Lo Sputasentenze

Disney+ un mese dopo

E’ passato più di un mese. Gli errorini ci sono ancora e non sono pochi, e così anche il disordine, le mancanze, le illogicità e le sbavature. Eppure tutto questo svanisce innanzi alla portata dell’esperienza. E’ stato un mese intenso, infatti, probabilmente per via della quarantena. Ma ancor più probabilmente a causa di quello che è davvero il valore aggiunto di questa piattaforma e che la distingue dall’agguerrita concorrenza: l’impollinazione. Qui nessuna fruizione è mai davvero fine a sé stessa, ma appartiene sempre ad una tradizione ben precisa, che ne incrocia altre, spingendo l’utente ad avventurarsi lungo percorsi, esplorando i vari filoni produttivi e facendosi continuamente tentare da un numero crescente di film. E’ una sorta di marketing corale: un’opera ne sostiene un’altra, che ne sorregge un’altra ancora, creando nell’utente una percezione di solidità e prestigio.

La Disney questo l’aveva capito prima di chiunque altro. Aprire una piattaforma “aziendale” con dentro prodotti appartenenti a una medesima etichetta potrà sembrare limitante se si ragiona in ottica televisiva. Se la mettiamo così è chiaro che non ci sarà mai abbastanza roba, e ci si perderà per strada svariate fette di pubblico. Ma se si amplia la prospettiva, si capisce come la multinazionale attraverso Disney+ abbia in realtà investito nella propria immagine. Disney+ crea la stessa fascinazione di Disneyland: il visitatore passeggia e ovunque si giri trova qualcosa di bello, sentendosi stimolato a provare tutto. E magari si tratta di cose che prese singolarmente non sarebbero nemmeno state notate.

Io ad esempio non mi ritenevo troppo in target per la piattaforma. Sono un incallito sostenitore del formato fisico (e non mollo), e ciò che di Disney ho scelto di seguire ce l’ho già in videoteca. O almeno così credevo. In realtà mi sto facendo una cultura extra sul live action anni 50, sulle True Life Adventures e… su quel gioiellino che è la serie tv di Rapunzel. Sempre odiate le serie tv tratte dai classici e in genere non ho mai amato le produzioni Disney Television. Ma questa serie ha un’eleganza rara. Trame lievi, lievissime, ma una direzione artistica notevole: è come se avessero preso dei quadretti di Mary Blair e li avessero animati. E il fatto che abbiano chiamato Menken e Slater per comporre nuove canzoni la dice lunga sui valori produttivi. Felicissimo di aver avuto finalmente l’occasione di recuperarla e spero che andando avanti la qualità rimanga questa.

Per quanto riguarda le altre produzioni degne di nota non posso fare a meno di citare il famigerato Mandaloriano ma soprattutto la settima stagione di The Clone Wars. Composta da dodici episodi, i primi otto sono buoni ma nulla più, tuttavia costituiscono un antipasto a ciò che viene dopo, ovvero la quadrilogia finale dell’assedio di Mandalore. Questa “coda” rappresenta qualcosa con ben pochi precedenti nell’universo di Star Wars e sembrerebbe esser stata concepita come un vero e proprio lungometraggio animato. Il respiro, il registro, l’azione, le trovate registiche, i fondamentali elementi di continuity e una certa gravitas narrativa danno proprio l’idea di un grosso, grossissimo salto. Se si è appassionati di Star Wars l’invito è di recuperare questo arco narrativo. Senza se e senza ma, anche senza aver visto il resto. Che tanto si fa sempre a tempo a recuperarlo.

Meno bene per la Pixar e i suoi corti, invece. La miniserie di Forky è un’occasione sprecata. Il personaggio è bello, il doppiaggio di Laurenti è una bomba e l’idea alla base ha del potenziale. Forky è come un bambino affetto da DSA e le sue domande esistenziali dovrebbero dare luogo a divertenti siparietti. Tuttavia questi teatrini risultano sempre mosci, i personaggi di supporto sembrano ombre sbiadite di ciò che furono e in generale si sente che qualcosa non va. Molto meglio gli Sparkshorts, trame toccanti e raccontate con un certo trasporto dalla nuova generazione di animatori Pixar. Il basso budget però si sente e il design dei personaggi sembra essere rimasto fermo alla CGI di un decennio fa. Il che non è solo un problema di soldi, ma tradisce un’incertezza stilistica che ha radici molto più profonde.

Infine il gioiello della corona: The Imagineering Story. Insieme ai Cortocircuito WDAS è il contenuto originale che mi sento di consigliare maggiormente. Si tratta di una serie in sei episodi che racconta la storia dei parchi Disney. La firma Leslie Iwerks, la nipote del grande Ub, che già in passato ha dimostrato di essere in grado di ridefinire il concetto di documentario. I precedenti The Ub Iwerks Story e The Pixar Story erano a loro volta dei capolavori, e questo non fa eccezione. La grande bravura della Iwerks sta tutta nel riuscire a trovare il perfetto punto d’equilibrio tra intrattenimento e informazione. I suoi documentari sono precisi, esaurienti, assolutamente impeccabili dal punto di vista didattico, eppure riescono a creare nello spettatore una vertiginosa progressione emotiva, trovano la giusta chiave per drammatizzare la realtà senza romanzarla, riescono a raccontare verità che non hanno niente da invidiare alla fiction. In questo caso una bella mano la dà la realtà stessa: gli imagineers rappresentano una delle poche branche della Company che lavorano davvero seguendo gli ideali del fondatore. E quello che sono riusciti a fare in questi decenni è qualcosa che va oltre al concetto di intrattenimento. Sono persone in grado di riprogettare concretamente la realtà in cui viviamo, e questo mette i brividi. Recuperatela assolutamente: vi emozionerete e ne uscirete con una prospettiva tutta diversa dell’enorme rivoluzione portata da Walt Disney nel nostro panorama culturale.

Impariamo da Walt Disney - Zampotta
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