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Famicom Detective Club

A metà maggio Nintendo ha rilasciato su Switch i remake di Famicom Detective Club: The Missing Heir e Famicom Detective Club: The Girl Who Stands Behinds, due avventure grafiche giapponesi uscite rispettivamente nel 1988 e nel 1989 per Famicom Disk System. Benché questi giochi fossero da noi praticamente sconosciuti (solo qualche appassionato conosceva The Girl Who Stands Behind grazie a una traduzione amatoriale della riedizione per Super Famicom), per Nintendo hanno sempre rivestito una certa importanza: sono infatti i primi giochi narrativi realizzati da Yoshio Sakamoto e Toru Osawa, rispettivamente “papà” di METROID e sceneggiatore di Ocarina of Time. Durante la realizzazione di The Girl Who Stands Behind Sakamoto ha inoltre stretto un sodalizio con il compositore Kenji Yamamoto, portandolo avanti nel capolavoro SUPER METROID. In Giappone questi due giochi sono poi molto popolari e non è difficile pensare che abbiano in qualche misura ispirato classici moderni del genere come la serie Ace Attorney.

Insomma, Nintendo ha portato per la prima volta in Occidente due pezzi da Novanta del suo ampio retrocatalogo. Sorge però spontaneo chiedersi se l’operazione sia meramente filologica o effettivamente nel 2021 due giochi di 30 anni fa (!) abbiano ancora qualcosa da dire.

Il Modello Portopia

Chiariamo subito che quando parliamo di “avventure grafiche giapponesi” ci riferiamo a qualcosa di molto diverso da giochi come Monkey Island o King’s Quest. Il filone, che i più in Occidente conosceranno per le avventure di Phoenix Wright, nasce nel 1985 con la versione Famicom di Portopia di Enix. In questo genere di giochi il giocatore controlla il protagonista selezionando ad esempio il comando “Parla” e poi il nome di un personaggio per parlare con quel personaggio, oppure selezionando il comando “Esamina” e poi muovendo il cursore su un oggetto a schermo per esaminare quell’oggetto. A differenza delle controparti occidentali le avventure grafiche giapponesi sono poi in prima persona e molto raramente vedremo a schermo la nostro controparte digitale. Il risultato è costituito da dei “giochi” in cui l’interazione si limita a passare da un menù all’altro, facendo pian piano proseguire la storia parlando con quel personaggio o usando un determinato oggetto. In molti casi la distinzione fra “visual novel” e “avventura grafica giapponese” risulta così molto labile.

Giochi come Ace Attorney o 999 hanno tentato di allontanarsi da questi stilemi proponendo varianti nel gameplay, dopo anni e anni in cui sono stati seguiti pedissequamente. Ma negli anni ’80 gli stilemi di Portopia (che ottenne un grandissimo successo in Giappone) erano l’ultima moda e Famicom Detective Club li abbraccia a pieno: si sentono così spesso i 30 anni sul groppone e il contesto in cui i due giochi sono usciti. The Missing Heir ripropone di peso almeno una situazione da Portopia e l’intero gioco è caratterizzato da una certa ottusità tipica degli anni ’80 – ’90: è abbastanza chiaro dove il gioco voglia condurre il giocatore, ma non sempre lo è il come. Ci si trova spesso a dover parlare più e più volte con gli stessi personaggi cercando di imbroccare la giusta opzione che porti avanti la trama. Il gioco magari vuole che mostriamo un certo oggetto a un certo personaggio, ma prima di farlo pretende che esaminiamo l’oggetto e che ne parliamo con il personaggio, per poi solo dopo poterglielo mostrare.

Con questi remake Nintendo e gli sviluppatori di MAGES hanno deciso di riproporre inalterate tutte le meccaniche dei giochi originali, modificando soltanto l’aspetto grafico e visivo (un po’ come fatto per il remake di Link’s Awakening qualche anno fa, che ha non a caso ricevuto simili critiche), dando vita a un prodotto ludicamente farraginoso. Non brutto, non insoddisfacente: farraginoso. La narrazione va avanti lentamente e la nostra immedesimazione con le vicende del protagonista è costantemente boicottata dalla necessità di usare ogni singola opzione di dialogo con ogni singolo personaggio in ogni singolo ambiente. L’esperienza non è rovinata, ma Nintendo e MAGES avrebbero potuto forse semplificare alcune sequenze del gioco (narrativamente insignificanti) offrendo un approccio più asciutto e moderno.

Quanto scritto sopra è valido in particolare per The Missing Heir. The Girl Who Stands Behind soffre di simili difetti, ma in forma decisamente meno accentuata – forse perché il team di sviluppo aveva ormai più esperienza, forse perché MAGES ha usato come “base” il remake per Super Famicom, realizzato con un approccio meno “filologico”: un’intera sequenza – nuovamente “ispirata” a Portopia – fu soppressa nel 1998.

Una curiosità: ciascuno dei due giochi è uscito originariamente su due dischetti per Famicom Disk System, motivo per cui a metà di ciascuna avventura è presente un cliffhanger. Fra la prima e la seconda parte di The Missing Heir trascorsero ben due mesi, durante il quale il team – fra le altre cose – ebbe modo di implementare un inventario. Nella prima metà di The Missing Heir non è infatti possibile raccogliere alcun oggetto! Un aneddoto abbastanza eloquente sull’inesperienza di Sakamoto & co..

The Missing Innovation

Possiamo quindi bollare i due giochi come polveroso vecchiume al pari di Urban Champion o il Computer TV Game che sarebbero potuti tranquillamente rimanere nelle teche di Kyoto? No. Perché al netto del gameplay farraginoso, i due Famicom Detective Club raccontano davvero due belle storie, con toni seri e “adulti” che è raro trovare in un videogioco Nintendo.

Entrambi sono dei gialli con protagonista un ragazzo adolescente (privo di nome – dovrà essere il giocatore a darglielo) che lavora per una prestigiosa agenzia di investigazioni con la sua coetanea Ayumi Tachibana. In The Missing Heir il giocatore e Ayumi dovranno investigare sulla misteriosa morte di Kiku Ayashiro, ricca nobildonna delle campagne giapponesi, che darà vita a una serie di sempre più macabri omicidi. In parallelo a queste vicende, il protagonista dovrà recuperare la memoria dopo averla misteriosamente perduta.

L’impianto narrativo di The Missing Heir è abbastanza tradizionale, a tratti manierista; ci sono vari esempi, ma senza cadere in spoiler il protagonista con l’amnesia a cui tutti i personaggi si ri-presentano sicuramente era un – brutto – cliché già nel 1988. Ma i personaggi sono ben caratterizzati, dagli Ayashiro (ciascuno con un movente per l’omicidio di Kiku) alle varie comparse (in particolare, risultano ben definiti i “villici” di campagna contrapposti ai personaggi proveniente dalla città). A conti fatti, tutti i personaggi di Missing Heir sono delle funzioni narrative, ma queste funzioni narrative risultano ben mascherate. Anche la trama, per quanto tradizionale, risulta complessivamente ben congeniata: un puzzle in cui tutti gli elementi vanno al proprio posto. Forse anche troppo al proprio posto: il pubblico smaliziato del 2021, abituato a giocare con il genere con un giallo di Steven Moffat o di Rian Johnson (l’ottimo Knives Out decostruisce uno a uno i tropes di The Missing Heir), potrebbe trovare tutto piuttosto prevedibile. Ma a un gioco del 1988 si può anche perdonare.

Tre sono i reali difetti che possiamo trovare nella narrativa di The Missing Heir. Il primo è che è tutto molto statico: i personaggi sostanzialmente stanno sempre uno di fronte all’altro e si parlano fra loro, in modo estremamente innaturale. Il secondo è costituito dalla mancata spiegazione a un elemento forse sovrannaturale presente nel gioco – c’è l’impressione che sia lasciato volutamente ambiguo (soprattutto alla luce di The Girl Who Stands Behind), ma questa ambiguità… è essa stessa un po’ troppo ambigua, mai notata da uno dei personaggi, mai esplicitata. Semplicemente da un certo punto si evita di parlare di quell’elemento.

L’aspetto in cui davvero la narrativa di The Missing Heir non convince, oggi come forse già nel 1988, è però costituito dal personaggio di Ayumi. In teoria socia del protagonista nell’agenzia di investigazioni, in pratica poco più di un cameo. L’apporto di Ayumi nella trama principale è pressoché nullo: la ragazza appare alla fine di ogni capitolo aiutando il protagonista a fare il punto della situazione e di tanto in tanto redarguendolo su alcune investigazioni da lei svolte. Senza Ayumi gli eventi del gioco si sarebbero svolti esattamente nello stesso modo; viene quindi da chiedersi perché inserirla (forse perché anche il protagonista di Portopia aveva un’assistente?).

A proposito, MAGES ha effettuato qualche modifica alla narrativa di The Missing Heir. Nel gioco originale il protagonista si recava da Ayumi senza alcun reale motivo e facevano il punto; nel remake lo fanno alla fine di ogni giorno. Una piccola modifica che contribuisce a dare una scansione temporale a tutta la vicenda. Si possono anche apprezzare le varie location al mattino, al tramonto o di notte (e spesso i vari sfondi hanno qualche piccolo elemento animato). Un’altra aggiunta è costituita dal taccuino del protagonista accessibile premendo +, in cui sono segnalati tutti gli eventi e i personaggi di cui ha sentito parlare.

The Music Which Stands Behind

The Girl Who Stands Behind è un prequel di The Missing Heir (ma le due storie sono sostanzialmente sconnesse) e racconta come il protagonista ha incontrato Ayumi. Anche il “Detective Club” del titolo, privo di spiegazione narrativa in The Missing Heir, assume un ruolo: Ayumi e la sua amica Yoko avevano fondato un club scolastico d’investigazione, finché Yoko non è stata trovata uccisa nel bel mezzo delle indagini sulla leggenda della “Girl Who Stands Behind” – il fantasma di una ragazza che apparirebbe dietro le persone.

Tutti i difetti che avevamo rilevato in Missing Heir vengono corretti in The Girl Who Stands Behind. Ayumi è effettiva co-protagonista della storia e il suo rapporto con il protagonista è al centro della vicenda. La staticità di Missing Heir lascio posto a sequenze che si svolgono durante scene d’inseguimento, risse e tentati omicidi. Tutta la storia della “Girl Who Stands Behind” è volutamente ambigua e proprio per questo particolarmente inquietante. Non si ha neppure più l’impressione che i personaggi siano funzioni narrative mascherate – sono presenti diversi personaggi inutili alla storia in sé, tutti però ben caratterizzati e la cui presenza aiuta però a rendere il mondo di The Girl Who Stands Behind particolarmente vivo, credibile e variegato.

L’impressione è che The Missing Heir nel lontano ’88 sia stato un generale “banco di prova” per Sakamoto & co., che hanno poi avuto modo di esprimere al massimo le proprie idee in fatto di avventure l’anno seguente con The Girl Who Stands Behind. Da clone di Portopia, Famicom Detective Club assume l’identità di Dario Argento videoludico.

Dario Argento è un modello per Yoshio Sakamoto

A più riprese Sakamoto ha dichiarato il proprio amore per il regista nostrano e in particolare per Profondo Rosso (pubblicato in Giappone con il bizzarro titolo di Suspiria: PART2). The Girl Who Stands Behind cerca di carpire qualche “trucco” da Profondo Rosso, in particolare per l’utilizzo della musica, affidata come detto a Yamamoto. La colonna sonora di The Girl Who Stands Behind accompagna il giocatore scena per scena, accentuandone ora i caratteri drammatici, ora i tratti più macchiettistici di alcuni personaggi. Per poi tacere.

In un gioco con una storia che gira attorno a un fantasma che non può essere visto (“Stands Behind”), un improvviso silenzio è più eloquente di mille parole. Si ha costantemente la sensazione di essere osservati da un’entità “altra”, sovrannaturale.

La colonna sonora di Yamamoto accentua un’inquietudine comunque già presente. Fra personaggi vivi ed ambigui, luoghi che nascondono segreti, due protagonisti che vivono un arco e si fidano sempre più l’uno dell’altro, la trama di The Girl Who Stands Behind è complessivamente più semplice di quella di The Missing Heir ma porta il giocatore a una più profonda connessione emotiva.

Fra The Missing Heir e The Girl Who Stands Behind sembra esserci un po’ lo stesso rapporto che corre fra Zelda I e A Link to the Past, o METROID e SUPER METROID. Il capostipite appare una prima prova complessivamente buona ma ingenua, sviluppata con passione, professionalità e impegno ma senza esperienza e forse senza neppure sapere già dall’inizio cosa voler dire, dove voler andare a parare. Il sequel fa tesoro dell’esperienza acquisita e ha una profonda vision di fondo, che ancora oggi può comunicare molto. Certo, The Girl Who Stands Behind rimane un gioco dell’89 (come A Link to the Past rimane un gioco del ’91 e SUPER METROID del ’94) ma – anche grazie al gameplay streamlined prima menzionato – non è difficile considerarlo un classico della Nintendo vecchia scuola.

The Game that Disappeared in the Past

In Europa I due Famicom Detective Club sono venduti insieme a 60€, solo in digitale. E, cosa più che unica che rara per Nintendo, solo in inglese.

È chiaro che si tratta di un’uscita only for fans, come svela del resto il titolo dei due giochi tradotto letteralmente con tanto di parola “Famicom”. Da un lato spiace constatare che Nintendo non creda più nelle potenzialità mass market delle avventure grafiche, quando in epoca Wii distribuì Another Code: R nelle librerie (localizzandolo perlaltro in italiano). Dall’altro, se l’alternativa è non avere giochi di questo tipo, con un’unghia della popolarità di Mario o Zelda… be’, ben vengano giochi venduti in digitale in inglese.

Più discutibile il prezzo: anche a soli 10€ in meno il pacchetto sarebbe risultato più appetibile. Un’altra opzione sarebbe potuta essere quella scelta in America, dove i giochi sono acquistabili separatamente al prezzo di 35$, ricevendo uno sconto di 10$ sul secondo. Di fatto il prezzo dei due giochi è lo stesso europeo, senza però l’obbligo di acquistare l’intero pacchetto.

Se il gioco valga la candela dipende anche da predisposizioni personali (inutile approcciarsi a questi giochi se si odiano le avventure grafiche giapponesi). Di sicuro il lavoro svolto da MAGES sulla grafica, il sonoro e l’interfaccia è ottimo, con giusto qualche animazione in The Girl Who Stands Behind che avrebbe beneficiato di maggiore fluidità. Lato grafica stupisce che i ragazzi di MAGES siano riusciti a mantenere il character design originale, semplicemente “tirandolo a lucido” liberandolo dai limiti del Famicom. Sul lato sonoro segnaliamo la possibilità di selezionare le musiche remixate, originali o – per The Girl Who Stands Behind – dal remake Super Famicom (e a nostro avviso ha assolutamente senso godersi le tracce di Yamamoto a 8 o 16bit) e un cast d’eccezione al doppiaggio (ovviamente solo in giapponese) dei personaggi – il protagonista è Megumi Ogata, alias Shinji Ikari.

L’antipatico Jiro non era meno antipatico a 8bit

Questa riedizione dei Detective Club ha però un grande difetto: è incompleta. Esiste infatti un terzo titolo della serie, uscito nel 1997 per Satellaview, l’estensione satellitare del Super Famicom: BS Detective Club: The Past that Disappeared in the Snow, con protagonista Ayumi. I motivi dell’esclusione possono essere molteplici – forse una questione di diritti (le vicende dietro il Satellaview sono complesse… e Nintendo Historia ne parlerà prima o poi approfonditatamente), forse la sua natura “apocrifa” (Osawa non ha collaborato, Sakamoto ha solo supervisionato). Per gli appassionati, però, l’impressione è quella di una vera e propria occasione mancata. L’esistenza del terzo capitolo è però “riconosciuta” da questi remake moderni: la doppiatrice di Ayumi, Yuko Minaguchi, aveva già prestato voce alla ragazza nel 1997.

Il nostro auspicio è che in futuro ci sia modo di riportare alla luce anche The Past that Disappeared in the Snow, accompagnandolo magari da un nuovo gioco della serie. MAGES si è detta disponibile, almeno in Giappone i due remake sembrano aver venduto bene e noi non abbiamo dubbi: Detective Club ha ancora molto da dire.