Recensioni

Sangue Inquieto

E così, come Harry Potter, anche la seconda importante saga rowlinghiana è andata in crescendo. Il quinto volume della serie di Cormoran Strike è il più grosso e ambizioso di tutti. Racconta tanto, tantissimo e lo fa con una maestria e una capacità di penetrare l’attenzione del lettore che dai tempi di Hogwarts è addirittura cresciuta. 


Sangue Inquieto copre oltre un anno di vita di Cormoran e Robin e questo è il primo dettaglio degno di nota. Perché, sebbene un caso principale ci sia, e sia bello grosso, forse il più grosso di sempre, il libro non si fa definire da esso. A scandire la narrazione è il passaggio delle stagioni: gli eventi della vita personale di Strike e Robin sono sempre in primo piano e si avverte un fortissimo bisogno da parte della Rowling di andare oltre al freddo proceduralismo per calarci nella loro quotidianità. E questo significa raccontare nel dettaglio pranzi, cene, spostamenti e notti di sonno. E parlarci anche delle altre indagini, quelle minori e un po’ buffe che mai sosterrebbero da sole un romanzo, ma che servono a dare l’idea di quello che realmente avviene nelle vere agenzie investigative, dove di certo non viene mai seguito un caso alla volta. Intendiamoci, queste non sono novità assolute: la serie di Strike ha sempre riservato una grandissima attenzione alla sfera personale dei protagonisti, e già in passato i casi minori venivano in qualche modo citati. Ma mai così ampiamente, mai con questo livello di dettaglio e mai intrecciandosi così a fondo e così bene con gli altri ingredienti. 


Ma veniamo al caso. Il più ambizioso, si diceva. Più di mille e ottanta pagine di materiale variegato. Cormoran e Robin indagano infatti su un “cold case”, ovvero un omicidio avvenuto quarant’anni prima… con tutto quello che comporta. Perché in quarant’anni cambia tutto: i testimoni invecchiano, crescono, si trasformano, impazziscono, generano figli e nipoti e infine muoiono. Indizi validi e false piste dunque si moltiplicano, si stratificano, aumentano esponenzialmente, al punto che per l’intero corso dell’indagine i protagonisti appaiono più disorientati che mai. Riuscire a trovare un ordine in tutta questa entropia è quasi impossibile e ovviamente per quanto sia brava la Rowling a unire i principali puntini con pochi tratti di penna, è la prima a voler lasciare sul tavolo alcuni vicoli ciechi narrativi. Un po’ per dare all’indagine un’impronta realistica (le false piste sono all’ordine del giorno), un po’ perché il vero focus dell’autrice è indagare la natura umana, mettendo in scena il più alto numero di situazioni paradossali e curiose che le siano venute in mente.


Il risultato è meraviglioso: un carrozzone di umanità con contorno di disagio raccontato con umorismo nero, schiettezza e autenticità. La penna della Rowling si rivela pungente, almeno quanto lo era stata nel Baco da Seta (il giallo che raccontava il “suo” mondo, quello dell’editoria) e nel Seggio Vacante (satira feroce del perbenismo di provincia). Molti sono i personaggi che rimangono impressi con pochi cenni, uno fra loro Morris, “il collega che ci prova”, una figura che la scrittrice si diverte a descrivere attraverso comportamenti di una mediocrità disarmante, portando il lettore a detestarlo ancor prima che la situazione con lui precipiti davvero. Per non parlare di alcune situazioni ancor più grigie, come la bellissima scena della cena di San Valentino in cui vediamo Strike discutere con un gruppo di ventenni (fra i quali c’è il fratello di Robin) contrapponendo il suo punto di vista schietto e disilluso alla loro retorica giovanilistica. Un momento letterariamente enorme, tanto dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi, che dell’umorismo e della costruzione narrativa. Non si sa davvero da che parte stare e si finisce per assumere totalmente il punto di vista di Robin, scissa tra il voler dar ragione a Strike e il forte imbarazzo sociale e l’irritazione che questo le causa.


Ma è proprio leggendo capitoli come questo che ci si rende conto di quanto la scrittura della Rowling sia diventata… additiva. La scrittrice raggiunge un livello di dettaglio tale nelle descrizioni dei ragionamenti di Cormoran e Robin, che trasferisce il lettore direttamente nella loro testa: pensieri più o meno intrusivi, associazioni mentali bislacche, tutto viene messo in vetrina, con l’obiettivo di calarci nei loro panni. Un tale risultato è ancor più straordinario se si pensa che dal punto di vista dell’evoluzione del loro rapporto Sangue Inquieto risulta un libro quasi di passaggio, e non affronta “momenti svolta” come era accaduto nei due libri precedenti. Insomma, stravince ma scegliendosi un terreno di gioco tutt’altro che facile.


Quello che è riuscita a fare questa scrittrice con il suo semplice desiderio di esplorare la natura e le relazioni umane ha dello straordinario e rende la saga di Strike un qualcosa che va assolutamente tenuto d’occhio, specialmente se in passato si ha amato quella di Harry Potter. Perché anche se lo scenario delle avventure di Strike è urbano e molto terra terra, l’abilità narrativa che ci ha tenuti a Hogwarts è ancora lì, intatta e forse anche più potente di prima.