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Recensioni

Il Punto su PK

Prospettiva ampia. La preferisco, specialmente quando parliamo di un prodotto come Pk, un fumetto che genera forti scossoni emotivi da ventisei anni. L’ultima volta che mi espressi in merito fu l’anno scorso, in un momento cruciale: tutto era stato messo di nuovo a repentaglio, molti disperavano, ma anche nell’ora più buia c’erano forze in gioco desiderose di ripescarne il relitto e rimetterlo in sesto.

Vediamo com’è andata, facendo una retrospettiva a volo d’uccello che parta da quel momento cruciale in cui avevamo lasciato il fumetto che diede inizio a questo posto.

Zona Franca (Sisti/Pastro). Come Una Leggendaria Notte Qualunque, anche questa storia è andata direttamente sul Topo, stavolta in due tempi. Il motivo era di permettere con questo escamotage di “evadere” dalla saga dei Galaxy Gate, che per ragioni logistiche andava pubblicata senza interruzioni nella sua testata dedicata. Trucco comprensibile per tirare fiato e donare fiducia ai lettori in un momento difficile. In una cinquantina di tavole Sisti torna a farci assaporare il suo punto di vista su Pk, prendendo lore e mitologie pregresse, ma costruendoci sopra un’idea nuova e sfiziosa: che in uno spazio fisico in cui è avvenuta una riscrittura della timeline ci possa essere margine per agire inosservati. E c’è altro: tanto per cominciare, due etti di Angus Fangus, un personaggio che Sisti “sente dentro” e che torna quindi ad essere usato in grande stile. Poi c’è Mary Ann Flagstarr, che dopo ventidue anni di inspiegabile assenza viene riaggiunta al cast disneyano, come se niente fosse. E in modo parimenti naturale, Sisti dispone nell’intreccio persino John Konnery e Axel Alpha, i personaggi creati da Artibani per il crossover con Doubleduck, aggiungendo a loro Velena Thorne, una new entry utile ad avvalorare la teoria del consiglio dei tre, espressa da Sisti proprio in un botta e risposta del Sollazzo molti anni fa. Un approccio a 360° che non dimentica niente, usando ogni strumento a disposizione per costruire in tutte le direzioni. Il lavoro di Pastro per reggere tutto questo in circa una cinquantina di tavole è enorme, e i personaggi risultano simpatici ed espressivi. Forse ci voleva qualche pagina in più e un po’ di azione in meno, dato che qua e là il ritmo risulta concitato, e di certo non penso che il pezzo forte della storia sia il robottone, che secondo me contribuisce ad alimentare uno stereotipo un po’ fuorviante sulla natura della serie. Ma al netto di tutto… Zona Franca è un atto di amore, e questo vince su tutto.

Una Nota su Cofanetti e Affini

Una Leggendaria Notte Qualunque e Zona Franca rappresentano ad oggi una piccola anomalia nel cammino seriale di Pk. Sarebbe bello vederle raccolte e immesse nel corretto flusso cronologico/editoriale di Pk. Ma dove? Entrambe hanno l’inconfondibile logo di PKNE con gli elettroni ma non hanno trovato spazio nel cofanetto definitivo uscito l’anno scorso, il che è spiacevole perché, logo a parte, costituivano una naturale prosecuzione di molte trame iniziate proprio in quel periodo. Avrebbero potuto essere inserite allora nel cofanetto speciale dedicato alle storie affini a PKNE, ma anche questo non è successo perché affianco ai più che giusti Timecrime e Pk Tube sono stati inseriti al loro posto due albi che non c’entravano niente. Nel futuro cofano dei Galaxy Gate chiaramente non potranno stare. Rimarrebbe l’ipotetico e futurissimo cofanetto con la nuova run di Sisti che potrebbe ospitarle, magari collocandole appena prima del Ragno d’Oro. Parlandone con lo stesso Sisti a Portogruaro sabato scorso è emerso che la collocazione cronologica ideale a questo punto potrebbe diventare quella. Ma si avrebbero comunque dei controsensi: il logo di PKNE fuori tempo massimo? Due storie apparse sul Topo e quindi ristampabili come Deluxe o Extra… inserite nel corpus di Topolino Fuoriserie? Narrativamente sarebbe ok, come sarebbe ok anche estendere il logo PKNE anche a tutte le storie del Fuoriserie, o inventarsene uno nuovo dato che un loro marchio specifico non ce l’hanno. Ma editorialmente?

Mi rendo conto che a prima vista queste possono risultare elucubrazioni teoriche e sterili, ma a ben vedere avere una buona consapevolezza di cosa sia stato prodotto, del suo significato e della sua collezionabilità può solo aiutare. Di recente su questo fronte è stato commesso un errore a mio avviso molto grave. La testata PK Giant si era riproposta nel 2014 di ristampare il corpus pikappico ma nel corso degli anni era andata incontro a errori di valutazione e sventure di ogni tipo che ne avevano provocato il decadimento e infine la chiusura. Per una questione di correttezza era stata però riaperta, col proposito di arrivare fino in fondo, anche a costo di andare in perdita. Era stato un gesto rispettoso per gli aquirenti, e anche lungimirante visto che le storie attuali poggiano proprio su questo materiale. Alla fine del percorso ci si era arrivati con molta fatica, tanto che verso la fine erano stati prodotti addirittura dei volumi speciali con le storie brevi per esser sicuri di non lasciare indietro nemmeno una pagina di fumetto. Se non fosse che proprio nell’ultimo volume, nel cui editoriale si sottolineava questo proposito completista, è saltata una Angus Tales. Storia che in origine era stata pubblicata un po’ distanziata rispetto alle altre della stessa serie e che quindi ci si aspettava potesse farne le spese, finendo nel dimenticatoio. Però, suvvia, sarebbe bastato un rapido controllo per notarla. Invece così siamo punto e a capo, il lavoro di ristampa non è finito, è uscito un volume che afferma cose non vere e il materiale rimasto fuori non è sufficiente a giustificare l’uscita di un altro. Davvero un peccato.

Obsidian (Gagnor/Pastro). Tornando alla dolorosa saga dei Galaxy Gate, abbiamo qui il ritorno del suo originario “showrunner” dopo la parentesi Sisti, per quello che è un tentativo di rimettersi in pista dopo i primi sfortunati numeri. Per quanto venga mantenuta quella “roboanza”, che investe anche il titolo e che a mio parere ci porta lontani da quello che è il “vero” senso di Pk, questo Gagnor “dopo la tempesta” si riesce a leggere con maggior serenità. Racconta meno, lo fa meglio e contiene qua e là anche qualche nota di rassegnazione per la sfortuna che hanno avuto i suoi personaggi. E’ la storia di un “colpo grosso” a tema spaziale, in cui i personaggi uno dopo l’altro cadono come mosche, e questo schema narrativo in genere funziona. Pastrovicchio fa il resto, e riesce a rendere chiare le scene, in un modo che dopo la performance di Lavoradori e Vian sembrava ormai impossibile. Si segnala anche una colorazione molto elaborata, che però – sarò onesto – qua e là eccede, lasciando che ombre, sfumature e altri effetti speciali abbiano la meglio sulla decifrabilità del disegno. Potrebbe essere solo un’impressione mia però, dato che altrove questi colori sono stati molto apprezzati.

I Giorni di PK (Gagnor-Sisti/Mangiatordi). E qui c’è ben poco che si possa dire. Il finale a quattro mani è anche l’albo in cui due approcci opposti a PK “dialogano” tra loro. La prima parte è palesemente in stile Gagnor, la seconda in stile Sisti. La prima cerca con immense difficoltà di dare un tono epico a una vicenda che non è partita da buone basi, che si è sviluppata molto male e che è drammaticamente naufragata, dopo il maldestro tentativo di raccontare le origini di Evron. La seconda parte ci ride sopra, cancellando gli ultimi due anni con un colpo di spugna, riportando tutto sui binari classici e divertendosi addirittura a rattoppare le incongruenze a cui erano legate le polemiche iniziali. Metafumetto puro. Si può essere tristi e arrabbiati per questo, oppure si può essere felici di vedere Pk riappropriarsi del proprio linguaggio, dopo due anni di travaglio. Ma al netto dell’ovvio massacro a cui l’opera Pk è andata incontro a partire dal 2019, un albo così non lo si può valutare né bene né male, perché è una storia inscindibile dal suo contesto autoriale. Al massimo lo si potrà studiare negli anni, perché un’anomalia editoriale del genere è a dir poco degna di interesse. Per fortuna è finita.

La Danza del Ragno D’Oro (Sisti/Mottura). Impressionante pensare come tutto conduca qui. Dopo che negli ultimi vent’anni abbiamo avuto scossoni editoriali di ogni tipo, ripartenze, pause, reboot, cambi di registro, cambi di formato, cambi di destinazione, eccoci tornati a casa. Con Paperino alla torre, con il simpatico Uno, avventure nuove di zecca e l’arguta penna di Alessandro Sisti a raccontarcele. Non sembra nemmeno possibile, è come se gli ultimi due decenni fossero stati il giro lungo per arrivare qui. La visione di Sisti è chiara: fare di Pk non una parentesi narrativa, non una versione parallela del personaggio, non un grumo male amalgamato nel mondo Disney, non un “problema”: Uno e la torre stanno lì a Paperopoli, pronti per reclutare Paperinik alla bisogna, e proiettarlo verso una girandola di avventure sempre nuove e sempre diverse. A patto, però, che siano raccontate in un certo modo.

Togliamoci prima di tutto il pensiero di dire che, ebbene sì, ancora una volta si avverte un po’ di compressione qua e là. Quarantaquattro tavole sono poche, e molte sequenze avrebbero avuto bisogno di più respiro, specialmente quelle d’azione o alcuni cambi di scena relativi alla realtà magica del ragno d’oro. Comprensibile tutto, comprensibili le difficoltà, l’epoca, la crisi della carta, ma un po’ di decompressione in più per il futuro può solo fare bene, anche a costo di diminuire gli eventi narrati, se proprio un aumento della foliazione non è possibile. Di contro, Paolo Mottura ha fatto un buon lavoro, dando dinamismo ma anche chiarezza alle tavole, e divertendosi come un matto a far saltare qua e là il buon Paperino.

Già, Paperino, 44 tavole finiscono in fretta

Detto questo, una storia del genere è figlia di un ragionamento su Pk che più giusto non si può. Questo per diverse ragioni: tanto per cominciare, è una storia nuova. Non è nuova per modo di dire, parla proprio di un argomento nuovo, apre un filone nuovo e quindi restituisce freschezza alla saga. Pur essendo nuova attinge a piene mani, però, a elementi della mitologia di Pk che erano stati messi là tanto tempo fa e usati poco: le correnti energetiche che avvolgono il pianeta e le loro implicazioni mistiche. E soprattutto coinvolge Xadhoom, la cui resurrezione avvenuta per motivi puramente celebrativi ai tempi di PKNE, aveva causato alla saga un nuovo vicolo cieco narrativo, che si spera ora possa essere risolto. Altra cosa importante è che questo filone nuovo, per la prima volta dopo tanto tempo, evade dalla solita iconografia associata a Pk: niente alieni, robottoni, superarmi spaziali, e mostri ipertrofici. Qualcosa c’è, ma non è il punto. Il titolo stesso sembra anticipare questa fuga dagli stereotipi, e preferisce rimanere enigmatico e descrittivo. Sisti sembra tenere a ricordarci che Pk è più che altro un linguaggio, un modo di pensare e di intendere le avventure Disney. Forse si perderà un po’ di pathos e di drammaticità, ma ne stiamo guadagnando sotto altri fronti. Quello della leggerezza, per esempio: Paperino che sparlotta insieme a Uno dei nuovi inquilini della torre restituisce un sapore unico, un umorismo di cui si sentiva la mancanza. E anche della profondità: Sisti è pur sempre quello de Le Parti e il Tutto, è quello del germe del proprio contrario, concetti grossi ma anche fini. Vederlo mettere sul tavolo considerazioni metafisiche sulla natura stessa della realtà mette l’acquolina in bocca. C’è margine per mettere in campo in futuro cose davvero molto interessanti, ricordando al lettore che alla base di Pk c’è il desiderio di raccontare cose folli sì, ma sempre all’interno del cosiddetto “plausible impossible”.

Plausible impossible
Plausible impossible

Penso che una volta portata a termine la meritoria opera artibanica che ha a tutti gli effetti salvato la continuity di Pk affrontando i fantasmi che l’avevano bloccato nel 2002, il next step più sensato da compiere fosse questo qui. Uno status quo stabile e a basso rischio, che permetta però alla sua anima più garbata e raffinata di continuare a esprimersi, dando a tutti una lezione di ottimo fumetto disneyano. 

Reportage

Guida a Hamilton, il musical dei record su Disney+

C’era una volta… un presidente?

Come può un orfano, il bastardo di una donnaccia e di uno scozzese, nel mezzo dei Caraibi, su uno scoglio dimenticato, un pezzente, un miserabile, diventare un erudito e un eroe?

– Aaron Burr («Sir»)

Quando d’ora in poi vi chiederanno qual è il miglior incipit della storia della letteratura, invece dei soliti Proust e Tolstoj potrete seriamente considerare anche il brano fulminante che avete appena letto.

In questi versi rap il personaggio di Aaron Burr («Sir») ci introduce al destino di Alexander Hamilton, il suo acerrimo rivale fra i cosiddetti Padri fondatori degli Stati Uniti d’America e protagonista di Hamilton: An American Musical.

Il musical che vanta innumerevoli tentativi di esagerazione dal 3 luglio è in streaming su Disney+, giusto in tempo per l’Independence Day, e racconta la vita di Alexander Hamilton e il suo ruolo nella Guerra d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Una ribellione che ha incendiato il Settecento e anticipato la Rivoluzione francese, sdoganando così l’era delle democrazie liberali di cui ancora oggi ci beiamo senza alcuna problematica di sorta (questo è sarcasmo, ndr).

Quella dell’indipendenza americana è una storia che anche la Disney provò a drammatizzare nel mediometraggio Il mio amico Beniamino, candidato agli Oscar nel 1954, con protagonista un altro patriota: Benjamin Franklin. Nonostante abbiano calcato le stesse stanze («the room where it happened», occhiolino occhiolino), la figura di Hamilton non è presente in quel film, e quella di Franklin non è presente in Hamilton. Servirà un episodio crossover.

La parabola di Alexander Hamilton

Uno dei pochissimi immigrati a partecipare alla conquista dell’Indipendenza degli Stati Uniti, Alexander Hamilton era un personaggio quasi dimenticato nella memoria collettiva degli americani, prima dell’arrivo di questo musical. Lo salvava dall’oblio principalmente la presenza del suo ritratto sulla banconota da dieci dollari.

Il personaggio di Alexander Hamilton infatti, raggiunto l’apice della sua carriera, cade rovinosamente in disgrazia, perdendo la possibilità pur concreta di diventare Presidente al ritiro di George Washington. Imploro perdono per la semplificazione e i possibili errori storici in questo articolo.

Non è un errore storico ma una scelta consapevole e politica quella di assegnare a interpreti di colore e delle comunità latina e asiatica i ruoli dei padri fondatori e dei personaggi che orbitano attorno a loro. Una scelta che oltre a sbalordire per la sua imprevedibilità, ha anche servito efficacemente una protesta contro l’allora vicepresidente-eletto Mike Pence, presente fra gli spettatori.

Il musical comincia con l’arrivo di Alexander Hamilton (interpretato da Lin-Manuel Miranda) a New York, dove fa amicizia con John Laurens, Marquis de Lafayette, Hercules Mulligan e lo stesso Aaron Burr (Leslie Odom Jr.), che per un po’ sarà il suo mentore. Per un po’. Grazie a questi entra nel Congresso continentale e sarà assistente di George Washington (Christopher Jackson) sul campo di battaglia contro l’esercito inglese.

Parallelamente Hamilton conosce le tre sorelle Schuyler: Angelica (Renée Elise Goldsberry), Eliza (Phillipa Soo)… «and Peggy» (Jasmine Cephas Jones). Si innamora di una di loro. Forse due. Sicuramente non tre.

Fatta l’America, Hamilton comincia a fare l’americano, ma la cosa non gli riesce altrettanto bene. A infierire penserà Aaron Burr. Il colpo di grazia glielo darà la sfiga. Da queste disavventure emergerà la dimensione tragica e straziante dei personaggi di Hamilton, di Angelica e Eliza Schuyler e soprattutto di Burr (sarà un perfetto “cattivo Disney”).

Ma c’è tanto, tanto, tanto altro.

La parabola di Lin-Manuel Miranda

Leggenda vuole che il compositore e show-man Lin-Manuel Miranda fosse in vacanza in Messico quando, leggendo la biografia di Alexander Hamilton scritta dallo storico Ron Chernow, decise di comporre un concept album basato sulla vita del patriota americano. Qualche tempo dopo Miranda aveva pronte alcune canzoni che presentò in anteprima al presidente Obama. Nel 2015 l’album era ormai diventato un musical colossale che esordì a Broadway il 6 agosto al Rodgers Theatre, dov’è in scena tutt’ora. Il successo è inaudito e Hamilton diventa velocemente uno dei dieci musical più visti a Broadway negli ultimi quarant’anni.

Miranda si era già fatto notare con uno spettacolo quasi altrettanto rivoluzionario, In the Heights, che non solo portava l’hip-hop, la musica della strada, a teatro, ma addirittura mescolava canzoni in inglese e canzoni in spagnolo. Era uno spettacolo scritto e prodotto al college, diventato poi sensazionale al punto da ottenere quattro Tony Award e un Grammy.

Quanto a riconoscimenti Hamilton non sarà da meno, con undici Tony su sedici nomination (record nella storia del premio), un Grammy, e un clamoroso Pulitzer per il teatro.

Lin-Manuel Miranda aggiunge a tanto prestigio anche un Emmy per un lavoro televisivo diventato altrettanto memorabile: il numero di apertura della cerimonia di consegna dei premi Tony, “Bigger!”, interpretato da Neil Patrick Harris.

Alla collezione di allori del nostro Lin-Manuel manca ancora l’Oscar, sfiorato nel 2017 con una canzone del film Disney Oceania, per la quale ottiene solo una nomination, sconfitto da La La Land.

Hamilton è Disney?

No, Hamilton non è una proprietà Disney, ma era prevedibile che la Casa del Topo avrebbe capitalizzato sul musical di Lin-Manuel Miranda prima o poi, autore entrato senza tentennamenti nella scuderia Disney non appena il suo nome ha cominciato a girare nell’ambiente dello spettacolo.

La pandemia di COVID-19 ha dato una inaspettata spinta alla distribuzione della registrazione dal vivo di Hamilton, prevista per le sale cinematografiche nel 2021 ma anticipata a luglio 2020 per impreziosire l’offerta della neonata piattaforma di streaming Disney+.

La mossa ha raccolto l’entusiasmo sperato. Come nel caso di tutti i grandi musical di Broadway inaccessibili ai comuni mortali (quelli che non frequentano abitualmente New York City e non hanno agilmente a disposizione cinquecento dollari per un posto decente a teatro) anche di Hamilton si aspettava con ansia da cinque interminabili anni una versione accessibile: una trasmissione tv, un dvd o magari un remake al cinema (come quello di In the Heights, prodotto da Warner Bros., previsto per quest’anno ma slittato al 2021). La notizia di una registrazione del cast originale dal vivo e in alta definizione, inclusa in un abbonamento da sette euro, sembra ancora troppo bella per essere vera.

La registrazione disponibile su Disney+ è avvenuta nel corso di tre giorni, durante due spettacoli con il pubblico e uno dedicato esclusivamente alle riprese. Una registrazione provvidenziale prima che il cast originale cominciasse a sfaldarsi, nell’estate del 2016.

Le 13 fasi dell’ossessione per Hamilton

È pauroso come ogni fan di Hamilton possa riconoscersi in questa lista che dettagliatamente rivela le fasi dell’ossessione per il lavoro di Lin-Manuel Miranda. Soprattutto è pauroso come chiunque legga questa lista prima di approcciarsi a Hamilton, pensi «A me non accadrà!» e dovrà poi felicemente ricredersi. Provo a sintetizzarla e adattarla al nuovo contesto:

  1. Ritrovarsi in compagnia di persone che non smettono di parlare di questo strano musical;
  2. Non riuscire a immaginare cosa possa esserci di eccezionale in un musical hip-hop a tema storico;
  3. Rassegnarsi a guardarlo per non farsi emarginare;
  4. Apprezzare vagamente le prime canzoni, ma non capire ancora cosa ci sia di eccezionale;
  5. Trovare la trama interessante, senza immaginare come va a finire (perché la propria conoscenza della storia americana è imbarazzante);
  6. Arrivare all’ultima canzone affogando nelle proprie lacrime;
  7. Riguardare da capo per capire tutti i dettagli;
  8. Studiare la storia dei Padri fondatori su Wikipedia, per capire tutti i dettagli;
  9. Cominciare a cercare Lin-Manuel Miranda su tutti i social e seguire tutti i suoi progetti (una vagonata);
  10. Crucciarsi per non riuscire a scegliere la propria canzone preferita;
  11. Ascoltare l’album a ripetizione durante tutte queste ultime fasi;
  12. Citare brani di Hamilton a commento di qualunque cosa;
  13. Accorgersi di essere diventati le persone di cui alla fase 1 e sghignazzare.

Si accettano scommesse.

Il Sollazzo Chiede

Intervista al direttore di “Topolino” (e non solo) Alex Bertani!

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La prima cosa da dire quando si parla di Alex Bertani è che si occupa di fumetti. Il fumetto sta proprio alla base di tutto: passioni, lavoro e prospettive. Prima di assumere l’incarico nel 2018 di direttore di “Topolino”, Bertani ha militato a lungo nel campo dell’arte sequenziale, ricoprendo svariati ruoli all’interno di Panini Comics ed entrando in contatto con opere e autori di ogni tipo. Una volta giunto al timone dell’ammiraglia disneyana, ha cercato di portare nel mondo di Topi e Paperi questo suo approccio fumetto-centrico. E dal momento che nel petto di ogni sollazziano batte un cuore disneyano, abbiamo voluto fargli alcune domande sul suo nuovo lavoro. Sconfinando anche in territori che con Mickey e Donald hanno poco a che fare…

VALERIO PACCAGNELLA — Ciao Alex! Dalle tue precedenti interviste emerge quello che è il punto chiave della tua linea editoriale: Topolino è un giornale a fumetti e dev’essere pensato, realizzato e proposto al pubblico come tale. Quali sono stati secondo te gli errori che in passato hanno cambiato questa percezione? In che modo pensi di correggere la rotta?

ALEX BERTANI — «Nessun errore. Forse un’idea leggermente diversa di questo giornale. Ma nessuno ha in tasca la verità. Il mondo dell’editoria vive una stagione difficile. Si legge meno. I ragazzi soprattutto. Mi piacerebbe provare a dare loro contenuti di valore. Forti. Ingaggianti. Le precedenti generazioni si affezionarono a questo giornale perché seppe (per i tempi) offrire grandi elementi di modernità. Forse oggi la sfida è questa: riuscire a far evolvere i contenuti del giornale (storie, temi, linguaggio) e farlo diventare di nuovo in grado di incuriosire i lettori di oggi, magari stupirli. Per alcuni combatto i mulini a vento. Può darsi. Mi piace però l’idea di provarci. »

Hai una tua idea di quale sia il modo giusto di approcciarsi al cast disneyano? C’è un genere di storie che ritieni in qualche modo “sbagliato” e a cui non daresti la luce verde?

«I personaggi Disney hanno acquisito nel tempo una notevole profondità, una elevata capacità di rappresentare e incarnare valori universali e senza tempo. Il modo giusto di raccontarli è non limitarsi, come a volte si è fatto, ai classici cliché a rappresentazioni troppo bidimensionali, ma di farli vivere a 360°. Scavare dentro i loro modi di essere e di agire per continuare a farli “crescere” in spessore. Solo così sapranno divertire ed emozionare. Per il resto penso che ci siano storie di valore, ricche di intuizioni e ben costruite, in grado di farci sorridere, stupire, appassionare (a volte anche pensare), mentre altre meno. Come ho detto prima si tratta di individuare temi e sviluppi narrativi intriganti, di usare bene i personaggi e di farlo usando un linguaggio moderno, ritmato, credibile. Roba da niente vero? ☺»

Abbiamo apprezzato davvero tanto la volontà di concludere tutte le collane rimaste in sospeso, anche a costo di farlo con dei volumi un po’ più grassottelli. Una forma di rispetto nei confronti del lettore a cui decisamente non eravamo abituati. Tuttavia, ognuna di queste serie era stata ufficialmente “cancellata” tramite annunci e comunicazioni varie. Come mai questo repentino cambio di politica?

«Mah, credo che ai tempi ci sia stato un deficit di comunicazione. Vennero chiuse le vecchie serie che con la loro cadenza stretta e i risultati modestissimi erano ormai diventate insostenibili, ma con l’idea, fin da subito, di trovare altre modalità (formati, prezzi, periodicità, ecc.) per chiudere quanto rimasto sospeso. Le comunicazioni fatte ai tempi non furono particolarmente felici. Arrivò prima la presentazione su Anteprima che per sua stessa natura è più tecnica. Colpa nostra. Tra qualche anno esauriremo le cose in sospeso; se nel frattempo avremo trovato una quadra non è escluso che si possano rilanciare e magari, in questa nuova formula, aprirne qualcuna nuova. »

Copertina Topolino n. 3280
La copertina di “Topolino” n. 3280, il primo numero della direzione di Alex Bertani.

La tua direzione segna a tutti gli effetti una sorta di “seconda era” nella gestione Panini della licenza disneyana, acquisita nell’ormai lontano 2013. Nel corso degli anni abbiamo avuto versioni differenti sull’effettiva durata di questo accordo. Puoi fare chiarezza? Quanti anni di Topo Panini sono previsti?

«Mi dispiace, la sottoscrizione di certi accordi prevede precise clausole di riservatezza a cui siamo contrattualmente tenuti. Diciamo che Panini continua a proseguire con slancio ed entusiasmo la gestione delle pubblicazioni periodiche Disney! ☺»

Più di cinque storie inedite, pubblicate a cadenza settimanale: questa la formula che è ormai diventata sinonimo di Topolino. Eppure, un tale ritmo produttivo ha più volte portato a un certo affanno nel proporre materiale di qualità. Pensi che questa formula sia intoccabile, o prima o poi assisteremo a un cambio di formato/composizione/periodicità?

«No, non credo. Il formato è uno degli elementi maggiormente caratterizzanti questo giornale cambiarlo significherebbe un po’ snaturarlo, come anche i contenuti (inediti) e la periodicità. Insomma per ora non sono cose all’ordine del giorno, in futuro non so, ma di certo non a breve termine.»

Chi ti sta intervistando è anche l’autore dei fascicoli relativi al plastico di Paperopoli, quindi parliamone un po’. Il progetto “I Love Paperopoli” ha avuto un successo inaspettato, e il numero delle uscite previste è andato progressivamente aumentando fino a raddoppiare. I cinquanta numeri iniziali sono diventati cento, e questo fa una certa impressione, specie se si pensa alla crisi dell’editoria. Come si spiega questa impennata? Ascende la plastica e tramonta la carta stampata? O semplicemente c’era nell’aria la voglia di un Calisota concreto e tangibile?

«Credo che semplicemente i lettori abbiano capito di avere a portata di mano qualcosa di unico e mai realizzato prima. Una Paperopoli in 3D, vera e giocabile. Se raccontassi quanto tempo, sforzi e risorse ha significato l’ingegnerizzazione di questo plastico non ci crederebbe nessuno. Ogni casa, ogni edificio ha avuto un suo iter specifico, progettuale e produttivo, con tanto di bozzetti preparatori, prospetti tecnici e via dicendo. Anni e anni di preparazione. Un lavoro immane. Fa piacere vedere che il risultato sia stato apprezzato dal lettori. »

Xadhoom: che cliffhanger! (da “Topolino” n. 3181)

La domanda sul Pk di Roberto Gagnor non riusciamo a risparmiartela. Dopotutto il Sollazzo nasce come evoluzione della community dei Pkers di tanti anni fa, chiederti cosa bolle in pentola è il minimo. Ma questa volta andiamo oltre e ti facciamo presente un ulteriore “problema”. Il nuovo ciclo pubblicato in questi anni su “Topolino” (PKNE, discussione sul forum) ha visto la riapertura di una storyline, quella di Xadhoom, che era stata chiusa felicemente nel 1999, con uno dei finali più poetici della storia del fumetto disneyano. Un po’ un peccato, a dire il vero. Con l’annunciato cambio di autori e formato, l’arco narrativo del personaggio ora rischia di rimanere incompiuto o in qualche modo il suo cliffhanger verrà risolto?

«Ehm… sorry, anche qui bocca cucita. Con Roberto e la redazione fumetto stiamo definendo i moltissimi particolari di questo nuovo ciclo. PK è un personaggio complesso e si merita molta attenzione. Stiamo cercando di costruire storie ambiziose. Diciamo che ci saranno tante novità, nuovi personaggi, nuove ambientazioni e altro ancora. Ma non dimenticheremo nemmeno da dove siamo partiti. Proprio in questi giorni stiamo visionando i primi bozzetti realizzati dal disegnatore scelto e direi che la partenza è ispiratissima. Spettacolare. Anche il suo nome credo sarà una piccola sorpresa.»

Da qualche tempo in terra francese Glenat ha dato inizio a un filone di graphic novel disneyane (discussione sul forum), coinvolgendo fumettisti esterni e dando a quelli interni una certa libertà di sperimentazione. Ma la pubblicazione di questi volumi in Italia è stata interrotta da Giunti dopo i primi tre albi. Pensi che in qualche modo la situazione potrebbe sbloccarsi? Inoltre, ritieni che un progetto simile in Italia potrebbe essere attuabile?

«Non so. Credo che i volumi non abbiano avuto il riscontro atteso. Forse il pubblico italiano è troppo legato alla versione più tradizionale di questi personaggi per apprezzare questo materiale. Peccato. A me alcune cose sono piaciute veramente tanto e speravo di vederle pubblicate anche qui da noi. Progetti simili in Italia li vedo difficili, visto l’esito che questi esperimenti hanno avuto, ma non è detta l’ultima parola. Magari con autori che qui da noi hanno un certo seguito. Torno però a ribadire che anche le cose a cui stiamo lavorando per il settimanale e che si inizieranno a vedere tra fine 2019 e inizio 2020 proporranno contenuti innovativi con strutture di racconto non sempre così tradizionali. A volte, credimi, è molto più complesso e sfidante innovare rimanendo entro certi schemi e certi canoni, piuttosto che decidere di romperli e muoversi poi nella massima libertà creativa. »

Immagine da “La Vetta degli Dei”, presente nella collana dedicata a Jiro Taniguchi in uscita con “Il Corriere della Sera” e “La Gazzetta dello Sport”.

Il Sollazzo non si occupa soltanto di materiale disneyano, per cui ci piacerebbe farti alcune domande su altri progetti Panini dei quali figuri tuttora come direttore del mercato italiano. La collana su Jirō Taniguchi in allegato al “Corriere della Sera” (discussione sul forum), per esempio, che stiamo seguendo e apprezzando moltissimo. Per la prima volta possiamo avere riunite nella stessa collana con una linea elegante e un formato omogeneo, opere che erano state pubblicate in origine da editori differenti. Tuttavia non si tratta di un’omnia, e molto materiale è rimasto fuori. Quale criterio è stato scelto per la selezione? C’è la possibilità che in caso di buone vendite la collana venga ampliata con altri volumi?

«Il materiale è stato scelto assieme agli amici del “Corriere della Sera” e ai licenzianti giapponesi. E’ stato un lavoro lungo e difficile. Si trattava di armonizzare formati diversi e materiale sperso in tanti editori. Anche io credo che il risultato alla fine sia ottimo. Sì: se la collana avrà il riscontro che ci aspettiamo potrebbe contenere altri volumi.»

La miniserie “Capitano Phasma”, dedicata al personaggio interpetato da Gwendoline Christie sullo schermo.

Passiamo a “Star Wars” (discussione sul forum). Di recente sono aumentate le uscite dei volumi brossurati, che permettono di assaporare interi cicli in un’unica soluzione. Questo ci ha fatto molto piacere, e ha ridotto i tempi di attesa del materiale canonico, che in virtù della sua interconnessione con le pellicole cinematografiche andrebbe gustato “per tempo”. Che piani avete invece per il futuro delle due testate spillate? Presto le due serie regolari su Poe Dameron (discussione sul forum) e Darth Vader (discussione sul forum) finiranno, e rimarranno in piedi solo lo Star Wars principale e “Dottoressa Aphra” (discussione sul forum). E’ possibile che i due spillati vengano combinati in uno solo?

«La nostra idea è mantenere vive per quanto più possibile le due testate gemelle “Star Wars” e “Darth Vader”, di sicuro per tutto il 2019 e indicativamente anche per il 2020. Una volta che sul mensile “Star Wars” terminerà “Poe Dameron”, pubblicheremo per un po’ albi a tutto “Star Wars” per recuperare i mesi perduti nella serializzazione italiana, e poi “Star Wars: Galaxy Edge”, la nuova miniserie firmata Ethan Sacks (“Old Man Hawkeye”) e Will Sliney (“Spider-Man 2099”) e ispirata al nuovissimo parco a tema di Disneyland e Disney World. Su “Darth Vader”, al termine della serie omonima, serializzeremo la mini “Vader: Dark Visions” di Dennis Hallum e Paolo Villanelli. Non abbiamo timore di terminare materiale da pubblicare: con tutto quello che sta uscendo negli Stati Uniti abbiamo storie a sufficienza non solo per gli spillati, ma per tanti volumi inediti (come la recentissima serie di miniserie “Age of”, ispirata alle varie “età cinematografiche” della Galassia lontana lontana, e che inizieremo a pubblicare in autunno), riedizioni in volume di storie pubblicate negli spillati, e – novità assoluta di quest’anno – addirittura per volumi Omnibus esclusivi del circuito fumetteria e online.»

Per concludere, torniamo a Disney: abbiamo parlato del Topo come fumetto; abbiamo parlato del modo giusto di trattare i personaggi. Ma immaginiamo che ci siano altri punti della tua linea editoriale ancora da scoprire: quali saranno i principali cambiamenti che vedremo nei prossimi anni di gestione Bertani? Quali saranno le effettive differenze rispetto al Topo degli anni passati?

«Difficile rispondere. Dipenderà anche dalla risposta del pubblico e da quanto saremo capaci di seguire la rotta immaginata per il giornale, dagli errori che faremo e dalle cose che ci riusciranno meglio. Oggi ti posso rispondere solo con la mia “visione” di “Topolino”, quella di un giornale che un giorno proporrà soprattutto storie di livello assoluto, da autori all’altezza del compito e che saprà emozionare i propri lettori con storie forti ma raccontate con la classica leggerezza del narrare disneyano. Un giornale che avrà imparato ad osare, ad affrontare temi importanti e a innovare perché il pubblico sta cambiando e ha una consapevolezza sempre maggiore del mondo attorno a sé (anche le generazioni più giovani) pur continuando ad essere capace di divertire, perché i messaggi più efficaci, quelli che ti arrivano forte, parlano un linguaggio lieve e leggero, ironico e sognatore. Può darsi che il sognatore sia io ma, parafrasando un recente slogan disneyano, “se puoi sognarlo, puoi anche farlo”. Almeno ci proveremo!»

Recensioni

Metopolis – La Recensione

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Scrivere una storia Disney non è facile. Come prima cosa va trovato il soggetto giusto, e non è impresa da poco: in quasi novant’anni di storie a fumetti, Topolino e compagnia sono stati spediti in ogni angolo dello spazio-tempo, cimentandosi nelle attività e nelle avventure più varie e improbabili. Innumerevoli volte si sono calati nei panni di grandi personaggi del fumetto, della letteratura, del cinema, del teatro: lunghissima e nobile è infatti la tradizione delle parodie Disney. È proprio a quest’ultimo filone che appartiene Metopolis, fresca fresca di pubblicazione sul primo Topolino del 2017, il n°3189. 

Firmata da Francesco Artibani (ai testi) e Paolo Mottura (ai disegni), Metopolis si ispira chiaramente a Metropolis, film del 1927 considerato uno dei punti più alti del cinema espressionista e, più in generale, del cinema muto (nonché opera alla cui estetica ha attinto moltissimo il cinema di fantascienza dei decenni successivi). Si diceva, appunto, che trovare un soggetto inedito non è cosa facile. Bisogna ammettere però che adattare un film distopico del 1927 presuppone un certo coraggio, oltre che una gran voglia di osare. Coraggio e voglia di osare: qualità che non mancano di certo al duo Artibani/Mottura, già autori (tra mille altre cose) dello stupendo Moby Dick, e il risultato si vede eccome.

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Pur essendo, com’è ovvio, fortemente debitrice dell’opera originale, Metopolis risplende di luce propria. La storia è solida e scorre piacevolmente. Inoltre, grazie ad un ottimo lavoro di casting, sia i “buoni” che i “cattivi” risultano assolutamente genuini e credibili. In questo senso vanno decisamente elogiati i dialoghi di Artibani, che non deludono nemmeno in questa occasione: vedere interagire i personaggi di Metopolis è un vero piacere, sia nelle scene drammatiche che in quelle più leggere. Se si considera che la trama di Metopolis è in fin dei conti piuttosto lineare, ci si rende conto di quanto è fondamentale la cura che Artibani dimostra nella caratterizzazione dei personaggi e nella stesura dei dialoghi.

A reggergli il gioco c’è un Paolo Mottura strepitoso, che cattura le atmosfere del film e le trasferisce su carta immutate nella loro potenza, grazie all’impiego di un chiaroscuro magistrale, che conferisce una certa “teatralità” alle scene. La sua Metropolis è labirintica, fredda, ambivalente: palcoscenico perfetto per una storia divisa tra le scintillanti luci dei grattacieli Art Déco e la disperazione che serpeggia nell’oscuro ventre della fabbrica e dei bassifondi. Mottura unisce la cura dei fondali alla consueta espressività dei personaggi, nei quali sembra di scorgere un certo gusto per l’estetica di Gottfredson e, più in generale, dell’animazione anni ’20 e ’30.

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Tale rimando è particolarmente evidente (quantomeno agli occhi di chi scrive) nel design retrò degli operai della fabbrica, un esercito di cani antropomorfi disegnati con gran cura, uno per uno. Inutile dire che aspettiamo con ansia l’edizione Deluxe per godere appieno delle tavole di Mottura.

Insomma, l’impressione è quella di una storia a cui gli autori hanno lavorato con professionalità e sincera passione, animati dal desiderio di offrire un prodotto diverso, ambizioso e di assoluta qualità. Missione compiuta, senza ombra di dubbio. Volendo trovare un difetto, si potrebbe dire che il finale è un pelo affrettato, e che magari qualche pagina in più rispetto alle pur ragguardevoli 70 tavole che compongono Metopolis avrebbe permesso agli autori di prendersela un po’ più comoda. Ma la realtà è che avremmo voluto rimanere un po’ di più in compagnia di questi splendidi personaggi, a leggere la storia della mostruosa e strabiliante città di Metopolis.

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Articoli, Recensioni

Duck the Halls, il Rudish di Natale

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Nota: l’articolo contiene spoiler

Non è un mistero che da queste parti si amino follemente i cortometraggi di Mickey Mouse diretti da Paul Rudish. I corti di Rudish, benché generalmente molto brevi, mettono in scena una versione della banda Disney convincente e ricca. I personaggi sono stati ripensati pescando a piene mani dai corti degli anni ’20 e ’30, e anche lo stile coniuga le notevoli possibilità offerte dalle moderne tecniche di animazione a un character design che si rifà gustosamente a Iwerks e Gottfredson. Grazie a questa operazione di recupero e ricostruzione dei personaggi, in appena tre anni di lavoro Rudish e compagnia hanno saputo imbastire un patrimonio artistico dal potenziale illimitato. Ciò nondimeno, la notizia che Disney XD avrebbe trasmesso uno special natalizio di Mickey Mouse della durata di circa venti minuti portava con sé molta curiosità… e un po’ di scetticismo. I 57 corti fino ad allora trasmessi avevano una durata raramente superiore ai cinque minuti e una struttura piuttosto essenziale:

  1. I protagonisti (non più di tre) si trovano di fronte a una qualche sorta di ostacolo;
  2. I tentativi di superare tale ostacolo danno vita ad una serie di gag esilaranti;
  3. Risoluzione finale.

Si tratta di una scaletta collaudata, perfetta per cortometraggi brevi e dal ritmo forsennato. Un mediometraggio di 20 minuti necessita di una struttura chiaramente più complessa, quindi si entrava in un territorio completamente inesplorato. Il fatto che si trattasse di uno special di Natale contribuiva ad alimentare lo scetticismo. Il Christmas special è un format molto amato oltreoceano, e spesso prevede una lunga serie di cliché difficili da evitare: case da decorare, cenoni da preparare, regali da comprare, comparse a sorpresa di Babbo Natale, rimandi visti e rivisti al Canto di Natale Dickensiano… Topoi che rischiano di imbrigliare qualsiasi narratore. Il pericolo che uscisse qualcosa di già visto, o quantomeno di insipido, insomma, c’era tutto.

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Tutti i timori, però, evaporano già nei primissimi minuti di Duck the Halls: lo special si apre in casa di Topolino, con Paperino che osserva con meraviglia infantile i preparativi per il Natale, in una sequenza musicale che riesce a trovare il giusto equilibrio tra atmosfera natalizia e umorismo. Mentre già immaginiamo la classica scena della banda Disney riunita per il cenone, Paperina ci prende in contropiede con una rivelazione sconcertante: nessuno dei paperi ha mai festeggiato il Natale!
Ci viene spiegato che ogni anno, con l’approssimarsi dell’inverno, i paperi Disney migrano verso sud per sfuggire al freddo, essendo fisicamente del tutto incapaci di sopportarlo. Si tratta di un’idea decisamente e volutamente eretica, che non si fa scrupolo alcuno a riportare i paperi alla loro “natura animale”, contraddicendo apertamente sette decenni di tradizione disneyana.

Duck the Halls è dunque estraneo a qualsiasi forma di continuity, come dimostra anche il geniale flashback in stile Dickens, in cui visitiamo l’infanzia ottocentesca e britannica di Topolino. Eppure tutto ciò è assolutamente coerente con il principio di fondo del lavoro di Rudish: la tradizione va recuperata, valorizzata, ma non deve diventare una gabbia, perché l’obiettivo principe dev’essere sempre il divertimento dello spettatore. Bene così, dunque, tanto più che l’idea della migrazione funziona alla grande e mette in moto le vicende dello speciale. La dicotomia tra la casa di Topolino e la località tropicale dove i paperi sono andati a svernare permette di ampliare il cast senza togliere spazio a nessuno: se i protagonisti indiscussi sono Topolino e Paperino, gli altri personaggi fungono impeccabilmente da spalla. La presenza di due piani narrativi separati aiuta anche a gestire il minutaggio: sebbene il ritmo sia giocoforza più rilassato rispetto ai corti, non ci sono tempi morti e la narrazione scorre senza intoppi fino al pirotecnico finale.

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A sorreggere tutto il carrozzone, rendendo divertente un’idea che poteva facilmente apparire bislacca, è senza dubbio la caratterizzazione dei personaggi (a cui contribuisce enormemente il gran lavoro dei doppiatori originali). Il maggiore minutaggio fornisce a Rudish tutto il tempo necessario ad approfondire il cast, stemperando gli aspetti più comici e caricaturali. I personaggi ci appaiono così verosimili, reali, uniti da legami d’affetto tangibili. Personaggi veri, a tutto tondo, e non macchiette buone solo per le gag. E quindi, se inizialmente Paperina viene presentata nella sua versione più umoristica di ragazza pragmatica ma superficialotta, nel corso del mediometraggio emerge chiaramente l’affetto disinteressato e sincero che prova per il fidanzato.

Daisy si preoccupa realmente per la sorte di Donald, quando capisce che quello di Paperino non è un capriccio ma un reale desiderio di vivere almeno un Natale. E anche se il tono è ovviamente leggero, i personaggi di Duck the Halls sono sfaccettati e reggono senza problemi anche i momenti più seri dello special. Dialoghi e recitazione, brillanti come d’abitudine, contribuiscono a fare di Duck the Halls una storia solida, piacevole, che diverte e non cede ai triti cliché natalizi. Persino quando viene chiamato in causa il più classico dei deus ex machina natalizi, la recitazione dei personaggi evita la sensazione di già visto e conduce lo speciale verso un soddisfacente lieto fine.

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In conclusione, Duck the Halls è l’ennesima dimostrazione che i personaggi Disney hanno tantissimo da dire e possono funzionare in qualsiasi contesto. Paul Rudish non ha inventato nulla da zero, ha recuperato elementi che appartenevano già alla tradizione e li ha portati nel presente, declinandoli nel modo più efficace per il pubblico odierno. Si è preoccupato che la storia fosse divertente e che i personaggi fossero credibili, e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Replicare su carta il successo di Rudish è possibile, ma per riuscirci è necessario che gli autori abbiano la voglia e il coraggio di abbandonare canovacci stantii e caratterizzazioni monodimensionali, figlie di una concezione distorta e deleteria della “tradizione”. Perché serve prospettiva. Non tutto il passato ha la stessa dignità e l’autore intelligente è quello in grado di distinguere cosa valga la pena portare con sé. Quello capace di comprendere cosa possa funzionare ancora, e cosa invece sia soltanto zavorra.

A questo proposito, sarebbe utile anche un allentamento di alcune linee guida editoriali che appaiono severe in modo del tutto ingiustificato e anacronistico: alcune battute e alcune scene del tutto innocue di Duck the Halls  (“We’re gonna rescue Donald. And when we get him home safely… I’m gonna kill him!”) sarebbero impensabili nelle storie a fumetti italiane, in cui i personaggi non possono nemmeno andare in bagno a lavarsi i denti. La domanda è: tali paletti, che in teoria dovrebbero servire a preservare l’integrità dei personaggi Disney, hanno davvero senso quando poi la casa madre sforna prodotti come Duck the Halls, che in appena venti minuti riescono a essere in un colpo solo innovativi, divertenti e rispettosi della tradizione?
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Recensioni

PK – Cronaca di un Ritorno

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Non si può parlare di Cronaca di un Ritorno senza considerare l’idea editoriale che ne è alla base: riportare Xadhoom nelle avventure del vecchio mantello.
Faccio parte dello schieramento contrario per principio alla cosa. Non solo perché resuscitare gente morta è sempre un po’ un’idea pacchiana, se non è supportata dall’origine da meccanismi appositi in-world (non è questo il caso) e non solo perché invalidare il sacrificio di Xado ne sottrae la potenza, per quanto quelle pagine rimangano indelebili, ma soprattutto perché semplicemente la storia di Xadhoom era finita. Conclusa, in modo ottimo, e con tanto di epilogo. Il fumetto Disney è un mondo in cui la parola fine preclude solo alla prossima avventura, ma PKNA era diventato grande anche perché ci aveva raccontato, non una storia, ma LA storia e le storie prima o poi devono compiere il loro arco e finire.

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Da qui la mia appartenenza ad un altro schieramento. Di quelli che va bene, storcono il naso ma sanno come funziona il gioco e dunque accettano la cosa. Ma si montano le aspettative. E si aspettano un certo tipo di storia, magari epica, magari introspettiva, che non solo dia un senso alla rinascita – che è il minimo – ma che ci faccia capire che ne è valsa la pena. Magari replicando il mood di Sotto un Nuovo Sole, regalandoci emozioni forti.

Sisti ha scelto invece di partire da presupposti diversi: le emozioni forti le lascia agli evroniani (ed in questo caso direi che è vero in tutti i sensi) mentre il focus su Xadhoom c’è ma è relativo. Qui si riapre la sua storia, ma si demanda alla storie future la definizione di una nuova raison d’être. Il che ci rassicura sul fatto che Sisti sappia dove andare a parare, ma ci lascia anche un po’ a bocca asciutta.

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Eppure, nonostante le premesse di cui sopra, non posso dirmi scontento. Ho letto innanzitutto un’ottima AVVENTURA di Pikappa: ed anche se al sottoscritto delle beghe degli alienazzi in sè interessa poco, c’era sul piatto un bel po’ di carne al fuoco con cui saziarmi. Intanto c’è il worldbuilding, che Sisti mette in tavola grazie allo stratagemma dello sciame (che invero preoccupa un po’ nel suo aprire la porta ad infiniti e convenienti Imperi – altra storia finita!). Ma soprattutto abbiamo una maggiore orizzontalità: ci si riallaccia alla trama di Moldrock, rivediamo sia le peripezie del cast classico, sia le vicende di quello fisso di Pk. Ritroviamo personaggi in panchina ma pur sempre impegnati nelle loro attività, cosa che rende l’universo narrativo ancora più vivo ed interessante.

Altro punto a favore, a proposito di cast, lo fa la simpatica truppa evroniana: Sisti ci si destreggia benissimo, mostrandoli buffi e perfino simpatetici, salvo poi ribadirci la loro vera e pericolosa natura, in modo da renderli minacce sempre credibili per il lettore. E per Paperinik, cui spetta indubbiamente la parte del leone. In netta antitesi con il ruolo non solo passivo ma quasi “automatico” che aveva negli Argini del Tempo, qui Pk è fautore della propria sorte come non mai, in una delle interpretazioni migliori degli ultimi anni per il personaggio. Dove per personaggio s’intende Donald Duck: a chi ogni tanto obietta che quello non è il “solito” Paperino si potrà rinfacciare (anche) questa storia, dove infatti troviamo un Pk paperinissimo nell’agire testardamente di testa sua, gabbare gli evroniani, sparare balle a più riprese e sbagliare alleanze e scelte.

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E non è finita qui, perché come si diceva le emozioni ci sono, ma sono a sorpresa. Più sottili nel risveglio di Xadhoom, dove vengono delegate all’espressiva matita di Sciarrone ed alla mimica facciale di una Xado sperduta e spaventata, più decise nell’inaspettato sacrificio di Porphilioon e… decisamente nascoste altrove, con parallelismi per i soli pkers. Non parlo solo della tavola finale, ma anche dell’inaspettata correlazione tra Porphilioon e Xadhoom, che serve sia a rendere ancora più simpatico l’evroniano, sia a ricordare un aspetto un po’ negletto ma personalmente apprezzatissimo della mitologia pikappica: la problematica della natura degli xerbiani e della loro incompatibilità con Occhibelli. E’ solo un accenno, intendiamoci, ma un bellissimo accenno, sottile ma pregno e mi ha EMOZIONATO. E direi che da una storia a fumetti non posso chiedere altro.

Insomma sì, sono uno facile. Datemi i FEELZ, bei personaggi, bella recitazione, un pizzico di worldbuilding e sarò vostro. Questo non toglie che abbia trovato alcune parti… diciamo perfettibili, specialmente nell’ultimo episodio. Un finale che, trovandosi a gestire l’improbo compito di chiudere sia la battaglia con gli alieni che le altre sottotrame, risulta un po’ veloce e/o sacrificato in alcuni aspetti.

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Intanto, feelz sì ma non troppo. Come detto, non erano dove li si aspettava, ma c’erano. Sisti non doveva nulla su quel fronte, però forse il congedo tra Pikappa e Xadhoom avrebbe meritato qualcosa in più, perché per quanto il papero sia ottimista non può escludere che Xadhoom non stia andando di nuovo a morire. E se anche aveva accettato la sua decisione la prima volta e lo avrebbe sicuramente fatto una seconda, sarebbe stato quantomeno bello *vedere* i due che si lasciano, perché sono due persone che hanno un rapporto e l’omissione danneggia questa credibilità. Non pretendevo (nè volevo!) certo le lacrimone, ma il passaggio repentino da una vignetta all’altra un po’ strania.

Altro punto sacrificato riguarda il citato cast paperolese. Ok, i nipotini non sono fondamentali e possiamo immaginare benissimo come sia finita la loro sottotrama, ma avere un minimo di closure ci avrebbe appunto convinti che si trattava di una effettiva storyline e non di una sbirciatina al sottobosco di Paperopoli.

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Lo stesso dicasi di Hicks. Trovo molto bella l’impostazione del suo rapporto con Pk, il sorrisone finale con il ribaltamento della solita battuta su Uno, però forse il personaggio avrebbe meritato qualcosa di più definito nel suo percorso “altruista”, che già nasceva piuttosto randomicamente nel Raggio Nero e di cui ci viene sempre detto qualcosa, senza che ci venga effettivamente *mostrato*. Qui ci viene fatto vedere qualche elemento in più ed è bello, ma la cosa finisce un po’ nel nulla ed anzi soffre l’inserimento della fase propedeutica alla trama (con Sergione che manda i caccia nello spazio) che non si amalgama in modo naturalissimo col resto. Peccato.

E poi si potrebbe dire che anche la tavola finale è veloce. Sarebbe vero, tuttavia credo che questa considerazione lasci il passo ad una più grande. Non tanto la citazione o la scena in sé, ma la concezione che c’è dietro. Un finale che ci riporta alle origini, ma a mio parere opposto a quello degli Argini del Tempo in cui tutto tornava “come prima” e basta: qui si sfrutta una situazione iconica e già vista per aprire nuovi scenari ed una nuova storia, tutta da raccontare. E finalmente, tra la riapertura di Pk, quella dei viaggi nel tempo, l’introduzione di Moldrock ed il recupero di Xadhoom, la Paperinik New Era ha finito di prepararsi il terreno e può iniziare a raccontarci la sua storia, senza ansie da prestazione di sorta.

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Recensioni

Il Nuovo Topolino Francese

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Un Topo, mille mondi

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Esistono personaggi che ci sembrano, al contempo, attuali ed eterni. Attuali, perché li sentiamo coevi, moderni. Eterni, perché siamo talmente abituati alla loro presenza che la diamo per scontata, come diamo per scontato che notte e giorno si alternino. C’erano prima di noi, ci accompagneranno per tutta la nostra esistenza e saranno ancora lì dopo che ce ne saremo andati. Così è per i personaggi Disney più celebri, come Topolino e Paperino. Certo, non sono poi molti (in proporzione) quelli che hanno letto Barks o Gottfredson, ma milioni (miliardi?) di persone li conoscono nella loro veste di portabandiera di quella sterminata galassia dell’entertainement che è la Walt Disney Company, il che li rende icone universali.

Sarebbe però sbagliato considerare l’universalità dei personaggi Disney come una naturale, automatica conseguenza della forza economica e mediatica della Company. Tale aspetto gioca un ruolo importantissimo, è ovvio. Tuttavia, la Disney sforna nuovi personaggi in continuazione, e questi personaggi non di rado diventano rapidamente parte della cultura popolare. Si pensi a Elsa: la protagonista di Frozen gode di una fama spropositata ed è immediatamente riconoscibile da chiunque. Spesso, anche chi non ha mai visto il film ha un’idea, anche vaga, di chi sia. E questo nonostante Frozen sia uscito appena nel 2013. L’altroieri, praticamente.

Alla luce di ciò, che bisogno ha la Disney di Mickey Mouse, che ha ormai ottantotto anni suonati? È evidente che, per essere tenuto in così alta considerazione ancora oggi, il personaggio deve pur avere una qualche sua forza intrinseca. Quale? La risposta, per un lettore cresciuto con i fumetti Disney, è immediata: Mickey può fare tutto. Mickey può essere reinventato, strapazzato, spedito in ogni angolo dello spazio-tempo, reinterpretare i classici della letteratura, può esplorare galassie lontane lontane e avventurarsi nei vicoli oscuri di una metropoli infestata dal crimine. L’unico limite di Topolino e compagnia è la creatività di chi ne scrive le avventure.

L’azzardo di Glénat

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Sembra quasi paradossale che a ricordarci la poliedricità di Topolino siano degli autori francofoni, esponenti di una cultura fumettistica sterminata e ricchissima, ma che non ha mai prodotto autori Disney particolarmente memorabili, se raffrontati con i colleghi americani o italiani.  Eppure è stato Jacques Glénat, proprietario dell’omonimo gigante dell’editoria francofona, a porsi una domanda fondamentale: cosa succede se chiediamo a degli autori di primissimo livello di scrivere i personaggi Disney?

Intendiamoci, l’intuizione di Glénat non nasce dal nulla: da anni gli editori francofoni hanno iniziato a pubblicare albi in cui i loro personaggi seriali vengono reinterpretati da autori affermati, che ne forniscono versioni personalissime e spesso molto poco in linea con la tradizione. Sono nati così albi memorabili come L’uomo che uccise Lucky Luke di Mathieu Bonhomme (uscito in Francia per Dargaud, e in Italia per Renoir) o Fantasio se marie di Benoît Feroumont e Christelle Coopman (in Belgio per Dupuis, tristemente inedito in Italia). Si trattava però, se vogliamo, di progetti sì rivoluzionari ma più o meno circoscritti ai confini dei paesi francofoni. Andare a “pasticciare” con i personaggi Disney, beh…è tutto un altro paio di maniche. È cosa nota (e comprensibile) che la Disney sia estremamente gelosa dei propri personaggi e del modo in cui vengono utilizzati: guardando in casa nostra, come dimenticare le perplessità della casa madre nei confronti del Progetto Pk, che tra le altre cose costrinsero il Pk Team a ritoccare pesantemente i disegni di PKNA #0/3?

Non era un problema da poco: perché il progetto riuscisse, bisognava che Glénat potesse garantire ai propri autori una certa libertà di movimento. In presenza di paletti troppo stretti (tanto a livello narrativo quanto a livello grafico), il rischio di produrre qualcosa di monco, un “vorrei ma non posso”, era altissimo. La Disney, tuttavia, si dimostrò del tutto aperta al progetto di Glénat, come racconta lo stesso editore in un’intervista al quotidiano francese 20 minutes:

“In Disney sono rimasti sedotti dall’audacia di questa proposta inedita, dall’idea di fare uscire un po’ Topolino dalle sue classiche avventure. Hanno mostrato una curiosità vera e sincera per qualcosa che ancora non esisteva. Per farla breve, si sono mostrati entusiasti e si sono fidati quasi ciecamente di noi. Ciò detto, esiste una “bibbia” Disney che va rispettata. Ma tutti i nostri autori conoscono bene le regole: non sanno forse tutti che nell’universo Disney non ci sono né armi, né violenze, né sesso?”

Ottenuto l’ok della casa madre, Glénat diede il via definitivo al progetto, ufficializzando la pubblicazione di quattro volumi nel corso del 2016: i primi due, Una Misteriosa Melodia, di Cosey, e Mickey’s Craziest Adventures, di Lewis Trondheim, Nicolas Keramidas e Brigitte Findankly, escono ora anche in Italia per Giunti, alcuni mesi dopo la prima edizione francese. I restanti, La Jeunesse de Mickey di Tébo e Café Zombo di Régis Loisel, sono stati da poco pubblicati in Francia. Glénat ha lasciato intuire che gli piacerebbe proseguire con nuovi volumi, ma per ora se ne sa ancora poco. Naturalmente la Disney sorvegliò minuziosamente il lavoro dei francesi, e si riservò di chiedere agli autori di apportare alcune modifiche agli albi già conclusi, come raccontano Trondheim e Keramidas in un’intervista pubblicata su BDGest:

L. Trondheim: in Glénat ci hanno detto “avete carta bianca”. Ma in Disney, una volta ricevuto l’albo, l’hanno controllato al microscopio.
N. Keramidas: È un po’ quello il mio rimpianto. Ci hanno fatto credere per tutta la lavorazione che godevamo di libertà assoluta. Ma la Disney ha controllato l’albo solamente alla fine, una volta pronto. E solo allora ci hanno mandato una piccola lista dei cambiamenti che andavano apportati. Nel nostro caso, si trattava perlopiù di qualche dialogo. Ad esempio, non potevamo parlare di obesità. E Paperino non può mangiare pollo arrosto o qualsiasi altra cosa sia riconducibile a un animale morto. A quanto pare, i testi in francese sono stati tradotti affinché la Disney americana potesse leggerli e correggerli. Per fortuna non è stato necessario modificare i disegni ma solo i testi. Invece so che Cosey nel suo albo ha dovuto eliminare il sigaro che un personaggio aveva in mano. Insomma, sono molto puntigliosi.

Nostalgia e avventura

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La rosa degli autori scelti da Glénat (in quest’occasione ci concentreremo solo sui primi due volumi, appena usciti in Italia) è di tutto rispetto, e il risultato è di evidente qualità. Una Misteriosa Melodia e Mickey’s Craziest Adventures si pongono come esponenti di un fumetto Disney completamente inedito, e non certo perché rifiutino a priori la tradizione che li ha preceduti. L’albo di Cosey forse scandalizzerà qualche appassionato nel suo voler raccontare il primo incontro tra Topolino e Minni, ma dietro questo “sacrilego” proposito cela in realtà un appassionato e minuzioso omaggio alle origini dei personaggi Disney. Anche grazie all’uso di un tratto che riecheggia apertamente lo stile di Ub Iwerks, Cosey evoca con nostalgia l’epoca dei primi corti e delle prime strisce aventi come protagonista il Topo (che nella vicenda narrata, ambientata esplicitamente nel 1927, altri non è che un celebre sceneggiatore di corti animati che si trova alle prese, come d’obbligo, con un mistero da risolvere).

Mickey’s Craziest Adventures ha, se vogliamo, una premessa più leggera: gli autori fingono di aver ritrovato percaso dei fumetti di Topolino risalenti agli anni ’60 e rimasti finora inediti. Sfortuna vuole che la collezione non sia completa, e che quindi all’interno della trama vi siano degli episodi saltati, dei buchi che il lettore dovrà riempire con la propria fantasia. Il trucchetto delle pagine mancanti e la scarna trama orizzontale sono in realtà un pretesto: Trondheim si diverte un mondo a infilare Topolino e Paperino nelle situazioni più improbabili e surreali, in una folle girandola di inseguimenti e spedizioni nelle profondità marine o in città perdute delle Ande.

Il lavoro di sceneggiatura di Trondheim, scandito in tavole autoconclusive, viene magistralmente sorretto ai disegni da Nicolas Keramidas, che applica il suo stile estremamente personale e cartoonesco (che si può ammirare anche in Alice nel Paese delle Scimmie, su testi di Tébo, edita in Italia da Bao) ai personaggi Disney. Il risultato forse è un poco spaesante, soprattutto per quanto riguarda il design di Topolino e Paperino, ma di indubbia efficacia: i disegni di Keramidas sono dinamici, rocamboleschi, e infondono alle tavole un tocco di “animazione” che si sposa alla perfezione con la storia. Non si può infine trascurare la qualità del lavoro della colorista Brigitte Findankly (attualmente impegnata insieme a Trondheim anche sulla serie fantasy Ralph Azham, giunta al nono volume e purtroppo inedita in Italia). I colori di Findankly contribuiscono enormemente a rendere più credibile l’espediente del manoscritto ritrovato: le pagine vengono “invecchiate” ad arte e arricchite di effetti (macchie, strappi, pieghe…), ma la colorazione non viene assolutamente penalizzata e risulta vivace e coinvolgente. Nel complesso, a livello grafico l’albo è un piccolo capolavoro, un felice incontro tra necessità narrative e resa estetica.

Il valore dell’autorialità

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Difficilmente Una Misteriosa Melodia e Mickey’s Craziest Adventures verranno ricordati come pietre miliari del fumetto Disney. Tuttavia questi due volumi hanno dei pregi innegabili, e dovrebbero essere studiati con estrema attenzione da chiunque ami il fumetto Disney e ne abbia a cuore la salute. Innanzitutto sono storie ben riuscite, divertenti, originali: in due parole, sono ottimi fumetti, e di ottimi fumetti c’è sempre bisogno.

Ma a parte questo, il progetto di Glénat dimostra soprattutto che un personaggio pluridecennale come il Topo resta forte e vivo finché ha la capacità di reinventarsi, di non cedere alla consuetudine, di non replicare stancamente cliché triti e abusati. Gli autori Glénat non hanno rifiutato la tradizione: l’hanno usata come guida. Hanno recuperato ciò che più amano dalla storia del personaggio e lo hanno messo in scena, con l’obiettivo di raccontare una storia. È ovvio che i costi e le tempistiche richieste da volumi di questo tipo non siano compatibili con il fumetto seriale.

Però i volumi Glénat contengono delle lezioni che potrebbero tornare estremamente utili anche per il fumetto Disney più convenzionale: c’è un bisogno disperato di fumetto Disney che abbia il coraggio di sperimentare, che abbandoni canovacci abusati, caratterizzazioni stereotipate, dialoghi ripetitivi e poco spontanei. Un fumetto che abbia come obiettivo raccontare delle belle storie per tutte le età sfruttando la ricchezza infinita dei personaggi Disney. Un personaggio pluridecennale diventa stantio nel momento in cui abdica al rinnovamento. Nel momento in cui le sue storie diventano pacchetti preconfezionati, mondi cristallizzati dove si ripetono sempre le solite trame e le caratterizzazioni e le interazioni tra personaggi diventano stereotipiche, eternamente uguali a se stesse.

Esiste invece fumetto Disney coraggioso e brillante, che negli ultimi anni sta finalmente prendendo il posto che gli spetta, grazie a collane come Topolino Definitive CollectionTopolino De Luxe Edition: il Topolino di Casty, le storie di Bruno Enna e Fabio Celoni, la nuova saga del redivivo Pk firmata da Artibani, Sisti, Pastrovicchio e Sciarrone (senza dimenticare l’apporto di Monteduro, Lavoradori e Mottura)… la lista sarebbe veramente lunga. Si tratta di fumetti di altissima qualità che vengono proposti in edizioni adeguate, che incontrano il favore della critica e anche di un pubblico che generalmente non segue (più) il fumetto Disney, sentendolo infantile e ormai lontano da sé. In un mercato del fumetto dove la rilevanza dell’edicola va sempre più scemando, la sopravvivenza del fumetto Disney sembra ormai definitivamente legata alla capacità di stupire, meravigliare, irretire un pubblico che ha ormai abbandonato il Topo.

Affinché ciò accada, bisogna credere nei grandi autori e insegnare alle nuove leve a essere come loro. Chi avrebbe mai creduto che una storia dalle fortissime tinte gotiche, quando non apertamente horror come Lo strano caso del Dottor Ratkyll e di Mister Hyde potesse funzionare? Enna e Celoni credevano che fosse possibile, e ci sono riusciti. Quanti, anche tra noi lettori, erano apertamente scettici sulla possibilità (e l’utilità) di ridare nuova vita a Pk a più di un decennio dalla sua chiusura? Artibani e Pastrovicchio ci hanno magistralmente smentiti con il loro Potere e Potenza.

In Glénat non hanno fatto altro che portare alle estreme conseguenze questa volontà di affidarsi ai propri autori: si sono assicurati che venissero rispettati i paletti di base e hanno poi lasciato che fosse la casa madre a occuparsi del (severo) controllo finale. Il risultato, secondo il modesto parere di chi scrive, dimostra che la scommessa ha pagato, tant’è che i volumi Glénat stanno rapidamente sbarcando anche in USA, come già accaduto per tanti capolavori italiani come PKNAZio Paperone e l’Ultima Avventura di Artibani e Perina.

Insomma, il fumetto Disney d’autore è vivo e lotta insieme a noi, ma è auspicabile che esca dalla sua natura di “evento eccezionale” (tanto in Italia quanto altrove) per diventare il paradigma, il prototipo del fumetto Disney. Ciò a cui l’autore che lavora su Topolino deve tendere.  E il coraggio dell’operazione Glénat deve portarci a riflettere su cosa potrà e dovrà essere il fumetto Disney nei prossimi anni.

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“Una Misteriosa Melodia”

“Mickey’s Craziest Adventures”

Bibliografia

L'Osservatorio

Pk raggiunge i Super-paperi Disney nel Nuovo Mondo

USA, Agosto 2016: PKNA (Paperinik New Adventures per gli infedeli) tocca il suolo americano, nella sua incarnazione più pura. Purtroppo Pikappa aveva già viaggiato nel Nuovo Mondo in passato, dimenticando “a casa” il suo vero io: Paperinik. Infatti già nel 2000 il personaggio creato originariamente da Penna, Martina & Carpi era stato privato del suo glorioso passato nella storia The Secret Origin of the Duck Avenger su Disney Adventures, dove Paperino combatteva contro gli Zondarriani (un rip-off degli Evroniani) guidato da Pico De Paperis e dall’ape Spike.
Se conoscete la storia vi ricorderete invece del nostrano reboot PK – Pikappa (Frittole per i veri intenditori) nell’agosto del 2002: come per The Secret origin… il marinaretto non è mai diventato Paperinik, trovandosi a vivere le avventure da super-eroe per caso, aiutato da Uno e reclutato nei Guardiani della Galassia. Ma forse è meglio non continuare con questo racconto. Fatto sta che fu questa barbarica trasposizione ad essere esportata oltreoceano nel 2009 in digitale su Comixology sotto il nome di Super Duck, e non quella classica di fine anni ’90 a cui eravamo tanto affezionati.

Ma la storia ha orrore dei paradossi (come recitava Raziel nella saga videoludica Legacy of Kain), e probabilmente il Razziatore ci ha salvati in corner nel 2015. Fu infatti a settembre dello scorso anno che uscì sui numeri 5 e 6 della testata Donald Duck (edita da IDW) la storia del 1969 che narra le vere origini del pikappero mascherato: Paperinik il diabolico vendicatore.
The Diabolical Duck Avenger ebbe un seguito, poiché a giugno 2016 venne pubblicata sui numeri 14 e 15 della stessa testata la storia Paperinik alla riscossa del 1970 di Martina e Scarpa.

Proprio alla fine di Revenge of the Duck Avenger apparve una didascalia molto importante:

Quasi come 20 anni fa, grazie alle prime pubblicità su Topolino, ora anche i lettori americani si preparano ad essere catapultati in un universo pieno di alieni succhia-emozioni e pirati temporali grazie alla neonata testata attualmente in distribuzione: DUCK AVENGER.

Finalmente PKNA entra a testa alta nel mercato fumettistico USA proponendo al pubblico lo storico Evroniani di Sisti, Sisto e Lavoradori. Rispettando la numerazione originale, per ora, la prima uscita è infatti la “ISSUE ZERO” come ai tempi per noi fu il #0. Evronians e i numeri che seguiranno, sono stati minuziosamente tradotti da Jonathan H. Gray, che ha dovuto inoltre trasformare, in alcuni casi radicalmente, alcune nostre vecchie conoscenze introdotte con PKNA. Per esempio la telenovela Patemi diventa Anxieties, Lyla Lay cambia il suo cognome in Lee, mentre Angus Fangus rimane fedele a sé stesso, anche se perde la sua classica risata. Nota di merito per il simpatico omaggio a New Adventures grazie all’arma 87-BIS dello scudo Extransformer che muta in Weapon PKNA-00.

Sempre parlando di armi, vi segnaliamo inoltre che Paperinik cita curiosamente Fantomallard (per noi Fantomius) come proprietario dei suoi “soliti trucchi“, quando rimane sbalordito dal confronto con la nuova tecnologia Ducklair. Probabilmente tale scelta è dettata dal fatto che il pubblico americano, come precedentemente accennato, ha fruito solamente delle prime due storie di Paperinik, nelle quali utilizza l’equipaggiamento del ladro gentiluomo, e non l’armamentario che costruirà ad-hoc Archimede Pitagorico in seguito.

L’albo di 72 pagine eredita dalla recente ristampa nostrana PK Giant 3K non solo le nuove copertine, ma anche una piccola parte dei nuovi contenuti extra, dimenticabili in confronto agli approfondimenti storici come i PK Files, Project o Techno Room. In questo caso, ci viene riproposta la traduzione dell’approfondimento “Si fa presto a dire Evroniani…” apparso in chiusura del numero 1 italiano. Curiosa la scelta di non inserire nemmeno l’intervista doppia agli storici autori, gli SPoster by Intini o soprattutto la PK MAIL; sarebbe stato carino almeno riproporre qualche irriverente scambio di domande e risposte avuto tra il pubblico italiano e il nuovo Pk Team, con la speranza di ottenere il coinvolgimento dei lettori americani.

In realtà, il pubblico oltreoceano sta attualmente seguendo le storie di un altro super-papero Disney a noi noto: Darkwing Duck, il terrore che svolazzava nella notte sugli schermi delle nostre televisioni degli anni ’90. L’eroe di St. Canard si è meritato infatti ben due testate, riprendendo la storia della serie a cartoni animati ormai conclusa da anni. La prima, edita da BOOM! Studios dal 2010 al 2011 per mano di Aaron Sparrow, Ian Bill e James Silvani, iniziò con una run di 4 numeri dal titolo The Duck Knight Returns (quale migliore omaggio della storica serie di Miller su Batman?) per concludere poi con il diciottesimo numero, gran finale del crossover con i personaggi di Duck Tales. La seconda testata inizia invece ad aprile 2016 sotto un nuovo editore: Joe Books Ltd.
Sparrow e Silvani, che avevano già lavorato alla precedente serie, tornano al lavoro con l’aiuto di alcune new entry come Andrew Dalhouse, Deron Bennett e Jesse Post, confezionando una nuova avventura per Drake Mallard iniziando dalla saga Orange is the New Purple (amanti delle serie Netflix avanti tutta!). Proprio come la protagonista del telefilm di Jenji Kohan, Darkwing si è ritrovato all’interno di una prigione, con la differenza che è stato l’arci-nemico Negaduck ad avergli teso una trappola, rinchiudendolo nel nuovissimo Penitenziario di Massima Sicurezza per i Criminali Furbi. (a qualcuno viene in mente per caso il videogame Batman Arkham Asylum?).

Il prossimo appuntamento per il pubblico americano è tra un mese con il numero 5 di Darkwing Duck, ma soprattutto con il numero… UNO di Duck Avenger dal titolo When Blow the Winds of Time?, al cui interno verrà pubblicata la versione tradotta de Il Vento del Tempo, introducendo il personaggio del Razziatore come The Red Raider. Seppur IDW abbia rispettato la numerazione di Evroniani per la sua prima uscita (a differenza di PK Giant), la casa editrice non ripeterà la storica sequenza italiana di 0/2 e 0/3 (volendo essere pignoli anche con lo speciale ZEROBARRAUNO del 1998).

Speriamo che la testata porti a termine il leggendario ciclo delle Paperinik New Adventures, per poi proseguire con la cosiddetta New Era introdotta da Francesco Artibani e Lorenzo Pastrovicchio nel 2014 con Potere e Potenza, seguita da Gli Argini del Tempo, il Raggio Nero e il prossimo ciclo a puntate sul ritorno di Xadhoom!