Approfondimenti

PK e il testamento di Tito

Tito Faraci, sceneggiatore Disney e uno tra gli autori più prolifici della prima serie di PK, ha scritto questo articolo su “Domani” che prende le mosse dalla ricorrenza del venticinquennale della serie per parlare della celebrazione dell’anniversario e delle vecchie storie da parte dei fan, e del rapporto con l’attuale. L’articolo ha suscitato diverse reazioni e discussioni anche accese nelle community del fandom, tra le quali il nostro gruppo Pkers da oltre 2800 iscritti. Uno di loro, Massimo Sestili, ha voluto replicare a Faraci, inviandoci questa accorata lettera aperta, che qui pubblichiamo, sperando che sia di ulteriore stimolo per la discussione.

PROLOGO: IL VENERATO MAESTRO

Sono cresciuto con Tito Faraci. Con le sue storie a fumetti, per la precisione. È sicuramente uno degli autori che hanno contribuito alla mia formazione, a rendermi ciò che sono. E senza dubbio anche le sue storie su PKNA hanno influito in tal senso. Faccio questo preambolo per giocare subito a carte scoperte: è da qualche giorno che non riesco francamente a comprendere alcune sue prese di posizione.

Vabbè, dai, manco a fa’ così…

È cominciato proprio a ridosso dell’anniversario dei 25 anni della saga di PK: su Twitter, Faraci si è mostrato offeso, piccato, per il fatto di non essere stato invitato a intervenire ad una live su YouTube che riguardava proprio quella ricorrenza. Si badi bene, non era una videointervista ufficiale della Disney Italia o della Panini: era banalmente una live del canale YouTube “The Fisbio Show”. Nessun evento in pompa magna, una semplice chiacchierata tra amici, da e per i fan: non potendo, per motivi di spazio, invitare tutto il PKTeam, il proprietario del canale ha dovuto fare una cernita, chiamando i principali autori del PKNE, il recente rilancio di PK, ossia Sisti, Artibani, Sciarrone e Pastrovicchio, e l’autore della sua storia preferita di PKNA, Bruno Enna. Una scelta soggettiva, legittima, di un lettore e un appassionato con i suoi gusti e le sue preferenze. Senza nulla togliere a Fisbio, era pur sempre una classica live su YT, non il Gran Galà. Eppure, Tito Faraci si è sentito escluso e l’ha presa sul personale, come se ci fosse un veto su di lui: ha rivendicato sui social i propri meriti riguardo PKNA, che peraltro nessuno ha mai messo in dubbio, ricordando di aver contribuito a scrivere un pezzo di storia del fumetto e concludendo “Se ora non sono un venerato maestro, amen”. Il giorno dopo, Faraci s’è scusato, scrivendo “ero nervoso, amo tutti (okay, quasi tutti)”. Sembrava finita lì. Non era finita lì.

A quanto pare, quello sfogo via tweet ha fatto scattare qualcosa nella mente dello sceneggiatore, che ne ha approfittato per maturare una serie di riflessioni sfociate in un suo articolo sul giornale “Domani”, che è allo stesso tempo un’auto-intervista autocelebrativa, una lettera aperta, un grido di dolore, un atto di accusa e un’onesta confessione. Quando un autore che hai letto e amato per anni pone uno spunto simile, una provocazione a cuore aperto volta a mettere tutto in discussione, non si può ignorare. Oltretutto, Tito si rivolge più o meno direttamente ai lettori, ed è giusto che i lettori replichino. Non sono un mitomane, non ritengo di rappresentarli tutti, ma penso sia doveroso portare almeno il mio – personale – punto di vista.

Una cosa mi ha incuriosito: se su Twitter il timore era quello di non essere più considerato un venerato maestro, nell’articolo sembra piuttosto temere il contrario, ossia di essere trascinato “nel gorgo che rende venerati maestri”. Come se dalla delusione di un percepito ostracismo avesse compiuto uno scatto d’orgoglio concludendo che no, tanto quel riconoscimento neanche lo voleva, tutto sommato sta meglio senza. Tito ha probabilmente deciso di razionalizzare quel disagio che ha provato e non sta a me tacciarlo di incoerenza. Se questa consapevolezza gli restituisce la serenità, chi siamo noi per dubitarne? Il problema, semmai, è quando da un discorso particolare e da un’esperienza soggettiva si sposta l’obiettivo sul generale, sul collettivo.

ATTO 1: OPERA ED EPOCA

Bellino, Trauma. Ma non perché è “so Nineties”. Anzi.

L’articolo di Domani comincia così, con un j’accuse ai lettori, o perlomeno ai “fan più accaniti del fumetto Disney”: trentenni che vivono nel rimpianto degli anni ’60, che più vanno avanti più tornano indietro, a suo dire. Anche per questo, gli “schiamazzi” del festeggiamento del venticinquennale lo infastidiscono, perché – riassumendo il suo pensiero – PK non ha più un futuro, ora ci si limita a commemorare un grande passato, il PKNE è un revival privo del sapore della novità e forse anche per questo non è stato invitato (ma da chi?) alla festa, perché lui – a differenza degli autori del PKNE, immagino – vuole un PK diverso, ma tutto sommato gli va benissimo il mancato invito perché non si vuole accodare all’esultanza per la nostalgia di quello che è diventato un “classico” perdendo in modernità. Dulcis in fundo, sostiene che se PKNA fosse uscito oggi non lo avrebbero capito né accettato, e soprattutto non lo avremmo fatto noi fan, noi pkers, che lo apprezziamo tutt’ora solo in quanto nostalgici passatisti.

Vale la pena di rispondere punto su punto, ma andiamo con ordine: secondo Tito, le grandi opere devono essere immerse nel loro tempo, rappresentative della propria epoca. Gottfredson, Barks e Scarpa erano lo specchio dei loro tempi e per questo funzionavano, così come PKNA funzionava perché rispecchiava gli anni Novanta. Qui ho il primo punto di dissenso: per cominciare, au contraire, i classici da lui citati sono intramontabili proprio perché i loro autori, pur utilizzando il materiale narrativo del periodo storico in cui vivevano, sono riusciti a scrivere qualcosa che andasse oltre, che non rimanesse confinato nei suoi tempi. Sono opere apprezzabili anche da lettori che non li saprebbero nemmeno cogliere, i riferimenti a quell’epoca. In breve, sono classici perché invecchiano bene. Anziché temere che PK possa essere un classico, bisognerebbe auspicarlo, perché significherebbe che è riuscito a trascendere la sua epoca, a non restare solo un “fenomeno anni ‘90”.

Vade retro, retrò!

Credo che Tito intenda dire “voi amate quelle storie perché sono il passato, invece quelle storie erano il (loro) presente, dovreste pretendere storie che raccontino il tempo in cui sono state scritte”. Non è il primo autore a fare questa critica, e l’ho sempre trovata abbastanza forzata: una caricatura delle posizioni altrui. Certe storie piacciono perché funzionavano all’epoca e funzionano tutt’ora, fine. E sì, forse bisognerebbe prendere appunti anche su “stile e trame” di quelle storie, che non vuol dire “clonarle”, ma capire qual è il fattore che le rende “senza tempo”. Bisognerebbe poi capire cosa significa essere “immersi nel proprio tempo”: citazioni pop, riferimenti ai fenomeni sociali del momento? Perché nessuno, tra coloro che auspicano fumetti che “narrino il presente”, ha mai saputo spiegarmi bene cosa fosse, questo presente, e come andrebbe narrato. Stiamo parlando di storie, ricordiamo: è importante avere chiaro cosa si sta raccontando, prima di pensare se fargli rispecchiare o meno “l’epoca”. L’intreccio, la narrazione, l’aver qualcosa da dire. Le storie non hanno età, specie se sono buone. Non vorrei che il focalizzarsi sulla forma e su certe formalità facesse perdere di vista il contenuto: il “come” e il “cosa” sono indissolubilmente legati, l’uno senza l’altro non esistono.

Ci sarebbe da chiedersi poi quale sia il peccato originale di questo PKNE: una saga che dalla sua ripresa è stata pubblicata al ritmo di due o tre storie all’anno avrebbe il tempo materiale e lo spazio, la possibilità, di narrare il presente? Ma soprattutto, esattamente cosa “non” narrano, del presente? E dovrebbero farlo, poi? Facciamo un esempio: PKNA 10, “Trauma”, era un bell’albo perché aveva disegni interessanti, una trama coinvolgente e personaggi affascinanti (come Gorthan, poi ripreso – bene – da altri autori come Bruno Enna che han deciso di approfondirlo e non lasciarlo “lettera morta”). Non era bella perché era una storia “molto anni ’90” che piaceva a me lettore in quanto “ragazzo degli anni ’90” che ci si rivedeva, ma perché aveva degli elementi che la rendevano apprezzabile aldilà del periodo storico di pubblicazione. Anzi, le parti più “immerse” in quegli anni, se posso permettermi, sono le parti di “Trauma” che sono invecchiate peggio.

E sì, Faraci non ha torto quando dice che anche nel Topolino del passato c’era del brutto e anche in quello del presente c’è del bello. Mai negato. Ma è proprio questo il punto: forse che i lettori non han discernimento, spirito critico? A piacere non sono le “storie di una volta”, ma le “storie belle”, che rimangono tali a distanza di anni. Non le si rimpiange, ma le si ricorda, perché son riuscite a rimanere impresse. Gli autori migliori han saputo prendere esempio dai grandi di ieri: li han studiati, analizzati e capiti, scoprendo il loro segreto, ciò che li rende “immortali”, fruibili e godibili a prescindere dall’anno in cui li si legge per la prima volta. Se una storia è bella, neanche ti accorgi di quando è stata scritta. Come può essere “passato”, ciò che non ha età? Lo stesso Faraci, poi, pare ammettere che certe innovazioni di quel periodo oggi sembrino improponibili: chi lo decide? Questo però riguarda il presente – non tutto, non generalizziamo. Ci torneremo tra pochissimo.

ATTO 2: NOSTALGIA CANAGLIA

Grunf! Troppi schiamazzi! Addirittura una videodiretta su YouTube!

Se si vuole essere innovativi con i nuovi lettori bisogna rispettarli, innanzitutto. Quando uscì PKNA, chi lo leggeva aveva poco più di 10 anni, forse meno. Andava alle medie, o addirittura alle elementari. E gli è stato offerto un simile prodotto scommettendo sulla sua capacità di apprezzarlo, senza venirgli incontro abbassando le aspettative. “Attuale” significa capire che i lettori giovani sono molto più smaliziati e capaci di gestire la complessità di quanto non si creda. Che non vengono fidelizzati con le lucine colorate e con le strizzatine d’occhio pop, ma con un prodotto degno, che dimostri cura dei personaggi, delle trame e potenziale di “worldbuilding”, una parolaccia che in fondo può essere tradotta anche solo come “credibilità e coerenza”. La Marvel fa così da oltre 60 anni, esportando il metodo anche alla sezione cinematografica: se il MCU ha avuto successo nel grande pubblico anche aldilà dei fan nerd di fumetti, se praticamente ogni serie tv contemporanea – come minimo da Lost in poi – ne attinge a piene mani, con trame complesse ed elaborate e strettamente legate tra loro, forse un motivo ci sarà. La “continuity” non fa più paura a nessuno, di certo non ai giovani (forse più agli over 30 che agli under). Questo è necessario: crederci. Metterci serietà e impegno, anche nei prodotti comici “minori”: “quando si scherza, bisogna essere seri”, diceva il poeta (ok no, lo diceva Albertone Sordi). Non limitarsi al compitino, al buttarla in caciara perché “tanto sono solo fumetti”. Lo sappiamo, che sono solo fumetti, ma se l’autore mostra di essere il primo a cui non va di impegnarsi nello scrivere, perché il lettore dovrebbe impegnarsi a leggere? Chi glielo fa fare, alla fin fine?

In generale devo dire che ho fatto fatica a capire con chi ce l’avesse esattamente nel suo articolo, Faraci. Mi dava l’idea, perdonatemi l’espressione, di una filippica un po’ confusa e fuori fuoco. Gli eccessivi “schiamazzi” per i 25 anni di PK, quali sarebbero? Una storiella di 30 pagine su Topolino, una diretta Facebook di neanche mezz’oretta con Catenacci, Sciarrone e Pastrovicchio, una mini-intervistina a Sisti? Ah, e il lancio di un cofanetto contenente i volumi più recenti usciti in questi ultimi anni, insomma tutt’altro che un elogio del passato: a me sembra la celebrazione di un qualcosa di presente e vivo, attualmente pubblicato. Più la famigerata chiacchierata “unofficial” per nerdoni su Youtube, fine. Insomma, dove sarebbero tutti questi festeggiamenti? E soprattutto, chi è che non lo ha “invitato” ai non-festeggiamenti? Ed esattamente, dove lo dovevano invitare, e a far cosa? Perché a quanto pare è in buona compagnia: non hanno invitato praticamente nessuno. Nessuno è finito davvero sotto i riflettori, e chiedo scusa per l’impertinenza, ma fa strano vedere che c’è chi se la prende tanto (non solo Faraci, va detto: è in buona compagnia) per non essere stato accolto con tutti gli onori nel celebrare un qualcosa… di cui sembra quasi essersi disinteressato per anni.

Me l’immagino così, “un ‘mumble’ pensoso e malmostoso”

Altra cosa che non ho capito: Tito accusa gli altri di nostalgia, di venerare il passato, ma poi è il primo a rimembrare con aria sognante i suoi “greatest hits” del passato, da “Trauma” a “Motore/Azione” a.k.a. “Boris prima di Boris”, elencando le varie rivoluzioni che questa serie rappresentò, che – cito – “oggi sembrerebbero troppo”. Ecco, di grazia, di chi è la colpa, se all’epoca si potevano fare certe cose e oggi no? Certo non di PK. Anche stavolta sono stati menzionati i vari coraggiosi editor, caporedattori e direttori che han permesso a quella serie di vedere la luce: c’è da dedurne che oggi è il coraggio a mancare? Se fosse così, il problema sarebbe a monte, e ben altro: la falsa disputa “innovativi VS nostalgici” sarebbe solo un modo per distogliere l’attenzione da esso. E PK non avrebbe neanche motivi o incentivi per evolversi, se il resto del fumetto Disney italiano non s’è evoluto nel frattempo, o se si è addirittura involuto: basterebbe che restasse uguale a se stesso e immutato e sembrerebbe rivoluzionario anche oggi. Di nuovo, se così fosse non sarebbe colpa di PK, ma di tutto il resto che è rimasto immobile anche negli anni in cui PK era una cosa ormai chiusa e appartenente al passato. C’è da dire, comunque, che già è un piccolo miracolo che le storie del PKNE abbiano trovato spazio su Topolino negli ultimi anni: in questo, anzi, si ha avuto forse ancor più coraggio che in passato, in cui si teneva separato il Topo-giornaletto dalla testata “matura”, come se dovessero servire target necessariamente distinti. Tuttavia è vero, son tempi diversi, ci sono cose che non si possono (o meglio, vogliono) più osare, manca la volontà di sperimentare a volte. E però Tito non può far finta di essere un osservatore esterno. È una figura riconosciuta nel mondo del fumetto italiano, non solo Disney. Negli anni, ha sicuramente avuto un’influenza, su quello che è Topolino oggi. Se la situazione attuale è questa, qualche responsabilità ce l’ha anche lui, non solo i tempi che cambiano o il destino cinico e baro.

ATTO 3: EMBRACE REVOLUTION: A TALE OF TWO TITOS

Dai, Tito, ce la farai a tornare quello di un tempo!

Infine, la grande accusa: “Se PKNA fosse uscito oggi, non avreste capito e accettato una simile rivoluzione”. Perché crescendo, immagino, abbiamo perso lo spirito critico e la capacità di farci piacere ciò che è bello e siamo passati all’amare solo ciò che è passato e nostalgico, giusto? Scherzi a parte, una riflessione la stimola, questa provocazione. È giusto che io ci pensi su per un po’. Mumble. Ok, fatto. Dissento. Per un motivo molto semplice: c’è chi non lo capiva e accettava neanche allora, tra i lettori. I forum e alcune forme di social esistevano anche all’epoca, come pure c’erano sacche di resistenza, tradizionalisti e puristi. I nostalgici veri, anche adesso, sono coloro che sostengono che l’unico vero Paperinik è quello classico con gli stivaletti a molla e che PK è apocrifo, proveniente da un universo alternativo – e c’è chi ha contribuito ad alimentare questo equivoco, prima di tutto con il reboot “PK – Pikappa” a.k.a. “Frittole”. A coloro a cui non piacerebbe PK adesso, non sarebbe piaciuto (e non piaceva) neanche a quei tempi. Temo che oggi, forse, siano certi autori, i primi a non capirlo e ad accettarlo. Forse dovrebbero imparare a farlo. E a farci pace, anche. Piuttosto la domanda che mi pongo, rispedendo la provocazione al mittente, è: “I rivoluzionari autori del PKNA di ieri l’avrebbero fatta oggi, una simile rivoluzione?”. E aggiungo: le nuove leve di scrittori di Topolino e affini, saprebbero farne una? Sono state adeguatamente formate per poterla fare? Gli è stato insegnato da cosa prendere esempio (ovviamente rielaborandolo in maniera personale), cosa funzionava e cosa no, e perché?

La mia reazione a “Universo PK”: is this “PK attuale, nuovo e moderno”?

Insomma, a me sembra che Tito si sia creato una sorta di nemico immaginario bersaglio delle sue critiche, dai contorni non ben definiti, che attacca a suon di “straw man arguments”. E rivendica il non unirsi ai festeggiamenti perché non ama i revival passatisti che non riprendano il nuovo e la modernità. Eppure Faraci ha avuto la sua chance per fare “un altro Pikappa, ma diverso”, “un esempio di vitalità, di rinascita e di rivoluzione”, immerso nel presente, nell’attuale, nel nuovo e moderno. Ma non ci ha neanche provato: quando ha avuto l’occasione di tornare a cimentarsi a scrivere una storia del papero mascherato, ha creato “Universo PK”. Ossia, una storia del Paperinik classico con gli stivaletti a molla che viveva gli eventi principali dei primi numeri di PKNA, con mille strizzatine d’occhio di difficile comprensione per un neofita e tradizionalismo spinto. Insomma, un mix tra citazioni e classicismo con qualche gag slapstick. Invece di tornare a sperimentare col personaggio, ha preferito realizzare un innocuo “what if?” ironico ma un po’ infantile, un esercizio di stile fine a se stesso. Che oltretutto ha creato ulteriore confusione, alimentando la falsa credenza che vede Paperinik e PK come due personaggi distinti, due realtà alternative di mondi paralleli. Rischiando di separare ancor di più PKNA dal resto del mondo Disney italiano, rendendola un’anomalia apocrifa da dimenticare. Quel messaggio non passò per un pelo, scongiurando danni seri: avesse prevalso quell’impostazione, allora sì che la commemorazione dei 25 anni di PK sarebbe stata “un funerale”. Insomma, era il presente, “Universo PK”? Era il futuro, era la novità? Era immersa nell’attualità? Se sì, rispecchia un’epoca abbastanza piatta, se me lo concedete.

Curioso che Tito, nell’articolo, non abbia menzionato “Universo PK”, ma ancor più strano che non abbia citato neanche uno dei suoi capolavori Disney dell’epoca, andato incontro purtroppo ad una fine prematura: Mickey Mouse Mystery Magazine (MMMM). Il Faraci di UPK è più moderno del Faraci di MM? Io sinceramente ho i miei dubbi. Io anzi rivorrei proprio quel Faraci lì, quello che scrisse “Anderville”, ma non perché il passato è sempre più bello (specie quello di verdure). Non perché “viva il vecchio, abbasso il nuovo”. Ma perché reputo quel Faraci più moderno, al passo coi tempi e “nuovo” di quello attuale. Di UPK forse ci dimenticheremo, di “Anderville” e “Trauma”, almeno chi ha avuto il piacere di leggerli, no. E non perché anticipavano i tempi. Ma perché erano “fuori dal tempo”, apprezzabili in ogni epoca. Sarò brutale: se uno scrittore viene ricordato più per il suo passato che per il presente non dipende dalla nostalgia per il venerato maestro, dipende da lui, da quanto ha mantenuto la sua capacità di raccontare buone storie.

Ma chiudiamo in bellezza. Con l’ancora attuale.

Sbaglierò, ma ho come l’impressione che Tito nel corso degli anni si sia arreso. Che sia stato il primo a non crederci davvero, che “un altro fumetto Disney italiano fosse possibile” (se vogliamo citare nuovamente Boris), che PK fosse un’opzione ancora praticabile, ad anni di distanza, mantenendo la sua maturità. E addirittura proseguendo la storia rimasta interrotta anni prima. Perché le storie hanno un inizio e una fine. E continuano finché devono: è la storia che decide, come insegna Leo Ortolani. Spesso ci si dimentica che è in primis questo che si deve raccontare: una storia. Insomma, Tito forse no, ma altri invece ci han creduto, da Francesco Artibani (che al momento si è preso una pausa, anche lui è in “fase amareggiata”: spero che il tempo gli dia consiglio, perché penso abbia ancora molto da dire) ad Alessandro Sisti. Mi sembra ingeneroso accusarli, seppur velatamente e indirettamente, di passatismo. Mi ricorda la favola della volpe e l’uva. E Sisti, sia nella storia del venticinquennale su Topolino sia nel nuovo numero di PK Fuoriserie, che restituisce dignità ad una minisaga iniziata molto male, ci ha dimostrato che la vite di PK può essere rigogliosa, e produrre uva tutt’altro che acerba. E che non invecchia mai.

Con buona pace delle polemiche, PK ha un passato, un presente e sì, anche un futuro. Spero che prima o poi torni a crederci anche Tito Faraci, in un modo diverso di fare fumetto Disney in Italia. Non è mai troppo tardi.

Forse potrebbe interessarti anche: PK – Ur-Evron: Un cambio di rotta