Approfondimenti

Pk – Ur-Evron: Un Cambio di Rotta

Aneddoto 1

Ai tempi del liceo facevo teatro. Un giorno durante uno spettacolo feci una cappella mostruosa. Gli altri attori rimasero impietriti e fu il gelo. I dieci secondi di imbarazzo più lunghi di tutta la mia vita. Mi scusai col pubblico, bucai la quarta parete ridacchiando come un coglione e così spezzai irrimediabilmente l’illusione. A me, al pubblico e alla troupe. Lo spettacolo riprese, ma ormai eravamo tutti a disagissimo e venne fuori una cosa orribile.

Aneddoto 2

C’è una saga cinematografica molto famosa, chiamiamola Gazzarre Spaziose per comodità. A questa saga è da poco stato aggiunto un pezzo nuovo, un trittico di film che hanno creato molte polemiche, a causa di alcuni errori di progettazione. A dispetto di questo si è scelto comunque di andare avanti e realizzare una nuova serie televisiva, chiamiamola Il Mandorlato, che è invece molto amata. La cosa interessante in tutto questo è che ora il Mandorlato, da una posizione di forza, sembrerebbe voler creare dei collegamenti narrativi con quei film problematici, cercando di redimerne le mancanze. Tutto questo nell’ottica di rendere più coesa e organica l’intera Saga. 

E tutto questo fa riflettere. Nell’arte e nello spettacolo la cosa più importante è creare Storie a cui il pubblico possa credere. E per poterlo fare è necessario entrare nell’ottica che le gaffe, anche le gaffe belle grosse, devono essere mascherate, dissimulate. Non si può ragionare troppo alla “questo è mio, questo è tuo, nella mia versione succede questo ma non quest’altro”. L’errore va intercettato, inglobato in un discorso più grande e infine mimetizzato. Anche quando è grosso.

I Pk-Baci Perugina potrebbero costituire una furbata
non da poco…

Con Pk l’errore è stato macroscopico e ha rischiato di danneggiare pesantemente un lavoro ultraventennale. 

Il danno è stato in primis narrativo. Si è sottovalutata la portata culturale del fenomeno PK e se ne è frainteso il suo significato, offrendone una versione banalizzata e… ostica alla lettura. Il tutto in un momento delicatissimo, in cui la saga si stava faticosamente riprendendo dopo uno iato di oltre un decennio, riallacciandosi alla propria identità e fronteggiando uno scenario editoriale profondamente mutato. 

In secondo luogo c’è stato un grosso danno comunicativo. Pk era stato il primissimo fumetto italiano ad avvalersi di Internet, puntando all’interazione col pubblico per accrescere il fenomeno. Voci critiche (e/o artistiche) insospettabili si sono abbeverate alle verdi acque della boccia di Uno e buona parte delle community fumettistiche oggi attive online conservano almeno un filamento di dna ereditato da quell’epoca pionieristica. Questa stessa piattaforma nasce proprio da quell’humus e ospita al suo interno la più grande community di Pkers attualmente attivi (circa 2500 sparsi tra il gruppo facebook e la rete Telegram). Gli episodi spiacevoli, imbarazzanti e francamente offensivi a cui abbiamo reiteratamente assistito negli ultimi mesi in rete da parte dell’attuale showrunner della testata Roberto Gagnor hanno per molti costituito una fortissima difficoltà nell’affrontare la lettura di queste nuove storie con la dovuta serenità.

La faccia dei Pkers dopo
aver letto certe dichiazioni

Quando ci si ritrova a dover privatizzare una chat perché i tuoi utenti si sentono spiati dall’autore, quando metà di questa utenza si ritrova insultata o bloccata sui social network senza nemmeno aver capito perché, quando a fronte di quindici anni passati a lanciar progetti creativi e divulgativi rigorosamente no profit, l’autore scrive pubblicamente che questo sito produce irrilevanti talebanismi mentre pubblicizza un’intervista fattagli da un’altra piattaforma… bè senti puzza di harakiri mediatico. E, per dirla in francese, ad una certa ti rompi pure il cazzo. Con buona pace dell’amata anatra e del disastro nel quale è scivolata.

Altro grosso errore di marketing è stato
non pubblicizzare il featuring col mitico Giorgio Vanni

Ma.

Si sente odore di aneddoto 2. Su Anteprima appare l’annuncio che questo terzo volume, pur realizzato nel solco dei precedenti, vanterà una supervisione da parte di uno dei creatori della saga, Alessandro Sisti. E una copertina decisamente d’impatto da parte di Fabio Celoni. Un passo avanti sia sul piano comunicativo sia narrativo, sembrerebbe. L’idea è che si stia cercando di rilavorare l’errore, piuttosto che disconoscerlo, facendo gioco di squadra a suon di assist. E quindi io lettore/webmaster, pur ritenendomi investito dall’uragano mediatico che ha avvolto la cara anatra negli ultimi mesi, provo a stare al gioco e a farmi trasportare dalla Storia. E se Storia deve essere eviterò quindi di puntare il dito su quale apporto possa esser stato di Sisti e cosa invece sia farina del sacco di Gagnor. Tentiamo una lettura ingenua, per quanto possibile e vediamo se funziona.

Spoiler: le pitture di guer… di PERICOLO funzionano a inchiostro intermittente e continueranno ad apparire e sparire per tutto il corso della storia.

E funzionicchia.

Partiamo dal comparto grafico e cominciamo col dire che c’è un grosso, grossissimo problema nelle pose “dinamiche” dei personaggi. Roberto Vian è un disegnatore che non risparmia guizzi, ma quando i personaggi assumono posizioni così contorte che la sensazione di movimento viene meno, e sembra più che stiano giocando a Twister, qualcosa non va. Soprattutto nelle sequenze d’azione, in cui spesso non è immediato quello che succede nella vignetta. E in un fumetto così tanto incentrato su guerrieri e combattimenti a questo bisogna fare attenzione e non lasciare mai che il guizzo prevalga sulla chiarezza.

Un Vian un po’ contorto (e quando parla di Aristotele non scherza).

Di contro va riconosciuto a Vian di aver fatto assolutamente centro nella realizzazione degli ambienti. Il setting di questo volume è probabilmente uno dei migliori della saga, e diverse sequenze si imprimono istantaneamente nella memoria. Si respira un’aria malata, orrorifica, quasi inedita per la serie e quindi indovinatissima. I tratteggi, i colori, su questo piano funziona tutto e l’effetto è veramente immersivo.

E che gli vuoi dire a Vian quando ti caccia una cosa del genere?
Gli si perdona tutto…

Per quanto riguarda la storia, Ur-Evron ha il grosso merito di aver individuato il proprio “nucleo” narrativo, presentandolo senza farsi distrarre da mille sciocchezze. Le sequenze con i Pk-Corps sono ridotte al minimo, diminuendo per quanto possibile il tasso di pacchianeria e aggiustando il tiro su alcuni dettagli che in precedenza stonavano (con un’agile retcon sembra che i due volumi precedenti non siano più ambientati in un altro tempo, ma solo in un altro luogo, e l’unico viaggio nel tempo è quello che concerne la trama verticale dell’albo).

c..cos

Fa un po’ sorridere che la premessa della serie fosse quella di distaccarsi dai paradigmi già visti e proporre qualcosa di nuovo, se poi la meta di tutto questo erano i viaggi nel tempo e gli evroniani. E non evroniani a caso, bensì l’origine stessa di Evron con tutto quello che comporta in termini mitologici. Arrivarci con il passo narrativo avuto fin qui sarebbe stato pericolosissimo, mentre così… è più digeribile. Rimangono però ancora molte sbavature nel registro e nel linguaggio, concentrate soprattutto all’inizio del volume. Didascalie che vorrebbero essere profonde ma risultano sgraziate, scambi tra personaggi che suonano artificiosi e quella sensazione di trovarsi a metà strada fra un prodotto animato televisivo da sabato pomeriggio e una cupa fanfiction adolescenziale. Verso la fine questa sensazione si attenua, I dialoghi iniziano a filare meglio e si ha una sensazione di maggior quadratura. Se questo sia dovuto alla sovrapposizione di voci autoriali o semplicemente sia quello che fisiologicamente succede quando una storia… inizia finalmente a essere narrata per davvero, non è chiaro e va bene così.

Triplicare Pk per creare il movimento va anche bene,
ma allora perché spararlo in due diverse direzioni?

Un altro paio di albi e questo ciclo dovrebbe finalmente vedere la propria conclusione. Nemmeno altri due numeri realizzati a regola d’arte potrebbero pienamente riscattare quello che nel globale verrà considerato un clamoroso passo falso. E non solo per ragioni strutturali ma semplicemente economiche: a nutrire fiducia in una storia ci si dovrebbe arrivare ben prima di averci investito il proprio trentesimo euro. Però che ci vuoi fare, chi ama Pk ha già vissuto un’epoca peggiore di questa, e non sarà questo episodio a spegnere la fiamma. Vediamo il bicchiere mezzo pieno, e rallegriamoci per il fatto che qualcuno abbia visto l’iceberg e abbia girato il timone in tempo rimediando una grattata allo scafo. Ma soprattutto guardiamo con affetto al tentativo di farci credere che l’iceberg era una regolare tappa nel viaggio, perché la narrativa non è altro che l’arte di raccontare al pubblico una bella bugia.

(che fatica però)

Tornare a casa, malgrado le macerie.
Una lettura finalmente immedesimante.
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