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Avengers: Infinity War – La Mia Storia d’Amore

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Mai stato un gran fan della Marvel, scusatemi. Ci provai una volta in gioventù a infoiarmi coi fumetti ma non funzionò. Non saprei dire se sono io o se è lei, diciamo che ci sono colpe da entrambi i lati. Da parte mia riconosco una certa intransigenza e ansia da controllo. Se una cosa mi piace voglio padroneggiarla tutta, e se parliamo di un universo editoriale tutto interconnesso… bé, che ve lo dico a fare. Subentra il completismo patologico, la frustrazione di non riuscire a starci dietro e infine l’odio profondo. Da parte sua, bé, c’è che è GRASSA. Enorme, bulimica, io glielo dicevo di mettersi a dieta ma lei niente da fare, mille testate, mille crossover, mille colpi di scena. Che poi fossero stati belli sodi quei colpi di scena, macché! False morti, resurrezioni improbabili, retcon a profusione. Lei mi diceva che non era colpa sua, che era del tutto fisiologica questa mollezza, quando ti ritrovi a dover gestire una massa così ingombrante. Ma io non volevo sentire ragioni, e la sminuivo paragonandola alle altre narrative da me amate.

Finì.

Giunse poi il 2008, uscì Iron-Man e il mondo del cinema cambiò. Il concetto di universo condiviso, questo nuovo modo di concepire la narrativa cinematografica si fecero strada nel cuore di tutti attraverso un processo lento ma inesorabile. Io e la Marvel non ci frequentavamo più già da qualche anno, eppure non potevo ignorare ciò che stava accadendo. Era importante, era bello ed era pure giusto. Fu imbarazzante però quando la Marvel venne ad abitare a casa di mia madre (la Disney): doverla incontrare per forza ad ogni occasione, ad ogni pranzo coi parenti. Un conto era seguirla con benevolenza da lontano, un altro avercela sempre tra i piedi. Dovevo ammettere però che era diventata più bella: il progetto MCU le aveva donato una linea più snella e accattivante, e sempre più persone le mettevano gli occhi addosso. Funzionava la Marvel, adesso, e in quella sua nuova forma avevo ricominciato a frequentarla, ad assistere ai suoi spettacoli. Li trovavo piacevoli, divertenti, mi piacevano molto gli attori che scritturava, i personaggi che raccontava e il modo in cui nei film crossover tutti questi ingredienti venivano mescolati. Ero anche contento del messaggio che arrivava al pubblico generalista, che finalmente era chiamato ad accorgersi che film visti a casaccio potevano costituire un discorso unitario se onorati di una maggior attenzione. Un’esperienza quasi educativa.

Ma qualche remora ce l’avevo ancora, dopotutto non si dimentica facilmente una delusione d’amore. Il problema era che uscito dal cinema me li dimenticavo tutti in un batter d’occhio, questi film. A volte mi sembravano così frivoli che la storia che mi raccontavano ne risultava sminuita, a volte mi sembravano piuttosto incolori con i loro scenari urbani dal limitato appeal. E quando invece sfociavano nel magico, nel soprannaturale, nel mitologico (e quindi non più incolori) mi sembravano pur sempre mitologie banalotte, dozzinali e poco profonde. Versioni modernizzate di idee già vecchie, perché provenienti da un universo narrativo con qualche annetto di troppo. Mi piaceva il concetto di puzzle, non mi piaceva troppo la figura che questo puzzle andava a formare.

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Avengers: Infinity War mi ha dato torto, e di questo non smetterò mai di ringraziare i fratelli Russo. Sorvolerò sugli aspetti tecnici e sul fatto che il film sia BELLO in sé e non solo in relazione a quello che rappresenta all’interno del MCU, sorvolo pure sulla gestione dei millemila personaggi coinvolti, che ho trovato ottima, e non ci si credeva. Quello che davvero mi ha colpito è il modo in cui Infinity War è andato a colmare le lacune che fino ad oggi avevano funestato questa saga cinematografica.

  • Thanos. Ebbene sì, il cattivone ipertrofico distruttivo aveva tutte le carte in regola per rivelarsi un boss finale piuttosto becero e sempliciotto. E la maledizione del MCU vuole che nessuno di questi film abbia mai avuto un cattivo particolarmente profondo e memorabile, dato che il focus è sempre stato sui protagonisti. Qui Thanos ha lo stesso peso di un protagonista, ha un piano ben preciso, con un suo preciso senso, una sua morale e un modo decisamente stiloso di attuarlo. Thanos è figo, è simpatico, è pericoloso, è carismatico e qua e là ti porta persino a empatizzare con lui. Quello che fa e quello che gli gira intorno ha una solidità e uno spessore drammatico a cui Marvel non ci aveva abituati. Non stupisce che sia dedicato a lui il primo romanzo MCU in arrivo, portando quindi la saga ad abbracciare un tipo di crossmedialità che alla Lucasfilm conoscono bene e che non può che aumentarne la profondità generale.
  • Le Gemme dell’Infinito. Quelle che un tempo non erano che un vago easter egg, un filo rosso piuttosto labile e pretestuoso, vengono ora riunite, spiegate meglio e acquisiscono un peso narrativo maggiore. E con esse decolla la mitologia generale, che prima sembrava appena abbozzata, funzionale alle vicende dell’eroe del momento. Un conto è vedere Strange che ne usa una nel suo film privato, o il Tesseract essere un po’ il mcguffin della situazione. Un altro è vedere tutti questi elementi confluire in un tessuto leggendario solido, credibile e affascinante. Se il primo Avengers ci aveva mostrato cosa succede quando fai convergere in modo armonico dei personaggi inizialmente scollegati, il terzo ci mostra cosa accade quando sottoponi allo stesso trattamento anche i loro contesti narrativi di provenienza: tutto si eleva a potenza, diventa più credibile, interessante, costruito. L’Universo Marvel al cinema, inteso per la prima volta proprio come “legendarium” parte finalmente da qui.
  • Wakanda. Ecco la risposta alle mie accuse di grigiore, di stitichezza estetica. La progressiva introduzione in Civil War e poi in Black Panther di una techno-africa ha innegabilmente impreziosito la baracca. Non sto parlando del supereroe nero, degli intrighi politici, delle trame e dei valori sociali che si porta dietro, parlo proprio del suo apporto in termini di suggestività. Gli scenari urbani standard dei vari Iron-Man, Cap, Ant-Man mi erano sempre parsi visivamente un po’ aridi, e di contro le avventure spaziali burlone dei Guardiani della Galassia mi sono sempre sembrate fin troppo cartoon, quasi uno stilema. Wakanda invece ha il mio rispetto perché è geniale nell’idea (l’ibridismo di un villaggio africano che cela un’anima fantasy) e raffinata nell’esecuzione. In Infinity War questo luogo offre ai protagonisti uno scenario d’eccezione in cui ambientare la guerra, rendendola memorabile. Niente più città distrutte, macerie e scontri in tangenziale ma uno scontro degno della grande narrativa fantasy.

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E poi c’è la sensazione di affresco. Che non è una novità, è solo l’elevamento a potenza di quello che già il primo Avengers offriva. E non è nemmeno la correzione di una lacuna, ma la meta verso cui da sempre si è scelto di andare. Nulla che non fosse preventivato, nulla che non dovessimo aspettarci, ma comunque la cosa più importante in assoluto. Non era mai successo prima a memoria d’uomo che un film solo ne andasse a collegare diciannove. O meglio, magari sarà anche successo nel caso di qualche vecchio ingenuo franchise lineare, tipo la saga di Maciste contro Godzilla. Ma di certo non è mai avvenuto così, non con questa pianificazione, non con questo pazientissimo lavoro di fidelizzazione sui singoli personaggi, non con tale disinvoltura. Cinema leggero e fracassone ovviamente, eppure prima ho usato il termine educativo. Perché se da un lato finge di farci tornare infanti, dall’altro invece ci coltiva rendendoci meno superficiali. Perché premia chi lo segue con maggior attenzione, perché insegna che anche il film più insignificante potrebbe essere rivisto da un momento all’altro sotto una luce diversa, perché aumenta il valore percepito di ogni singolo tassello, perché sta donando un volto ufficiale a personaggi della cultura popolare che altrimenti sarebbero stati ricordati solo attraverso il loro costumino, perché adesso i capoccia di Hollywood stanno capendo che ha senso lavorare sul lungo termine mentre l’uomo della strada sta capendo che il film non è davvero finito quando partono i titoli di coda.

Quindi lode e onore a Kevin Feige e alla sua idea. Grazie a lui, mi sento di riprovarci e sposare nuovamente la Marvel, senza più alcuna riserva. Voglio però la promessa che nei limiti del possibile questa versione snella e slanciata si mantenga tale, senza incorrere negli errori da soap della sua controparte cartacea.

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