Recensioni

Blasco Pisapia e la Leggenda delle Pietre Rotolanti

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Si sa, ormai la parte del leone sul Topo la fanno le grandi saghe, come PKNE e Darkenblot, o le parodie e gli adattamenti “d’autore” tratti da materiale preesistente. Eppure, stavolta vale la pena volgere lo sguardo altrove, in una direzione meno “chiassosa” e accorgersi della bravura del mai abbastanza celebrato Blasco Pisapia. Non si tratta certo di un novellino, dato che il buon Blasco fin dagli anni 90 disegnava e scriveva storie su testate come Paperinik e Paperino. Di recente però il suo nome si è imposto all’attenzione dei lettori della testata ammiraglia, che hanno potuto così apprezzare le sue magnifiche mappe catastali dei più importanti edifici di Paperopoli, ma soprattutto il suo lavoro come autore completo. Garbate, piacevoli e realizzate con un amore viscerale, il ciclo della Zia Nena o la spettacolare “Paperino, Paperina e l’escalation virtuale” hanno saputo stupire anche i più scettici.

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L’ultima sua storia appena uscita sul Topo (#3204), “Paperino e la Leggenda delle Pietre Rotolanti”, è ancora una volta degna di nota, ed è l’oggetto di questa analisi proprio per il suo rappresentare una sorta di “manifesto programmatico” della poetica dell’autore. Tanto per cominciare, questa è una storia dall’impianto molto classico: troviamo infatti i paperi in viaggio, alle prese con miti e leggende e con un tesoro da trovare. Schemi narrativi che in altre mani potrebbero facilmente risultare logori, vengono letteralmente “risanati” dall’approccio genuinamente creativo di Pisapia, il quale anziché copiare in modo vuoto gli stilemi dei grandi autori del passato preferisce invece capire cosa funzionava in quelle storie e riprodurne la verve.

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La leggenda bretone che si è inventato Blasco è interessante e a suo modo iconica, e fornisce una base solida alla storia, su cui poi costruire altro. Come nella migliore tradizione barksiana, l’avventura fa da perno per la commedia dei paperi, che possono così mostrare a noi tutta la loro umanità, fatta di desideri, illusioni e turbe mentali. In aggiunta, quelli che a prima vista potrebbero sembrare dei cliché, vengono qui furbescamente rovesciati: è Paperone questa volta a seguire il nipote nell’avventura, mosso da un desiderio di far prediche che nasconde invece una certa invidia. E persino lo stereotipo della compravendita truffaldina fatta a suon di barbe finte viene affrontato e reso “esplicito” in un divertente scambio di battute tra zio e nipote. Insomma, soggetti del genere dimostrano che se la storia di base ha la “ciccia” (un’idea di fondo efficace), poi viene da sé che situazioni e personaggi coinvolti acquistino spessore.

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Per un lettore moderno, abituato ad una scuola italiana sempre più tarata sullo stile grafico di Cavazzano, i disegni di Pisapia potrebbero sembrare quasi naif. Dietro le apparenti imperfezioni, come un becco un po’ storto o una posa un po’ strana, si cela invece una ricercatezza grafica con pochi eguali. Non sono paperi da pilota automatico, questi. Ogni linea che li definisce viene filtrata dalla sensibilità artistica pazzerellona di Blasco, e richiama quelli che sono i suoi modelli di riferimento: Barks e i corti animati. Lo si vede fin troppo bene nelle pose, dinamiche e mai banali, nella recitazione, genuina e incisiva, e nei primi piani, che raggiungono vertici di espressività fuori parametro. Visivamente parlando, ogni storia disegnata da Pisapia è un guizzo continuo, insomma.

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La sua carica creativa non si limita alla rappresentazione dei personaggi, ma si estende pure alla regia, al taglio delle inquadrature, spesso spiazzante. Sono vignette che colpiscono, stupiscono, intrattengono e dunque, inevitabilmente, narrano. Pur essendo molto bravo nella rappresentazione tridimensionale di edifici, come dimostra il suo lavoro architettonico in quel di Paperopoli, Blasco sceglie di raccontarci la sua storia con inquadrature perlopiù statiche e bidimensionali. E’ una scelta “sapiente” e in grado di far risaltare ancor più la recitazione dei suoi attori piumati, e creare effetti di straniamento esilaranti. Ne è un perfetto esempio la scena in cui vediamo Paperone rimuginare sulla meta di Paperino durante tutta la sua giornata, in cui ripetizione e stralunamento riecheggiano la carica umoristica di Barks o dello stesso Scarpa (Balabù!). Al momento giusto però questo stesso “stile teatrino” viene messo da parte per far posto a inquadrature più ardite, o vignette in cui la tradizionale gabbia viene alterata, come quando vediamo Paperone sfrecciare verso il tesoro.

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Insomma, “Paperino e la Leggenda delle Pietre Rotolanti” contiene davvero tutto, è una lezione di ottimo fumetto Disney. Blasco Pisapia si conferma come un autore di livello, che andrebbe conosciuto e valorizzato ancora di più. Siamo tutti bravi a celebrare Barks, Gottfredson o Scarpa come pilastri del fumetto Disney solo perché sappiamo esser stati importanti: ma non è da tutti “capirne” realmente la caratura, arrivando a riprodurne il succo, anziché solo la forma. Blasco ci sta riuscendo, e si spera che questo suo tentativo non passi inosservato, e ispiri invece una nuova generazione di artisti.

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