Lo Sputasentenze

Christopher Robin

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Cominciamo col dire una cosa: un film come Christopher Robin è più o meno ciò che aspettavo sin da quando ero bambino e iniziai a interrogarmi su “dilemmi” quali la crescita, il mutamento e l’abbandono. Film come Hook e Toy Story 3 avevano già trattato il tema, ma non mi bastava, volevo vedere questo dramma, questa malinconia applicata al mondo di Winnie Pooh, spinto dall’affetto per la sorte di personaggi tanto amati, nonché da una morbosa curiosità per la versione “distopica” del Bosco dei 100 Acri. Sulle prime sono stato accontentato: Christopher Robin cresce, si sposa, va in guerra e si trasforma in Ewan McGregor, mentre il Bosco cade in uno strano letargo, un’angosciante stasi che desatura i suoi colori, diffonde una nebbia sinistra e separa misteriosamente i suoi abitanti. Bellissimi anche i pupazzi, restituiti alla loro natura di peluche, in un tridimensionale compromesso tra il loro look disneyano e il tratto naif dell’illustratore E. H. Shepard. Sono immagini forti, inquietanti, allegoriche, contrasti in grado di sconvolgere lo stomaco e far versare calde lacrime. Sensazioni che difficilmente dimenticherò.

Il problema è che il film, arrivato a questo risultato, decide di non andare oltre, anzi si inchioda in modo brutale. Una prima avvisaglia la si ha quando l’orsetto arriva nel mondo reale, e a parte un po’ di stupore da parte di chi lo vede, la cosa viene grossomodo accettata. Ci si aspetterebbe qualche cenno in più sulla natura di questo Bosco “immaginario”, qualcosa che possa farci capire come funzioni, come vada inteso, qualche metafora e sottotesto, e invece niente. Alla sapiente costruzione delle atmosfere e alla bellezza dello spunto di partenza non corrisponde un adeguato sviluppo. E chiaramente questo si fa sentire nella parte finale, quando le carte sono ormai scoperte e il gruppo di pupazzi approda a Londra. La risoluzione della vicenda è scontata e facilona, una netta involuzione rispetto alle splendide premesse iniziali.

Difficile giudicare un film così. Di certo piacevole, di certo rispettoso del passato e assolutamente dignitoso. Un film che ti lascia dentro qualcosa in ogni caso, che tu sia un profano o che tu sia a conoscenza della filmografia pregressa dell’orsetto. Ma è palese che non ci abbiano creduto abbastanza e che si siano fermati a metà del processo di scrittura, forse perché si temeva che una narrazione troppo stratificata potesse disorientare lo spettatore e distoglierlo dal vero scopo di queste reinterpretazioni live action: la semplice nostalgia.
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