentale, mettere poche cose che danno indicazioni al lettore. Perché alla fine è vero che è bello se un fumetto te lo gusti con calma, però deve essere anche abbastanza veloce come fruizione: sto leggendo una storia, la storia deve andare avanti; se in una vignetta ci sono mille particolari e sto un’ora a guardare quella vignetta, perdo la storia. Quindi secondo me occorre cercare di mettere sempre meno cose… anche per lavorare di meno! [ride].

Teresa: Altro esempio è con Viola: il circo, tanti personaggi, un mondo che si potrebbe sviluppare… Sì ok, ma adesso basta. Adesso facciamo qualcos’altro. Cioè, si ha voglia di fare altro.

Stefano: Citando Rapunzel, c’è una frase bellissima dove dice: “Adesso il mio sogno si è realizzato, mi cerco un nuovo sogno”. Il momento più bello è cercare un nuovo sogno. Cioè, hai fatto una cosa, sei arrivato ad un certo punto in uno stile, proviamo altro!

Teresa: Infatti il sogno, il nuovo sogno, è il sogno magari fra 12-13 di fare Disney e le cose nostre. Punto. A cinquant’anni poter vivere di Disney e le cose nostre, le cose nostre fatte come ci va di farle, tipo Viola, tipo Il Porto Proibito, raccontare storie nostre. Disney non lo vorremo mai mollare perché Disney è sangue del nostro sangue, quando vedo Topolino che fischietta in Steamboat Willie, lì un po’ mi commuovo. Gli voglio davvero bene. Disney fa parte di noi.
Mi permetto di fare un piccolo inciso sulle storie, comunque: è bello parlare di altro, attraverso un racconto.
Dragon Trainer, ad esempio, racconta dell’handicap, è una cosa fortissima; parla di come unisci due handicap, e dell’amicizia che va oltre. Il finale di Dragon Trainer è potentissimo: handicappato lui, handicappato il drago. Certo, tu stai raccontando di un bambino e di un drago, e i draghi non esistono – chi l’ha detto? 😛 -, ma utilizzi quello per comunicare un messaggio più forte.
ParaNorman è bellissimo, racconta in un modo pazzesco di quello che oggi siamo diventati, persone che hanno paura dell’altro e lo ammazzano perché diverso. Lo racconta con una storia di zombie e streghe, però sta raccontando quello. Io credo che alla fine funzionino così le storie, raccontano delle cose facendoti immedesimare in personaggi che ne fanno altre. Disney ti insegna questo.

Ultima domanda, rivolta al futuro: quali novità sono in vista dalla Casa Senza Nord? Il Porto Proibito, altre storie disneyane, un eventuale sequel di “Viola”?

Teresa: Credo che riprendere Viola piacerebbe molto anche a Emanuele Di Giorgi, Amministratore della Tunué, che ne stava già parlando. Sinceramente per come stanno le cose adesso, io non avrei voglia di riprendere in mano quella storia, la considero dentro di me.

E fra dieci anni? Viola adulta?

Teresa: Magari… fra dieci anni Viola adulta… ma potrei dirlo fra dieci anni.

Stefano: Secondo me è un peccato che non esistano più quelle riviste che raccoglievano tante storie brevi, come L’Eternauta: il massimo sarebbe potuto essere qualche storiellina buffa su alcuni personaggi. Però andare avanti, fare un seguito vero e proprio, no.

Teresa: No perché abbiamo già voglia di raccontare altre cose, abbiamo già alcuni spunti per dopo Il Porto Proibito!
Se guardate Viola Giramondo, il libro inizia in primavera, quasi estate, e termina nella primavera dell’anno dopo. Quindi l’intenzione era di prendere una ragazzina e raccontare una fetta della sua vita. Cos’è successo prima? Cose’è successo dopo? Non è dato saperlo.
Per cui boh, potrebbe avere senso, non è detto che non ne abbia, ma vedremo più in là.
Per il resto, siamo lanciati con le primissime tavole del Porto, ma proprio lanciatissimi. Secondo me è la cosa migliore che abbiamo fatto sino ad ora, in assoluto. Perché è una storia potentissima, ed è una cosa per cui ho anch’io un’aspettativa pazzesca, e infatti ho l’ansia da prestazione a tremila. Non so se sia il nostro lavoro più bello, di certo è potente, la nostra roba più potente; proprio qualcosa che piangerò tantissimo a scrivere, lo so già, perché è una storia che mi tocca tantissimo. Eppure sto raccontando della Marina inglese dell’Ottocento che io non conoscevo, e qui torniamo al discorso di prima. Tocca tantissimi temi… Ho già calcolato che uscirà nel 2015, probabilmente a primavera; io farò quarant’anni il primo luglio del 2015, e sarò felicissima di aver compiuto quarant’anni dopo aver finito questo libro.

Discutine sul forum