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Metopolis – La Recensione

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Scrivere una storia Disney non è facile. Come prima cosa va trovato il soggetto giusto, e non è impresa da poco: in quasi novant’anni di storie a fumetti, Topolino e compagnia sono stati spediti in ogni angolo dello spazio-tempo, cimentandosi nelle attività e nelle avventure più varie e improbabili. Innumerevoli volte si sono calati nei panni di grandi personaggi del fumetto, della letteratura, del cinema, del teatro: lunghissima e nobile è infatti la tradizione delle parodie Disney. È proprio a quest’ultimo filone che appartiene Metopolis, fresca fresca di pubblicazione sul primo Topolino del 2017, il n°3189. 

Firmata da Francesco Artibani (ai testi) e Paolo Mottura (ai disegni), Metopolis si ispira chiaramente a Metropolis, film del 1927 considerato uno dei punti più alti del cinema espressionista e, più in generale, del cinema muto (nonché opera alla cui estetica ha attinto moltissimo il cinema di fantascienza dei decenni successivi). Si diceva, appunto, che trovare un soggetto inedito non è cosa facile. Bisogna ammettere però che adattare un film distopico del 1927 presuppone un certo coraggio, oltre che una gran voglia di osare. Coraggio e voglia di osare: qualità che non mancano di certo al duo Artibani/Mottura, già autori (tra mille altre cose) dello stupendo Moby Dick, e il risultato si vede eccome.

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Pur essendo, com’è ovvio, fortemente debitrice dell’opera originale, Metopolis risplende di luce propria. La storia è solida e scorre piacevolmente. Inoltre, grazie ad un ottimo lavoro di casting, sia i “buoni” che i “cattivi” risultano assolutamente genuini e credibili. In questo senso vanno decisamente elogiati i dialoghi di Artibani, che non deludono nemmeno in questa occasione: vedere interagire i personaggi di Metopolis è un vero piacere, sia nelle scene drammatiche che in quelle più leggere. Se si considera che la trama di Metopolis è in fin dei conti piuttosto lineare, ci si rende conto di quanto è fondamentale la cura che Artibani dimostra nella caratterizzazione dei personaggi e nella stesura dei dialoghi.

A reggergli il gioco c’è un Paolo Mottura strepitoso, che cattura le atmosfere del film e le trasferisce su carta immutate nella loro potenza, grazie all’impiego di un chiaroscuro magistrale, che conferisce una certa “teatralità” alle scene. La sua Metropolis è labirintica, fredda, ambivalente: palcoscenico perfetto per una storia divisa tra le scintillanti luci dei grattacieli Art Déco e la disperazione che serpeggia nell’oscuro ventre della fabbrica e dei bassifondi. Mottura unisce la cura dei fondali alla consueta espressività dei personaggi, nei quali sembra di scorgere un certo gusto per l’estetica di Gottfredson e, più in generale, dell’animazione anni ’20 e ’30.

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Tale rimando è particolarmente evidente (quantomeno agli occhi di chi scrive) nel design retrò degli operai della fabbrica, un esercito di cani antropomorfi disegnati con gran cura, uno per uno. Inutile dire che aspettiamo con ansia l’edizione Deluxe per godere appieno delle tavole di Mottura.

Insomma, l’impressione è quella di una storia a cui gli autori hanno lavorato con professionalità e sincera passione, animati dal desiderio di offrire un prodotto diverso, ambizioso e di assoluta qualità. Missione compiuta, senza ombra di dubbio. Volendo trovare un difetto, si potrebbe dire che il finale è un pelo affrettato, e che magari qualche pagina in più rispetto alle pur ragguardevoli 70 tavole che compongono Metopolis avrebbe permesso agli autori di prendersela un po’ più comoda. Ma la realtà è che avremmo voluto rimanere un po’ di più in compagnia di questi splendidi personaggi, a leggere la storia della mostruosa e strabiliante città di Metopolis.

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