Recensioni

Macerie Prime

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Sarò schietto: tornare a scrivere di Zerocalcare mi emoziona un bel po’. L’ultima volta che è uscito un suo libro, il famigerato Kobane Calling, mi è venuto il terremoto dentro. Quel ragazzo mi ha causato uno smottamento emotivo così devastante che… ho ripreso a fare fumetti, dopo quindici anni di inattività. In pratica, mi sono messo a scrivere una recensione grafica del volume, che in poche pagine è diventata tutt’altro: una riflessione sull’autore, poi su me stesso e infine il pilot del Fumettazzo, uno dei miei progetti più cari. Una cosa proprio strana, dalle molte anime e tutte in equilibrio tra loro. Calcare mi aveva in qualche modo completato, dandomi la spinta giusta per mettere in moto ciò che avevo bisogno di mettere in moto.

E quindi rieccomi qui, a leggere il nuovo libro. Anzi, a divorarlo in meno di due giorni. Macerie Prime è bello, molto bello. Profondo, divertente, ricco di umorismo efficace e di metafore argute. Certo, c’è la bastardata della divisione in due volumi. Il seguito esce a maggio, il che può aver senso dal punto di vista commerciale, per creare l’evento. Ma sul fronte narrativo è un po’ un peccato che un volume calcariano perda di autonomia. D’altra parte sticazzi, eh! L’opera di Michele altro non è che la sua autobiografia, raccontata anno dopo anno, libro dopo libro, quindi in un certo senso dovremmo essere ormai abituati a farcene narrare un pezzo alla volta.

Ed è proprio sull’aspetto autobiografico che vorrei soffermarmi. Cominciamo con una bella generalizzazione: il normale processo evolutivo del fumettista intimista moderno è stato da tempo decodificato. Si parte sempre dai cazzi propri. Fanno presa sul grande pubblico, sono semplici, fanno ridere tutti, è facile riconoscercisi. Poi arriva il momento della profondità: si inizia a far trasparire un lato malinconico, un retrogusto dolceamaro che commuove il lettore e sdogana l’autore presso altri ambienti. Arriva così il momento dell’impegno sociale, quello in cui il fumettista decide di lasciarsi alle spalle i temi del passato per abbracciare cause e tematiche più importanti. E’ il punto di non ritorno, l’addio definitivo allo stile giovanile e al fumetto esperienziale: dopotutto la sua vita nel frattempo è cambiata, è arrivato il successo, chi potrebbe mai riconoscersi ancora in lui? Meglio ripiegare altrove.

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E poi invece arriva Michele Rech, che prende tutta questa teoria, la accartoccia, la butta nel cesso e tira lo sciacquone. Dopo essere arrivato all’attenzione di un pubblico enorme con la parentesi curda, decide di voltarsi indietro e tornare a casa, togliendo dalla naftalina i vecchi personaggi e tornando a raccontarci i cazzi suoi. Debolezza? Vigliaccheria? Voglia di andare sul sicuro? Macché. Un coraggio della madonna, invece. Perché in questi anni i cazzi suoi sono diventati cazzi complessi.

La cosa era già stata suggerita in mille modi nel libro degli Accolli, ma adesso questo cambiamento viene raccontato per esteso. Ora è molto più difficile che ci si possa identificare in lui, perché tra lui e il lettore si è eretto un muro chiamato successo. Ed è ancora più difficile tornare a utilizzare i vecchi personaggi come se niente fosse, perché è passato del tempo, le loro vite hanno preso strade diverse, spesso difficili, difficilmente raccontabili, e quindi serve bravura, sottigliezza, equilibrio per metterle in scena, senza sconvolgere il contesto narrativo andatosi a creare in questi anni.

Calcare avrebbe potuto rimanere ancora un bel po’ a campare di rendita giocando al fumettista impegnato, ma ha preferito rimboccarsi le maniche, prendere il toro per le corna e affrontare i suoi demoni. E non è un caso che nelle sequenze post-apocalittiche che intervallano i capitoli della storia questi demoni appaiano realmente e minaccino di rubare a Zero e ai suoi amici quello che da sempre è il suo tesoro più prezioso: l’identità. Macerie Prime parla di quanto sia difficile rimanere all’altezza dei propri valori (appartenenza, lealtà, coerenza), quando il tempo cerca in tutti i modi di sgretolarteli per spingerti a uscire dai binari. E allo stesso tempo affronta anche il problema opposto, ovvero quanto concedere a sé stessi di procedere all’interno di un solco, sapendo che c’è il rischio di rimanere cristallizzati in una forma che impedisce di crescere. La poetica di Michele è tutta in questo dilemma dell’equilibrio, e a mio parere è una poetica della madonna, profonda e declinabile in una miriade di situazioni diverse. Ecco perché, a mio parere, un libro come Macerie Prime, in grado di sviscerare l’argomento punto per punto, merita di essere considerato, molto più di Kobane Calling, la vera opera della maturità di Michele Rech.

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