Author Archives: Redazione Sollazzo

Recensioni

Asterix e il Grifone

Inevitabilmente, ogni due anni nelle edicole e nelle librerie francesi d’autunno esce un nuovo albo di Asterix. A pochi giorni di distanza escono prontamente edizioni in tutte le lingue del mondo e altrettanto inevitabilmente si inizia a parlare di “5 milioni di copie vendute nelle prime settimane”.

Asterix è ormai da molto tempo il simbolo della bande dessinée, forse addirittura il più popolare personaggio dei fumetti del mondo, uno dei pochi a sopravvivere ai suoi creatori, anzi a diventare sempre più famoso. Come è stato possibile? Come hanno fatto due onesti fumettisti come Jean-Yves Ferri e Didier Conrad a raccogliere l’eredità di due colossi come Uderzo e Goscinny?

Ritorniamo all’albo in questione, il trentanovesimo della serie. Come da tradizione, dopo un albo domestico (Asterix e la figlia di Vercingetorige), Asterix e il grifone vede i nostri irriducibili galli “in trasferta” nel lontano est, nelle steppe dell’Europa centrale presso il popolo dei sarmati. Lo sciamano locale ha infatti convocato il “collega” Panoramix in seguito a dei brutti presagi: una folta delegazione di romani ha infatti sconfinato nell’infido e inesplorato barbaricum, a caccia del mitologico grifone, animale sacro dei sarmati,  che Giulio Cesare vuole portare a Roma per esporlo alla plebe. Un incipit classico, che conduce la storia nei binari prestabiliti verso l’inevitabile sconfitta dei romani dopo una buona dose di scazzottate.

Una semplicità ostentatamente ricercata dagli autori, che sembrano voler rassicurare i lettori che il loro Asterix è quello di sempre, non c’è nessuna sorpresa, possono cambiare sì gli ingredienti per la pozione magica ma alla fine il risultato per il lettore è lo stesso. Un’affidabilità in netto contrasto con gli albi sperimentali dell’ultimo Uderzo, decisamente respinti (a ragione) dai lettori.

Si nota però a questo punto l’intelligenza dei due autori, consci da una parte di non avere il genio dei loro predecessori ma anche di non potersi limitare ad essere dei semplici imitatori. Ecco che, mancando del genio comico di Goscinny, Ferri prova sempre a inserire qualche strato di lettura aggiuntivo, temi attuali ma trattati con estrema leggerezza e quasi nascosti (parità di genere, fake news), oltre ai soliti divertenti giochi di parole. Apporta poi qualche piccolo cambiamento alla struttura regolare: la pozione magica è congelata e inutilizzabile, il villaggio dei sarmati è speculare a quello dei galli, con gli uomini a casa e le donne a combattere. Conrad per conto suo, pur restando assolutamente fedele a Uderzo, aggiorna il suo tratto, ritagliandosi una certa autonomia soprattutto nei volti femminili, nei cavalli e anche in scelte di inquadrature più moderne (ovviamente senza esagerare).

Alla fine il risultato è più che buono, anche se manca quel qualcosa in più, quelle intuizioni geniali dei primi albi. Come Panoramix, i due autori sono bravissimi nel rimestare nel pentolone della storia dosando con attenzione tutti gli ingredienti: una solida base di tradizione, qualche pizzico di innovazione qua e là, il solito tormentone ed ecco che il bestseller è cucinato e il villaggio può banchettare con il solito cinghiale. E ci vediamo tra due anni con un altro trionfo!

Approfondimenti

Vent’anni di W.i.t.c.h.

W.i.t.c.h. numero 1, cover di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa

Di solito i compleanni si festeggiano quando il festeggiato è in buona salute e può sedersi al tavolo, altrimenti sono commemorazioni. Però un fumetto come questo è davvero difficile da ignorare, nel bene e nel male.

Cosa ricordo di W.i.t.c.h? Che era un fumetto figlio di Pk, innanzitutto. E Pk fu probabilmente la cosa più importante avvenuta nello scenario fumettistico Disney negli anni 90. L’arrivo di un suo “contraltare” femminile non era una cosa che si potesse davvero ignorare. Certo, l’idea in partenza non è che fosse originale: un shojo manga all’italiana, realizzato da autori Disney. Ma è proprio in quella declinazione stilistica che si celava il senso di tutto. W.i.t.c.h., con la sua impostazione grafica, creò lo stile “euromanga”, che venne felicemente esportato in altre produzioni, disneyane e non, e addirittura oltralpe, dando una scossa allo scenario fumettistico europeo. Ci si sarebbe potuto fare davvero tanto di più con l’energia scaturita da lì, e invece ne uscirono perlopiù fumetti “di genere” o fumetti sperimentali che però rimanevano spesso e volentieri incompiuti. Però, oh, avercene.

Poi c’è la mia storia personale con W.i.t.c.h., e ripercorrerla fa un po’ male. Ero un Pker e uno studioso disneyano già allora, per cui non potevo certo rimanere impermeabile al fenomeno. Lo seguii sin dal primo numero, rigettando il marketing “sessista” (è un fumetto per ragazze!!!1) che nel mondo inclusivo di oggi suonerebbe inaccettabile. Per quanto possibile ignorai le rubrichine e i gadget femminili – ricordo che mi trovai a spacchettare il #2 dentro il bagno della scuola perché per la prima e unica volta in vita mia provai vergogna – e badai al sodo. E il sodo erano buone storie a fumetti, firmate da Artibani, Enna, Barbucci, Turconi e Radice, tutti autori che seguivo e amavo di base, e di cui avrei seguito il percorso anche dopo. Addirittura devo ammettere che sebbene dica sempre che il Sollazzo stesso derivi dalla community di Pk, fu il forum di W.i.t.c.h. (di cui ad un certo punto divenni admin) ad essermi servito come “base tattica” per dare inizio concretamente alla cosa.

Con W.i.t.c.h. cuccavi. Lo leggevano le ragazze e quindi si prestava particolarmente a tale scopo. E poteva succedere che cuccassi in real life o su internet. Ho avuto un gran numero di storie con ragazze cominciate grazie a questo fumetto. Il pattern era sempre il solito, comunque: gli utenti del forum di Pk invadevano periodicamente il forum di W.i.t.c.h. facendo i bulli e i gradassi. Tiravamo le trecce alle ragazze, che fingevano di averne fastidio e invece poi no. Le si conquistava chiacchierando per davvero di fumetto, e spesso si usava W.i.t.c.h. come porta per “iniziarle” ai misteri di fumetti d’altro tipo. Funzionava sempre, e le storie nate in questo modo spesso diventavano molto serie, in alcuni casi sfociando nel matrimonio (!). Erano giorni bollenti, in cui ci si corteggiava a suon di recensioni, chiacchiere con gli autori (Teresa Radice era sempre con noi), post fiume in cui si fingeva di parlare di W.i.t.c.h. per dirsi altro. Spesso si faceva un percorso “insieme” crescendo e affinando il proprio gusto, a volte finendo per prendere nettamente le distanze dallo stesso fumetto che ci aveva uniti.

Cover di Mirka Andolfo, per W.i.t.c.h. Art Edition numero 3

Ecco, sì, finiva sempre così, con W.i.t.c.h. che veniva accantonato, smesso o fortemente criticato. A volte a ragione, a volte a torto. Ma spesso e volentieri a ragione. Perché purtroppo, al netto della nostalgia, la saga di Wi.t.c.h. non andò a finire bene e conobbe un graduale decadimento che lo rese qualcosa di molto diverso dalle premesse iniziali, trasformandolo da frontiera stilistica euromanga a frivolo rotocalco. Non amo quelli che “una volta era tutta campagna”. Secondo me il livello rimase alto a lungo, con buona pace di chi già lo criticava allora. I primi cinque archi narrativi, con alti e bassi, continuavano ad essere (volevano essere!) fumetto di livello, senza compromessi e con una buona qualità generale. Col senno di poi devo dire che se vogliamo mettere un confine all’epoca d’oro, sarebbe lì, prima del ciclo dei Ragorlang. Dal sesto arco inizia invece una trasformazione che durerà poi anche nel settimo e nell’ottavo. Quelle tre stagioni di W.i.t.c.h. resero chiaro che si voleva cambiare la natura del prodotto. L’approccio da frivola rivista adolescenziale divenne preponderante e il fumetto stesso iniziò ad accusare il colpo, andando in palese discontinuità con sé stesso.
La metafomorfosi si compì nel centesimo numero, dove iniziò l’ultima fase della sua storia editoriale, il concetto di arco narrativo o di stagione vennero definitivamente meno, le storie diventarono brevi e autoconclusive come se si trattasse di un soft reboot. Tenni duro a lungo ma fu proprio il centesimo numero il momento in cui saltai giù dal treno, di comune accordo con la mia ragazza di allora. I presupposti con cui era iniziato tutto quanto vennero definitivamente meno. Feci un salto in edicola tre anni dopo per acquistare l’ultimo numero prima della chiusura e la mia triste impressione venne confermata.

Chissà, forse la Disney italiana non era pronta a gestire un tale successo nato in maniera così imprevedibile. Il marketing ci mise il becco in cerca di risultati sul breve termine, danneggiandolo invece sul lungo. Come spesso accade, d’altronde. Mi piace pensare che in un altro contesto e in un’altra epoca, oggi avremmo festeggiato a testa alta. Celebriamolo pure W.i.t.c.h. ma con un sapore strano in bocca. Per quello che poteva essere e non è stato, per il modo in cui le cose sono andate a finire e per il carico di ricordi dolci e amarognoli che questi vent’anni si portano dietro.

Disegno di Alessandro Barbucci, colori di Barbara Canepa
Approfondimenti

PK e il testamento di Tito

Tito Faraci, sceneggiatore Disney e uno tra gli autori più prolifici della prima serie di PK, ha scritto questo articolo su “Domani” che prende le mosse dalla ricorrenza del venticinquennale della serie per parlare della celebrazione dell’anniversario e delle vecchie storie da parte dei fan, e del rapporto con l’attuale. L’articolo ha suscitato diverse reazioni e discussioni anche accese nelle community del fandom, tra le quali il nostro gruppo Pkers da oltre 2800 iscritti. Uno di loro, Massimo Sestili, ha voluto replicare a Faraci, inviandoci questa accorata lettera aperta, che qui pubblichiamo, sperando che sia di ulteriore stimolo per la discussione.

PROLOGO: IL VENERATO MAESTRO

Sono cresciuto con Tito Faraci. Con le sue storie a fumetti, per la precisione. È sicuramente uno degli autori che hanno contribuito alla mia formazione, a rendermi ciò che sono. E senza dubbio anche le sue storie su PKNA hanno influito in tal senso. Faccio questo preambolo per giocare subito a carte scoperte: è da qualche giorno che non riesco francamente a comprendere alcune sue prese di posizione.

Vabbè, dai, manco a fa’ così…

È cominciato proprio a ridosso dell’anniversario dei 25 anni della saga di PK: su Twitter, Faraci si è mostrato offeso, piccato, per il fatto di non essere stato invitato a intervenire ad una live su YouTube che riguardava proprio quella ricorrenza. Si badi bene, non era una videointervista ufficiale della Disney Italia o della Panini: era banalmente una live del canale YouTube “The Fisbio Show”. Nessun evento in pompa magna, una semplice chiacchierata tra amici, da e per i fan: non potendo, per motivi di spazio, invitare tutto il PKTeam, il proprietario del canale ha dovuto fare una cernita, chiamando i principali autori del PKNE, il recente rilancio di PK, ossia Sisti, Artibani, Sciarrone e Pastrovicchio, e l’autore della sua storia preferita di PKNA, Bruno Enna. Una scelta soggettiva, legittima, di un lettore e un appassionato con i suoi gusti e le sue preferenze. Senza nulla togliere a Fisbio, era pur sempre una classica live su YT, non il Gran Galà. Eppure, Tito Faraci si è sentito escluso e l’ha presa sul personale, come se ci fosse un veto su di lui: ha rivendicato sui social i propri meriti riguardo PKNA, che peraltro nessuno ha mai messo in dubbio, ricordando di aver contribuito a scrivere un pezzo di storia del fumetto e concludendo “Se ora non sono un venerato maestro, amen”. Il giorno dopo, Faraci s’è scusato, scrivendo “ero nervoso, amo tutti (okay, quasi tutti)”. Sembrava finita lì. Non era finita lì.

A quanto pare, quello sfogo via tweet ha fatto scattare qualcosa nella mente dello sceneggiatore, che ne ha approfittato per maturare una serie di riflessioni sfociate in un suo articolo sul giornale “Domani”, che è allo stesso tempo un’auto-intervista autocelebrativa, una lettera aperta, un grido di dolore, un atto di accusa e un’onesta confessione. Quando un autore che hai letto e amato per anni pone uno spunto simile, una provocazione a cuore aperto volta a mettere tutto in discussione, non si può ignorare. Oltretutto, Tito si rivolge più o meno direttamente ai lettori, ed è giusto che i lettori replichino. Non sono un mitomane, non ritengo di rappresentarli tutti, ma penso sia doveroso portare almeno il mio – personale – punto di vista.

Una cosa mi ha incuriosito: se su Twitter il timore era quello di non essere più considerato un venerato maestro, nell’articolo sembra piuttosto temere il contrario, ossia di essere trascinato “nel gorgo che rende venerati maestri”. Come se dalla delusione di un percepito ostracismo avesse compiuto uno scatto d’orgoglio concludendo che no, tanto quel riconoscimento neanche lo voleva, tutto sommato sta meglio senza. Tito ha probabilmente deciso di razionalizzare quel disagio che ha provato e non sta a me tacciarlo di incoerenza. Se questa consapevolezza gli restituisce la serenità, chi siamo noi per dubitarne? Il problema, semmai, è quando da un discorso particolare e da un’esperienza soggettiva si sposta l’obiettivo sul generale, sul collettivo.

ATTO 1: OPERA ED EPOCA

Bellino, Trauma. Ma non perché è “so Nineties”. Anzi.

L’articolo di Domani comincia così, con un j’accuse ai lettori, o perlomeno ai “fan più accaniti del fumetto Disney”: trentenni che vivono nel rimpianto degli anni ’60, che più vanno avanti più tornano indietro, a suo dire. Anche per questo, gli “schiamazzi” del festeggiamento del venticinquennale lo infastidiscono, perché – riassumendo il suo pensiero – PK non ha più un futuro, ora ci si limita a commemorare un grande passato, il PKNE è un revival privo del sapore della novità e forse anche per questo non è stato invitato (ma da chi?) alla festa, perché lui – a differenza degli autori del PKNE, immagino – vuole un PK diverso, ma tutto sommato gli va benissimo il mancato invito perché non si vuole accodare all’esultanza per la nostalgia di quello che è diventato un “classico” perdendo in modernità. Dulcis in fundo, sostiene che se PKNA fosse uscito oggi non lo avrebbero capito né accettato, e soprattutto non lo avremmo fatto noi fan, noi pkers, che lo apprezziamo tutt’ora solo in quanto nostalgici passatisti.

Vale la pena di rispondere punto su punto, ma andiamo con ordine: secondo Tito, le grandi opere devono essere immerse nel loro tempo, rappresentative della propria epoca. Gottfredson, Barks e Scarpa erano lo specchio dei loro tempi e per questo funzionavano, così come PKNA funzionava perché rispecchiava gli anni Novanta. Qui ho il primo punto di dissenso: per cominciare, au contraire, i classici da lui citati sono intramontabili proprio perché i loro autori, pur utilizzando il materiale narrativo del periodo storico in cui vivevano, sono riusciti a scrivere qualcosa che andasse oltre, che non rimanesse confinato nei suoi tempi. Sono opere apprezzabili anche da lettori che non li saprebbero nemmeno cogliere, i riferimenti a quell’epoca. In breve, sono classici perché invecchiano bene. Anziché temere che PK possa essere un classico, bisognerebbe auspicarlo, perché significherebbe che è riuscito a trascendere la sua epoca, a non restare solo un “fenomeno anni ‘90”.

Vade retro, retrò!

Credo che Tito intenda dire “voi amate quelle storie perché sono il passato, invece quelle storie erano il (loro) presente, dovreste pretendere storie che raccontino il tempo in cui sono state scritte”. Non è il primo autore a fare questa critica, e l’ho sempre trovata abbastanza forzata: una caricatura delle posizioni altrui. Certe storie piacciono perché funzionavano all’epoca e funzionano tutt’ora, fine. E sì, forse bisognerebbe prendere appunti anche su “stile e trame” di quelle storie, che non vuol dire “clonarle”, ma capire qual è il fattore che le rende “senza tempo”. Bisognerebbe poi capire cosa significa essere “immersi nel proprio tempo”: citazioni pop, riferimenti ai fenomeni sociali del momento? Perché nessuno, tra coloro che auspicano fumetti che “narrino il presente”, ha mai saputo spiegarmi bene cosa fosse, questo presente, e come andrebbe narrato. Stiamo parlando di storie, ricordiamo: è importante avere chiaro cosa si sta raccontando, prima di pensare se fargli rispecchiare o meno “l’epoca”. L’intreccio, la narrazione, l’aver qualcosa da dire. Le storie non hanno età, specie se sono buone. Non vorrei che il focalizzarsi sulla forma e su certe formalità facesse perdere di vista il contenuto: il “come” e il “cosa” sono indissolubilmente legati, l’uno senza l’altro non esistono.

Ci sarebbe da chiedersi poi quale sia il peccato originale di questo PKNE: una saga che dalla sua ripresa è stata pubblicata al ritmo di due o tre storie all’anno avrebbe il tempo materiale e lo spazio, la possibilità, di narrare il presente? Ma soprattutto, esattamente cosa “non” narrano, del presente? E dovrebbero farlo, poi? Facciamo un esempio: PKNA 10, “Trauma”, era un bell’albo perché aveva disegni interessanti, una trama coinvolgente e personaggi affascinanti (come Gorthan, poi ripreso – bene – da altri autori come Bruno Enna che han deciso di approfondirlo e non lasciarlo “lettera morta”). Non era bella perché era una storia “molto anni ’90” che piaceva a me lettore in quanto “ragazzo degli anni ’90” che ci si rivedeva, ma perché aveva degli elementi che la rendevano apprezzabile aldilà del periodo storico di pubblicazione. Anzi, le parti più “immerse” in quegli anni, se posso permettermi, sono le parti di “Trauma” che sono invecchiate peggio.

E sì, Faraci non ha torto quando dice che anche nel Topolino del passato c’era del brutto e anche in quello del presente c’è del bello. Mai negato. Ma è proprio questo il punto: forse che i lettori non han discernimento, spirito critico? A piacere non sono le “storie di una volta”, ma le “storie belle”, che rimangono tali a distanza di anni. Non le si rimpiange, ma le si ricorda, perché son riuscite a rimanere impresse. Gli autori migliori han saputo prendere esempio dai grandi di ieri: li han studiati, analizzati e capiti, scoprendo il loro segreto, ciò che li rende “immortali”, fruibili e godibili a prescindere dall’anno in cui li si legge per la prima volta. Se una storia è bella, neanche ti accorgi di quando è stata scritta. Come può essere “passato”, ciò che non ha età? Lo stesso Faraci, poi, pare ammettere che certe innovazioni di quel periodo oggi sembrino improponibili: chi lo decide? Questo però riguarda il presente – non tutto, non generalizziamo. Ci torneremo tra pochissimo.

ATTO 2: NOSTALGIA CANAGLIA

Grunf! Troppi schiamazzi! Addirittura una videodiretta su YouTube!

Se si vuole essere innovativi con i nuovi lettori bisogna rispettarli, innanzitutto. Quando uscì PKNA, chi lo leggeva aveva poco più di 10 anni, forse meno. Andava alle medie, o addirittura alle elementari. E gli è stato offerto un simile prodotto scommettendo sulla sua capacità di apprezzarlo, senza venirgli incontro abbassando le aspettative. “Attuale” significa capire che i lettori giovani sono molto più smaliziati e capaci di gestire la complessità di quanto non si creda. Che non vengono fidelizzati con le lucine colorate e con le strizzatine d’occhio pop, ma con un prodotto degno, che dimostri cura dei personaggi, delle trame e potenziale di “worldbuilding”, una parolaccia che in fondo può essere tradotta anche solo come “credibilità e coerenza”. La Marvel fa così da oltre 60 anni, esportando il metodo anche alla sezione cinematografica: se il MCU ha avuto successo nel grande pubblico anche aldilà dei fan nerd di fumetti, se praticamente ogni serie tv contemporanea – come minimo da Lost in poi – ne attinge a piene mani, con trame complesse ed elaborate e strettamente legate tra loro, forse un motivo ci sarà. La “continuity” non fa più paura a nessuno, di certo non ai giovani (forse più agli over 30 che agli under). Questo è necessario: crederci. Metterci serietà e impegno, anche nei prodotti comici “minori”: “quando si scherza, bisogna essere seri”, diceva il poeta (ok no, lo diceva Albertone Sordi). Non limitarsi al compitino, al buttarla in caciara perché “tanto sono solo fumetti”. Lo sappiamo, che sono solo fumetti, ma se l’autore mostra di essere il primo a cui non va di impegnarsi nello scrivere, perché il lettore dovrebbe impegnarsi a leggere? Chi glielo fa fare, alla fin fine?

In generale devo dire che ho fatto fatica a capire con chi ce l’avesse esattamente nel suo articolo, Faraci. Mi dava l’idea, perdonatemi l’espressione, di una filippica un po’ confusa e fuori fuoco. Gli eccessivi “schiamazzi” per i 25 anni di PK, quali sarebbero? Una storiella di 30 pagine su Topolino, una diretta Facebook di neanche mezz’oretta con Catenacci, Sciarrone e Pastrovicchio, una mini-intervistina a Sisti? Ah, e il lancio di un cofanetto contenente i volumi più recenti usciti in questi ultimi anni, insomma tutt’altro che un elogio del passato: a me sembra la celebrazione di un qualcosa di presente e vivo, attualmente pubblicato. Più la famigerata chiacchierata “unofficial” per nerdoni su Youtube, fine. Insomma, dove sarebbero tutti questi festeggiamenti? E soprattutto, chi è che non lo ha “invitato” ai non-festeggiamenti? Ed esattamente, dove lo dovevano invitare, e a far cosa? Perché a quanto pare è in buona compagnia: non hanno invitato praticamente nessuno. Nessuno è finito davvero sotto i riflettori, e chiedo scusa per l’impertinenza, ma fa strano vedere che c’è chi se la prende tanto (non solo Faraci, va detto: è in buona compagnia) per non essere stato accolto con tutti gli onori nel celebrare un qualcosa… di cui sembra quasi essersi disinteressato per anni.

Me l’immagino così, “un ‘mumble’ pensoso e malmostoso”

Altra cosa che non ho capito: Tito accusa gli altri di nostalgia, di venerare il passato, ma poi è il primo a rimembrare con aria sognante i suoi “greatest hits” del passato, da “Trauma” a “Motore/Azione” a.k.a. “Boris prima di Boris”, elencando le varie rivoluzioni che questa serie rappresentò, che – cito – “oggi sembrerebbero troppo”. Ecco, di grazia, di chi è la colpa, se all’epoca si potevano fare certe cose e oggi no? Certo non di PK. Anche stavolta sono stati menzionati i vari coraggiosi editor, caporedattori e direttori che han permesso a quella serie di vedere la luce: c’è da dedurne che oggi è il coraggio a mancare? Se fosse così, il problema sarebbe a monte, e ben altro: la falsa disputa “innovativi VS nostalgici” sarebbe solo un modo per distogliere l’attenzione da esso. E PK non avrebbe neanche motivi o incentivi per evolversi, se il resto del fumetto Disney italiano non s’è evoluto nel frattempo, o se si è addirittura involuto: basterebbe che restasse uguale a se stesso e immutato e sembrerebbe rivoluzionario anche oggi. Di nuovo, se così fosse non sarebbe colpa di PK, ma di tutto il resto che è rimasto immobile anche negli anni in cui PK era una cosa ormai chiusa e appartenente al passato. C’è da dire, comunque, che già è un piccolo miracolo che le storie del PKNE abbiano trovato spazio su Topolino negli ultimi anni: in questo, anzi, si ha avuto forse ancor più coraggio che in passato, in cui si teneva separato il Topo-giornaletto dalla testata “matura”, come se dovessero servire target necessariamente distinti. Tuttavia è vero, son tempi diversi, ci sono cose che non si possono (o meglio, vogliono) più osare, manca la volontà di sperimentare a volte. E però Tito non può far finta di essere un osservatore esterno. È una figura riconosciuta nel mondo del fumetto italiano, non solo Disney. Negli anni, ha sicuramente avuto un’influenza, su quello che è Topolino oggi. Se la situazione attuale è questa, qualche responsabilità ce l’ha anche lui, non solo i tempi che cambiano o il destino cinico e baro.

ATTO 3: EMBRACE REVOLUTION: A TALE OF TWO TITOS

Dai, Tito, ce la farai a tornare quello di un tempo!

Infine, la grande accusa: “Se PKNA fosse uscito oggi, non avreste capito e accettato una simile rivoluzione”. Perché crescendo, immagino, abbiamo perso lo spirito critico e la capacità di farci piacere ciò che è bello e siamo passati all’amare solo ciò che è passato e nostalgico, giusto? Scherzi a parte, una riflessione la stimola, questa provocazione. È giusto che io ci pensi su per un po’. Mumble. Ok, fatto. Dissento. Per un motivo molto semplice: c’è chi non lo capiva e accettava neanche allora, tra i lettori. I forum e alcune forme di social esistevano anche all’epoca, come pure c’erano sacche di resistenza, tradizionalisti e puristi. I nostalgici veri, anche adesso, sono coloro che sostengono che l’unico vero Paperinik è quello classico con gli stivaletti a molla e che PK è apocrifo, proveniente da un universo alternativo – e c’è chi ha contribuito ad alimentare questo equivoco, prima di tutto con il reboot “PK – Pikappa” a.k.a. “Frittole”. A coloro a cui non piacerebbe PK adesso, non sarebbe piaciuto (e non piaceva) neanche a quei tempi. Temo che oggi, forse, siano certi autori, i primi a non capirlo e ad accettarlo. Forse dovrebbero imparare a farlo. E a farci pace, anche. Piuttosto la domanda che mi pongo, rispedendo la provocazione al mittente, è: “I rivoluzionari autori del PKNA di ieri l’avrebbero fatta oggi, una simile rivoluzione?”. E aggiungo: le nuove leve di scrittori di Topolino e affini, saprebbero farne una? Sono state adeguatamente formate per poterla fare? Gli è stato insegnato da cosa prendere esempio (ovviamente rielaborandolo in maniera personale), cosa funzionava e cosa no, e perché?

La mia reazione a “Universo PK”: is this “PK attuale, nuovo e moderno”?

Insomma, a me sembra che Tito si sia creato una sorta di nemico immaginario bersaglio delle sue critiche, dai contorni non ben definiti, che attacca a suon di “straw man arguments”. E rivendica il non unirsi ai festeggiamenti perché non ama i revival passatisti che non riprendano il nuovo e la modernità. Eppure Faraci ha avuto la sua chance per fare “un altro Pikappa, ma diverso”, “un esempio di vitalità, di rinascita e di rivoluzione”, immerso nel presente, nell’attuale, nel nuovo e moderno. Ma non ci ha neanche provato: quando ha avuto l’occasione di tornare a cimentarsi a scrivere una storia del papero mascherato, ha creato “Universo PK”. Ossia, una storia del Paperinik classico con gli stivaletti a molla che viveva gli eventi principali dei primi numeri di PKNA, con mille strizzatine d’occhio di difficile comprensione per un neofita e tradizionalismo spinto. Insomma, un mix tra citazioni e classicismo con qualche gag slapstick. Invece di tornare a sperimentare col personaggio, ha preferito realizzare un innocuo “what if?” ironico ma un po’ infantile, un esercizio di stile fine a se stesso. Che oltretutto ha creato ulteriore confusione, alimentando la falsa credenza che vede Paperinik e PK come due personaggi distinti, due realtà alternative di mondi paralleli. Rischiando di separare ancor di più PKNA dal resto del mondo Disney italiano, rendendola un’anomalia apocrifa da dimenticare. Quel messaggio non passò per un pelo, scongiurando danni seri: avesse prevalso quell’impostazione, allora sì che la commemorazione dei 25 anni di PK sarebbe stata “un funerale”. Insomma, era il presente, “Universo PK”? Era il futuro, era la novità? Era immersa nell’attualità? Se sì, rispecchia un’epoca abbastanza piatta, se me lo concedete.

Curioso che Tito, nell’articolo, non abbia menzionato “Universo PK”, ma ancor più strano che non abbia citato neanche uno dei suoi capolavori Disney dell’epoca, andato incontro purtroppo ad una fine prematura: Mickey Mouse Mystery Magazine (MMMM). Il Faraci di UPK è più moderno del Faraci di MM? Io sinceramente ho i miei dubbi. Io anzi rivorrei proprio quel Faraci lì, quello che scrisse “Anderville”, ma non perché il passato è sempre più bello (specie quello di verdure). Non perché “viva il vecchio, abbasso il nuovo”. Ma perché reputo quel Faraci più moderno, al passo coi tempi e “nuovo” di quello attuale. Di UPK forse ci dimenticheremo, di “Anderville” e “Trauma”, almeno chi ha avuto il piacere di leggerli, no. E non perché anticipavano i tempi. Ma perché erano “fuori dal tempo”, apprezzabili in ogni epoca. Sarò brutale: se uno scrittore viene ricordato più per il suo passato che per il presente non dipende dalla nostalgia per il venerato maestro, dipende da lui, da quanto ha mantenuto la sua capacità di raccontare buone storie.

Ma chiudiamo in bellezza. Con l’ancora attuale.

Sbaglierò, ma ho come l’impressione che Tito nel corso degli anni si sia arreso. Che sia stato il primo a non crederci davvero, che “un altro fumetto Disney italiano fosse possibile” (se vogliamo citare nuovamente Boris), che PK fosse un’opzione ancora praticabile, ad anni di distanza, mantenendo la sua maturità. E addirittura proseguendo la storia rimasta interrotta anni prima. Perché le storie hanno un inizio e una fine. E continuano finché devono: è la storia che decide, come insegna Leo Ortolani. Spesso ci si dimentica che è in primis questo che si deve raccontare: una storia. Insomma, Tito forse no, ma altri invece ci han creduto, da Francesco Artibani (che al momento si è preso una pausa, anche lui è in “fase amareggiata”: spero che il tempo gli dia consiglio, perché penso abbia ancora molto da dire) ad Alessandro Sisti. Mi sembra ingeneroso accusarli, seppur velatamente e indirettamente, di passatismo. Mi ricorda la favola della volpe e l’uva. E Sisti, sia nella storia del venticinquennale su Topolino sia nel nuovo numero di PK Fuoriserie, che restituisce dignità ad una minisaga iniziata molto male, ci ha dimostrato che la vite di PK può essere rigogliosa, e produrre uva tutt’altro che acerba. E che non invecchia mai.

Con buona pace delle polemiche, PK ha un passato, un presente e sì, anche un futuro. Spero che prima o poi torni a crederci anche Tito Faraci, in un modo diverso di fare fumetto Disney in Italia. Non è mai troppo tardi.

Forse potrebbe interessarti anche: PK – Ur-Evron: Un cambio di rotta

Tolkien Historia

The History of Middle-earth – I Dubbi Di Christopher

Dopo dodici volumi e venti anni di lavoro, Christopher Tolkien aveva un dubbio. L’incredibile pubblicazione delle History of Middle Earth, dove era riuscito nell’impresa di ricostruire e di analizzare nel dettaglio gli scritti del padre, aveva fatto nascere una questione fondamentale.
Cosa fare del Silmarillion? Cosa fare di quel libro che Christopher era riuscito a comporre in una forma pubblicabile venticinque anni prima, alla luce di quello era venuto fuori analizzando le History? Lui stesso esprime dubbi su quello che è stato fatto: “The Silmarillion, again in the widest sense, is very evidently a literary entity of a singular nature. I would say that it can only be defined in terms of its history; and that history is with this book largely completed. It is indeed the only ‘completion’ possible, because it was always ‘in progress’; the published work is not in any way a completion, but a construction devised out of the existing materials. Those materials are now made available, and with them a criticism of the ‘constructed’ Silmarillion becomes possible. I shall not enter into that question; although it will be apparent in this book that there are aspects of the work that I view with regret.”

Cosa fare dunque? Non sappiamo quali siano state le reali motivazioni dietro alla scelta di non realizzare una seconda edizione aggiornata del Silmarillion. La paura di andare a toccare un testo già comunque cristallizzato nell’immaginario dei lettori? Il rischio di andare a modificare, peggiorandolo, un testo che comunque ha una sufficiente chiarezza e completezza?

Alla fine sappiamo che non se ne fece di niente, ed è difficile dire se sia stata una scelta giusta oppure no.
Inizia quindi la seconda fase dell’opera di Christopher Tolkien curatore, quella della pubblicazione delle singole storie della Prima Era, sfruttando la riscoperta di Tolkien grazie alla trilogia cinematografica, spacciandole come praticamente inedite per colpa di campagne pubblicitarie al limite del truffaldino.

Le intenzioni di Christopher erano probabilmente oneste. Come abbiamo già visto negli articoli precedenti, J.R.R. Tolkien stesso più volte (pur con i suoi consueti ripensamenti) aveva sottolineato di considerare il Silmarillion come un compendio della storia antica, da cui estrarre e narrare in forma più estesa i grandi miti della Prima Era, in particolare “Beren e Luthien”, “I Figli di Hurin”, “La caduta di Gondolin”.
Dal punto di vista filologico tale operazione è stata dunque legittima. Il problema è nato a causa della reticenza da parte degli editori nel mostrare chiaramente che tali storie non erano completamente inedite ma già pubblicate varie volte in versioni differenti. Tutto ciò ha causato una grande confusione nel lettore, in particolar modo nel nostro paese, già disorientato dalla criticabile gestione delle opere tolkeniane da parte della Bompiani.

Cosa ci riserverà il futuro dopo la morte di Christopher, avvenuta agli inizi del 2020? Gli infiniti cassetti tolkeniani sforneranno altri inediti, a questo punto dal dubbio valore e interesse?
Personalmente ritengo che sia il caso, almeno in Italia, di procedere finalmente a una nuova ristampa coerente di tutto il materiale di Tolkien.
Sicuramente si può discutere del fatto se abbia senso pubblicare in lingua italiana un’opera monumentale ed ermetica come le History of Middle Earth; a noi non resta che ringraziare comunque Christopher Tolkien per aver passato infiniti giorni a decifrare gli incomprensibili scarabocchi del padre, aprendo meravigliosi squarci su quella fantastica epopea mitologica ambientata nella Terra di Mezzo.

Tolkien Historia

The History of Middle-earth – La Grande Visione Si Inceppa

10. Morgoth’s Ring (The Later Silmarillion Vol. 1) (1993)
11. The War of the Jewels (The Later Silmarillion Vol. 2) (1994)
12. The Peoples of Middle-earth (1996)

Primi anni ‘50: il Signore degli Anelli è finalmente finito, ma ancora non è stato pubblicato. L’editore infatti non ne vuole sapere di abbinare l’opera al Silmarillion, come vorrebbe Tolkien, e inoltre lo scrittore non ha ancora terminato la stesura delle Appendici.
Tolkien decide quindi di tornare ad occuparsi della Prima Era, messa da parte nel 1937, in modo da riuscire a presentare all’editore una versione compiuta e aggiornata del Silmarillion. Il lavoro si dimostra però più difficile del previsto, anche alla luce delle nuove concezioni emerse durante la stesura del Signore degli Anelli: conoscendo la cronica incapacità organizzativa di Tolkien, non c’è da stupirsi di come lo scrittore inglese non sia riuscito a raggiungere il suo obiettivo.
Ricordiamo che risalgono a questo periodo (1951) lavori di cui abbiamo già parlato nel secondo articolo, come il Narn i Hîn Húrin, modifiche ai poemi degli anni ’20 e una riscrittura parziale della Caduta di Gondolin.

La revisione del Quenta Silmarillion

Tolkien si imbarca in una completa revisione del Quenta Silmarillion e degli annali del 1937, oltre a una riscrittura dell’Ainulindale e a una miriade di frammenti di testi metafisici e linguistici. Queste opere vengono realizzate in due ondate: 1950-1951 e 1956-1959, in quanto in mezzo Tolkien si dedica alla stesura delle Appendici del Signore degli Anelli, dopo aver abbandonato l’idea di pubblicarlo insieme al Silmarillion.
Alla fine degli anni ‘50 nuove idee emergono prepotentemente, in particolar modo riguardo al concetto di immortalità degli elfi e alla loro reincarnazione, alla venuta degli Uomini, e alla natura del Male. L’impossibilità di armonizzare queste nuove idee con la mole di lavoro già realizzata nel passato è il motivo ultimo della mancata conclusione del Silmarillion, la cui versione pubblicata riflette in pratica la situazione “cristallizzata” agli anni ‘50, ignorando le ultime idee maturate in seguito da Tolkien ma mai concretizzate in forma coerente.

The Annals of Aman. Nel 1951 gli Annali di Valinor realizzati negli anni ‘30 vengono revisionati (inserendo ad esempio elementi geografici dal Signore degli Anelli e personaggi come Galadriel), rititolati e largamente ampliati, tanto da diventare in pratica una narrazione a sé stante rispetto al Quenta Silmarillion e non più solo una compilazione cronologica. Ciò deriva probabilmente da un nuovo cambiamento nell’idea di come doveva essere realizzato il Silmarillion: se negli anni ’30 Tolkien intendeva realizzare un breve compendio a cui affiancare gli annali e le tre storie maggiori, adesso lo scrittore inglese pare nuovamente tendere ad un formato più espanso (come effettivamente poi è stato pubblicato).
The Grey Annals. Gli Annali del Beleriand, parallelamente agli Annali di Valinor, subirono negli anni ‘50 un’evoluzione a una forma più narrativa, pur sempre divisa in anni, tanto che molte parti sono state incluse da Christopher Tolkien nel Silmarillion pubblicato. Oltre a rendere omogenea la storia con gli elementi emersi dal Signore degli Anelli, viene sostanzialmente rivista la storia della nascita degli Uomini, si amplia la storia di Eol e abbiamo qui l’ultima versione della storia di Turin dove purtroppo i Grey Annals si interrompono.
Quenta Silmarillion. La revisione del Quenta Silmarillion del 1937 avviene in due fasi distinte, nel 1951 e negli anni precedenti al 1958. Numerosi capitoli vengono ampliati, nell’ottica di arrivare ad una narrazione molto più completa. In pratica è da questa revisione, opportunamente resa omogenea e integrata dagli Annali di Aman e dai Grey Annals, che Christopher Tolkien ricava il suo Silmarillion. Tra le cose più interessanti da segnalare abbiamo la nascita del Valaquenta e l’emergere della storia di Finwe e Miriel, madre di Feanor, che porterà ad una serie lunghissima di ragionamenti da parte di Tolkien sul significato dell’immortalità degli Elfi. Per quanto riguarda lo stile, il testo raggiunge quel tono serioso ed epico che conosciamo dalla versione pubblicata.
La versione del ‘37 si interrompeva a metà della storia di Turin, e anche in questo caso Tolkien non va avanti. Ricordiamo quindi che le parti relative alla caduta di Gondolin, alla rovina del Doriath e a tutta la storia di Earendil esistono solo nelle versioni già incomplete degli anni ‘30, e che Christopher Tolkien abbia dovuto sostanzialmente riscriverle per poterle adattare nel testo edito.

Mappa annotata da Tolkien in persona, insolitamente in modo comprensibile

Nuovi irrisolti problemi mitologici e metafisici

Verso la fine degli anni ‘50 lo sviluppo del Silmarillion verso una forma compiuta si interrompe dunque per sempre a causa di nuovi dubbi e perplessità su vari temi filosofici e mitologici di basilare importanza per la mitologia tolkieniana. Per tutti gli anni ’60 e fino alla morte Tolkien realizza una miriade di scritti e appunti su svariati temi, sia sotto forma di brani “in universe” (ad esempio dialoghi tra personaggi) sia sotto forma di commenti scritti quale osservatore esterno.
– “Laws and Customs among the Eldar”. Si tratta di un lungo testo in cui l’autore si interroga su temi quali il matrimonio e la morte tra gli Elfi, dilungandosi sulla differenza tra il corpo incarnato e lo spirito (Fea), che è destinato da Iluvatar a rimanere presente in Arda fino alla fine del mondo (a differenza di quello degli uomini), con la possibilità di essere nuovamente incarnato in una vera e propria rinascita.
– “Of re-birth and other dooms of those that go to Mandos”. Una delle più grandi questioni su cui Tolkien si interroga nell’ultima parte della sua vita è quella appunto relativa alla reincarnazione degli elfi. Tale concetto era presente fin dagli scritti giovanili, poi era un po’ passato in secondo piano (e Christopher in pratica decide di eliminarlo dal Silmarillion) per essere ripreso successivamente. Cosa succede agli elfi quando “muoiono”? Possono ritornare nel mondo incarnato? Come per altri questioni coeve, Tolkien affronta la questione sotto forma di disputa filosofica, senza dare risposte concrete. Peccato però che tale importante questione sia trapelata solo marginalmente nei libri editi, attraverso le figure di Miriel e Glorfindel.
– “Athrabet Finrod Ah Andreth”. Uno dei maggiori lavori dell’ultimo Tolkien è questo dibattito metafisico tra l’elfo Finrod e l’umana Andreth, riguardo alla mortalità degli uomini, alla corruzione di Arda e al destino dell’Umanità secondo il volere di Iluvatar. Qui potete trovare una traduzione italiana del testo.
–  Altri testi relativi alla Prima Era. Numerosi appunti sparsi riguardano questioni tipo la creazione del Sole, l’origine e la natura del male in Melkor e Sauron, l’origine degli Orchi (dagli elfi o dagli uomini? L’ultimo Tolkien sembra propendere per la seconda ipotesi, al contrario di come sarà poi nei testi pubblicati). Tra le altre opere da segnalare abbiamo “The Wanderings of Hurin”, una sorta di lunga ma incompleta appendice ai Grey Annals con i fatti relativi alla vita di Hurin dopo essere stato liberato da Morgoth. Si tratta di un esempio delle scelte a cui è dovuto andare incontro Christopher Tolkien nella realizzazione del Silmarillion: questa parte è stata ad esempio ampiamente trascurata, in quanto troppo lunga e senza chiare indicazioni sulle intenzioni del padre.
Tra gli altri brevi testi, i più interessanti riguardano appunti su Maeglin, sull’origine degli Ent e delle Aquile e una bozza di cronologia degli ultimi anni della Prima Era, nel quale vengono introdotti nuovi elementi, in particolare riguardo alla rovina del Doriath, che Christopher ammette di aver volutamente ignorato in quanto incompatibili con il testo sviluppato fino a quel momento. Abbiamo poi infine un lungo saggio, intitolato “Quendi and Eldar”, di natura essenzialmente filologica, riguardante spiegazioni sull’etimologia delle parole nelle varie lingue elfiche. Sono proprio le questioni filologiche e linguistiche ad interessare maggiormente Tolkien negli ultimi anni di vita, quando ormai ha abbandonato del tutto la speranza di vedere pubblicata la sua prima e più amata opera.

“Questi benedetti elfi si potranno o no reincarnare?”

Oltre la Prima Era

Quando Tolkien lascia da parte Il Silmarillion alla fine degli anni ‘30 per scrivere Il Signore degli Anelli, praticamente nulla è emerso della storia della Terra di Mezzo successiva alla Prima Era, a parte alcuni abozzi della storia di Numenor. Molti elementi delle ere successive nascono dunque proprio durante la scrittura del romanzo, e vengono citati spesso senza particolare contesto o completezza.
Per dare ordine e coerenza al lungo periodo tra la fine del Beleriand e la Guerra dell’Anello, Tolkien decide quindi di imbarcarsi nella realizzazione delle Appendici, la cui stesura occuperà molti anni e sarà causa di discussioni e tensioni con l’editore e ritardi nella pubblicazione dell’opera. Nel penultimo volume della History of Middle-earth (l’ultimo volume sarà solo di indici), Christopher Tolkien raccoglie le versioni intermedie delle Appendici, con le varie versioni delle genealogie e delle cronologie, e gli ultimissimi scritti del padre. Con estrema dovizia di particolari Christopher mostra quindi la travagliata scrittura del Prologo, avvenuta alla conclusione del libro, e le varie versioni delle Appendici. Non si tratta di materiale particolarmente interessante, in quanto sono versioni che differiscono da quella finale soprattutto per quanto riguarda i nomi e le date.
Nell’ultima parte della sua vita, in Tolkien si acuisce ancora di più la tendenza a scrivere in modo disordinato e inconcludente. Il figlio ha quindi trovato un elevatissimo numero di fogli praticamente illeggibili, data la rapidità e la trascuratezza con cui sono stati scritti, riguardanti svariati argomenti che interessavano momentaneamente Tolkien come il rapporto tra uomini e nani, problemi etimologici e minuzie linguistiche. Ad esempio, Tolkien dedicò molto tempo a creare spiegazioni storiche ed etimologiche riguardo a nomi che aveva inventato tanti anni prima e che evidentemente ora non lo soddisfacevano più, non riuscendo a trovarne una precisa origine linguistica.

The New Shadow. Notoriamente, Tolkien iniziò a scrivere un seguito del Signore degli Anelli, ambientato a Gondor nella quarta era, un centinaio di anni dopo la morte di Aragorn, durante il regno del figlio Eldarion. In una famosa lettera del 1964 Tolkien dice che la storia si è dimostrata essere “triste e tenebrosa. Riguarda gli uomini, ed è inevitabile che si abbia a che fare con la peggiore loro caratteristica: si stancano velocemente del bene”. Tolkien immagina che a Gondor nasca una specie di religione satanica, mentre gli adolescenti giocano a travestirsi da orchi.
Tolkien abbandona ben presto la stesura del romanzo, giudicandolo noioso e poco interessante. Il testo è riportato in questo volume per la prima volta, e personalmente non posso che concordare con il giudizio dell’autore.


Termina con: The History of Middle-earth – I Dubbi Di Christopher


Tolkien Historia

The History of Middle-earth – La Storia del Signore degli Anelli

6. The Return of the Shadow – The History of LOTR, pt. 1 (1988)
7. The Treason of Isengard – The History of LOTR, pt. 2 (1989)
8. The War of the Ring – The History of LOTR, pt. 3 (1990)
9. Sauron Defeated – The History of LOTR, pt. 4 (1991)

La lunga e soffertissima genesi del Signore degli Anelli è minuziosamente documentata da Christopher Tolkien in quattro lunghi volumi, nei quali raggiunge forse l’apice del nozionismo, riportando ogni piccola variazione apportata dal padre durante la stesura dell’opera. Tranne il primo, sono forse anche i volumi meno interessanti del ciclo delle History of Middle Earth; proveremo a mostrare le tappe più significative dello sviluppo del romanzo, soffermandoci sulle maggiori difficoltà incontrate da Tolkien in particolare nella stesura della Compagnia dell’Anello.

Nessuna pianificazione

“When Bilbo, son of Bungo of the family of Baggins, prepared to celebrate his seventieth birthday there was for a day or two some talk in the neighbourhood.”
Quando alla fine del 1937 Tolkien butta giù questa frase, in seguito alle pressanti richieste da parte dell’editore di scrivere una nuova storia riguardanti gli hobbit, non ha nessuna idea di come proseguire la storia. Tolkien ha sempre rivendicato di scrivere abbastanza di getto, con poca o nessuna programmazione: ne risulta un lavoro molto stratificato, con numerose correzioni e riscritture causate dall’arrivo di nuovi elementi narrativi e con continue incertezze anche su particolari di scarsa importanza che paralizzano la storia per mesi e mesi.
Christopher Tolkien ha individuato varie “fasi” creative di scrittura del Signore degli Anelli, in particolare per quanto riguarda la parte iniziale del romanzo (più o meno quella corrispondente alla Compagnia dell’Anello), che è stata la più laboriosa da realizzare: ogni fase prevedeva una scrittura abbastanza di getto fino ad un certo punto morto, al che Tolkien iniziava da capo modificando e aggiornando i capitoli già scritti a seconda dei nuovi elementi inseriti nella storia.

Il primo capitolo ad esempio ha avuto in tutto sette riscritture, e la prima fase termina quando Tolkien arriva a scrivere il Consiglio di Elrond: è evidente come l’autore si sia accorto che quella che doveva essere una semplice avventura di un gruppetto di hobbit si fosse trasformata in qualcosa di molto più ampio. Tolkien riparte di nuovo (seconda fase) ma si arena ancora prima, a Brea; nella terza fase si arriva alla tomba di Balin a Moria, e qui Tolkien si blocca addirittura per un paio di anni; infine la quarta fase riesce a superare Moria, e i capitoli scritti fino a lì avranno solo piccoli aggiustamenti di nomi e di elementi cronologici.

Prima fase. Tolkien decide di riutilizzare la componente geografica già sviluppata e programma quindi il viaggio di un gruppetto di hobbit verso Gran Burrone portando l’anello trovato da Bilbo, elementi già presenti nello Hobbit. Fin dall’inizio sono evidenti numerose incertezze sul numero degli hobbit, sul protagonista (Bilbo stesso oppure il suo erede Bingo, quello che diventerà poi Frodo), sul ruolo di Gandalf, sulla cronologia. Tolkien riscrive quattro volte il primo capitolo (“A long expected party”) prima che gli hobbit si muovano da Hobbiville. L’anello per ora non ha acquisito nessuna particolare importanza, tanto che il capitolo con lo “spiegone” di Gandalf arriverà solo in un momento successivo. L’improvviso arrivo dei Cavalieri Neri è forse il primo segno che la storia sta prendendo una piega diversa e più ampia e che l’anello abbia un’importanza ben maggiore di quella mostrata nello Hobbit (cosa che porterà alla seconda edizione del libro con la famosa modifica del capitolo di Gollum). La scansione dei capitoli ricorda già quella definitiva, e dopo l’incontro con Maggot (originariamente un personaggio negativo) e quello con Bombadil, l’arrivo a Brea rappresenta un punto di svolta. “I have no idea what to do with it”, scrive Tolkien agli editori. Siamo alla fine del 1938 e lo scrittore si blocca su due questioni fondamentali: cosa ha causato il ritardo di Gandalf? Chi è il misterioso Trotter (ovviamente il futuro Strider = Aragorn) che gli hobbit incontrano? La prima domanda resterà causa di continue riscritture per molto tempo, fino a che non nascerà il personaggio di Saruman proprio per rispondere a questo problema narrativo. Per quanto riguarda il personaggio di Trotter, questo è forse uno degli elementi più curiosi ed esemplari di come Tolkien non abbia pianificato in alcun modo la storia: per svariati anni e numerose riscritture infatti Trotter sarà un hobbit, senza quindi tutta la decisiva storia personale di Aragorn che è uno degli elementi centrali del Signore degli Anelli.
Arrivato al Consiglio di Elrond, Tolkien si accorge che la storia si è espansa ben oltre le iniziali intenzioni e decide quindi di ricominciare da capo.

Seconda fase. Nelle prime versioni la festa di compleanno era data a volte da Bilbo a volte da Bingo (= Frodo), ed è solo dalla seconda fase e dalla quinta riscrittura del primo capitolo che ci si avvicina alla versione definitiva. La grande novità di questa fase è l’introduzione del secondo capitolo, “Ancient History”, nel quale appare Sam Gamgee e l’anello diventa quello dominante. Il gruppo di hobbit è in questa fase composto da cinque elementi: Bingo Baggins, Sam, Merry, Frodo Took e Odo Bolger (il futuro Pippin Took nascerà dall’unione di questi ultimi personaggi). Faticosamente Tolkien scrive il viaggio fino a Brea, ma non è soddisfatto del numero degli hobbit (”too much hobbit talk”) e non riesce a venire a capo dei motivi dell’assenza di Gandalf. Decide quindi di ripartire da capo di nuovo.

Terza fase. La terza fase di scrittura è formata da una serie omogenea di manoscritti che arrivano fino a Gran Burrone, realizzati nella prima metà del 1939. Appare per la prima volta l’abbozzo di quello che sarà il prologo, e Bingo diventa finalmente Frodo, ma i problemi narrativi relativi al capitolo di Brea sembrano insolubili, tanto che Tolkien pensa seriamente di abbandonare tutto e di scrivere una nuova storia con Bilbo molto più collegata allo Hobbit. Improvvisamente, una nuova fase creativa permette di superare lo scoglio di Gran Burrone: per la prima volta abbiamo la formazione della Compagnia, in questa fase formata dai quattro hobbit della contea, dall’hobbit-Ranger Trotter, da Gandalf, da Boromir, Glorfindel e Gimli. La Compagnia parte e Tolkien scrive i capitoli fino a Moria, fino alla scoperta della tomba di Balin dove l’impulso creativo (siamo alla fine del 1939) si ferma per lungo tempo: solo nel 1941 la Compagnia arriverà a Lorien. È evidente come Tolkien si accorga che manchi qualcosa, che sia necessaria una figura che unisca la storia antica a quella attuale, e che possa creare una tensione tra i membri della compagnia. Quella figura sarà ovviamente Aragorn, che emergerà nella quarta fase, quando finalmente lo hobbit Trotter diventerà un uomo.

Un seguito per Lo Hobbit

Intuizioni decisive

Abbiamo visto come Tolkien, nella stesura di quello che diventerà il libro I della Compagnia dell’Anello, si sia scontrato con due problemi fondamentali: il ruolo del personaggio di Trotter (il futuro Aragorn) e i movimenti di Gandalf. Per motivi narrativi era fondamentale che lo stregone non fosse a Brea con gli Hobbit: ma cosa poteva mai aver causato la sua assenza? Per molto tempo, mentre continua a scrivere i capitoli successivi, Tolkien cerca di trovare una soluzione. Negli appunti dell’autore Trotter passa vorticosamente da essere hobbit a essere un uomo, o persino un elfo di Gran Burrone; Gandalf sparisce perché inseguito da Sauron, catturato dal Gigante Barbalbero (che nei primi appunti di Tolkien era da considerarsi nemico!) oppure perché semplicemente Frodo parte dalla Contea di sua iniziativa. Finalmente, in un appunto della fine del 1939, Tolkien fissa il numero degli hobbit e decide che “Trotter is a men descendent of the ancient men of the North, and one of Erlond’s household. He was a hunter and wanderer. He became a friend of Bilbo and Gandalf. Real name: Aragorn. But how could Trotter miss Gandalf?”.

Quarta fase. Alla fine, nell’attesa di capire lo sviluppo della storia e dopo aver completamente coperto di correzioni i manoscritti della terza fase, nel 1940 Tolkien si vede costretto a iniziare da capo per la quarta e ultima volta, arrivando finalmente a una versione pressoché definitiva. In un appunto eccezionalmente datato 26 agosto 1940 (Tolkien non datava mai i suoi lavori), dal nulla appare la frase: New Plot. The wizard Saruman The White or The Grey send word to Gandalf, who leaves Hobbiton. (…) Saruman betrays him and send him to Treebeard to guard him etc. etc.. Questo è un esempio estremamente caratteristico del lavoro di Tolkien: un’idea improvvisa che arriva senza nessuna pianificazione e va a stravolgere profondamente la narrazione.
Non senza fatica, Tolkien riesce a sincronizzare la cronologia degli spostamenti dei vari personaggi e con la quinta versione del Consiglio di Elrond, nella quale la storia di Gandalf e Saruman è ormai definita e la presenza chiave di Aragorn-erede di Isildur è ormai stabilizzata, la Compagnia parte da Gran Burrone nella sua composizione definitiva.

Ricordiamo che Tolkien era arrivato durante la “terza fase” fino alla Tomba di Balin a Moria; nel 1941, in un periodo particolarmente prolifico, la storia raggiunge praticamente senza intoppi lo scioglimento della Compagnia. Il Ponte di Khazad-Dum, Galadriel e il suo specchio, il viaggio lungo l’Anduin nascono tutti in questo fortunato periodo in cui Tolkien riesce a sfornare in continuazioni elementi dal grande impatto narrativo, per quelli che sono tra i capitoli migliori dell’intero Signore degli Anelli.
La magia si interrompe però poco dopo la morte di Boromir. Tolkien crede che la storia si debba avviare alla conclusione, ma è indeciso sul viaggio di Frodo e Sam verso Mordor. Si concentra dunque sugli altri personaggi, ma anche qui nascono problemi narrativi. Quando riapparirà Gandalf? Questo Barbalbero alla fine è buono o cattivo? Chi diavolo sono questi cavalieri di Rohan che si imbattono per caso in Aragorn, Gimli e Legolas? E Saruman? Siamo nel 1942 e con qualche breve appunto riguardo Edoras e Theoden questa prolifica fase creativa si interrompe.

La fatica di Frodo e i travagli di Tolkien

Nel 1942 Tolkien è arrivato a scrivere poco più della metà del Signore degli Anelli, ma nei suoi piani la storia sta volgendo rapidamente al termine: con la sua consueta incapacità di analisi del suo lavoro, Tolkien scrive all’editore che in pochi mesi sarà tutto terminato. Inizia invece un periodo di estrema difficoltà: il flusso creativo che ha caratterizzato la prima parte si è ormai esaurito. Solo con grandi sforzi e con lunghe pause Tolkien riuscirà a portare il libro in fondo.

La maggiore difficoltà che si presenta a Tolkien in questa fase è quella di sincronizzare cronologicamente le avventure dei vari pezzetti della Compagnia ormai sciolta, in modo da incastrare tutto in modo coerente. Alla fine del 1942 Tolkien riesce ad arrivare alla cavalcata di Gandalf verso Minas Tirith dopo la sconfitta di Saruman, ma qui si ferma, non sapendo come andare avanti. Sarà una pausa di oltre un anno: è solo nell’aprile del 1944 che I forced myself to tackle the journey of Frodo to Mordor.
Sam e Frodo erano infatti stati abbandonati al momento dello scioglimento della Compagnia: il primo capitolo della seconda parte delle Due Torri si rivelerà essere uno dei più difficoltosi da scrivere, con Tolkien più volte sul punto di mollare tutto. C.S. Lewis, a cui Tolkien sottopone questi sofferti capitoli, è fondamentale nell’incoraggiare l’amico ad andare avanti. Interessante è notare come nelle primissime versioni il personaggio di Faramir è del tutto assente, e sarà uno degli ultimi ad essere concepiti. Alla fine dell’estate del 1944, Frodo viene imprigionato nella Torre di Kirith Ungol e a questo punto Tolkien si blocca nuovamente, incapace di sbrogliare la difficile situazione in cui sono finiti i protagonisti. Inoltre, accorgendosi di un grave errore nella cronologia degli spostamenti dei protagonisti, anche la parte relativa a Gondor e Rohan non riesce ad andare avanti: solo dopo due anni, nel 1946, Tolkien completerà i capitoli relativi a Minas Tirith e alle battaglie seguenti.

Frodo invece rimane intrappolato nella Torre di Kirith Ungol per ben quattro anni: dal 1944 al 1948 Tolkien non riesce a venire a capo di questa situazione e sono innumerevoli le riscritture e gli abbozzi abbandonati. Fortunatamente la conclusione del suo viaggio era stata (per una volta) pianificata da molto tempo, già all’epoca in cui il protagonista era ancora un certo Bingo: si legge nei più vecchi appunti che When Bingo at least reaches the Fiery Mountain he cannot make himself throw the ring away. At that moment Gollum etc. etc. . Così, gli ultimissimi capitoli dedicati al viaggio di Frodo a Mordor vengono scritti abbastanza in fretta, sotto le pressioni sempre maggiori dell’editore.
Nel frattempo, i capitoli di Minas Tirith (libro V) erano stati scritti con relativa velocità nel 1946, così come il finale con la partenza dai Porti Grigi: l’ultima parte ad essere completata è quella relativa alla lotta per la riconquista della Contea con la fine di Saruman.

Come sappiamo, passeranno ancora molti anni e numerose liti con l’editore prima che il Signore degli Anelli venga finalmente pubblicato.

Bonus: “The Drowning of Anadune” e “The Notion Club Papers”

Durante la lunga pausa del 1945-1946, Tolkien non era ovviamente rimasto inoperoso. Abbiamo visto nell’articolo precedente come a metà degli anni ‘30 era stata iniziata una “time-travel story” ambientata in varie epoche e collegata al mito di Numenor-Atlantide. Tolkien ci proverà nuovamente nel 1945, stimolato dal successo di Lewis e spinto dagli Inklings. Ne viene fuori una curiosa bozza di romanzo-diario (The Notion Club Papers”) ambientato nel 1986, in cui un curioso gruppo di studiosi (ispirati ovviamente agli Inklings) scopre e vive esperienze del passato, collegate anche in questo caso alla storia della Caduta di Numenor e al solito Ælfwine.
Da questa opera, che presto sfugge di mano a Tolkien e viene abbandonata dopo un centinaio di pagine, emerge poi una nuova versione indipendente della caduta di Numenor, intitolata “The Drowing of Anadune”, nella quale è centrale lo sviluppo di un nuovo linguaggio fittizio, l’Adunaico e dalla quale si svilupperà la versione finale dell’Akallabeth. Con la fine dei Notion Club Papers, si interrompe definitivamente il tentativo di Tolkien di tenere insieme la storia della Terra di Mezzo e dell’Inghilterra moderna (tramite la figura di Eriol-Ælfwine): tentativo che come abbiamo già visto è fondamentalmente la causa della scrittura delle Lost Tales e quindi di tutta l’opera di Tolkien.

Dal prossimo articolo torneremo ad occuparci degli “Elder Days”: Tolkien dopo la fine del Signore degli Anelli prova con rinnovato entusiasmo a dare una forma definitiva al Silmarillion, anche in vista di una possibile pubblicazione insieme al romanzo appena terminato. Come sappiamo non sarà così, ma ci saranno da scoprire cose molto interessanti.

Continua l’8 febbraio con: The History of Middle-Earth – La Grande Visione Si Inceppa.

Tolkien Historia

The History of Middle-earth – Qualcosa Di Più Grande

3. The Lays of Beleriand (1985)
4. The Shaping of Middle-earth (1986)
5. The Lost Road and Other Writings (1987)


I poemi

All’inizio degli anni ’20 il quasi trentenne Tolkien è un giovane professore universitario specializzato in letteratura anglosassone. Ha praticamente concluso la stesura di The Book of Lost Tales e, ispirato probabilmente dal suo lavoro accademico sul poema in antico inglese Beowulf, decide di lasciare da parte la prosa e di cimentarsi con la poesia. Inizia così a scrivere il poema in versi allitterativi “The Lay of the Children of Húrin”. Ci lavorerà cinque anni, arrivando a scrivere circa 2000 versi in due diverse versioni, per abbandonarlo largamente incompiuto nel 1925.
Il motivo dell’abbandono della grande storia di Turin è presto detto: Tolkien inizia un altro poema, “The Lay of Leithian”, questa volta in versi ottonari in rima baciata, sulla storia di Beren e Luthien. Come al solito, nemmeno questo arriverà a compimento, con 13 canti (su 17 previsti) e oltre 4200 versi realizzati fino al 1931, quando lascerà il lavoro incompiuto non pienamente soddisfatto del risultato. Interessante è un commento in chiave semicomica da parte dell’amico C. S. Lewis, che ne dà un giudizio abbastanza positivo. Nel 1937, alla richiesta dell’editore di un seguito dello Hobbit, Tolkien sottopose in modo decisamente ingenuo questo poema (oltre a una versione intermedia del Silmarillion), ma a quanto pare presentato in maniera così confusionaria che l’editore non ci capì niente e lo mise da parte in un cassetto senza nemmeno leggerlo. Tolkien riprenderà a lavorarci brevemente nel 1951 dopo la realizzazione del Signore degli Anelli, iniziando ad effettuare una riscrittura più che una revisione.

Pur se di difficile lettura e dal valore letterario non altissimo (in particolare il primo), questi due poemi vedono l’introduzione di numerosi elementi mitologici che sopravvivranno fino all’ultimo Silmarillion. Possiamo dire che il passaggio decisivo tra la mitologia primordiale delle Lost Tales e il Silmarillion avvenga con questi poemi, nei quali abbiamo l’introduzione di diversi concetti chiave come l’importanza dei Silmaril, il regno di Nargothrond e un deciso sviluppo delle genealogie e della storia del Beleriand. Per dare un’idea del tipo di testo, metto qui i due incipit:

Lo! the golden dragon / of the God of Hell,
the gloom of the woods / of the world now gone,
the woes of Men, / and weeping of Elves
fading faintly / down forest pathways,
is now to tell, / and the name most tearful
of Niniel the sorrowful, / and the name most sad
of Thalion’s son Turin / o’erthrown by fate.

(The Lay of the Children of Húrin)

A king there was in days of old:
ere Men yet walked upon the mould
his power was reared in cavern’s shade,
his hand was over glen and glade.

(The Lay of Leithian)

C.S. Lewis (1898 – 1963)

Ritorno alla prosa: il Quenta Noldorinwa

Nella seconda metà degli anni ’20, mentre Tolkien si sta dedicando ai suoi poemi, lo sviluppo mitologico procede anche sui testi in prosa: possiamo dire che lo sviluppo mitologico in questa fase avviene prima nella poesia e poi viene recepito nella prosa, che rappresenta una sorta di riassunto dei lunghi poemi.
Con la volontà di dare un background al Lay of the Children of Húrin, nel 1926 Tolkien compila un breve compendio chiamato “Sketch of the Mythology“, che rappresenta il vero punto di partenza verso il Silmarillion come lo conosciamo, più per uso personale che per reale volontà di pubblicazione: questo lavoro non ha infatti una prosa particolarmente elaborata.

Qualche anno dopo (1930-31), rielaborando e espandendo lo “Sketch“, Tolkien realizza il fondamentale Quenta Noldorinwa, nel quale sono ormai presenti tutti i personaggi più importanti e la forma di molte frasi si manterrà fino alle ultime versioni. Si tratta in pratica dell’unica forma completa del Silmarillion mai realizzata (pur se abbastanza concisa: il Silmarillion pubblicato è circa 4 volte più lungo), in quanto la versione successiva (Quenta Silmarillion) fu interrotta all’altezza della storia di Beren e Luthien a causa dell’inizio del Signore degli Anelli. Quando Tolkien tornerà alla Prima Era, negli anni ’50, lo sviluppo della mitologia era arrivato a un tale livello che i tentativi di ottenere un testo completo e coerente non portarono a niente. In effetti, la parte finale del Silmarillion pubblicato è stata ricostruita da Christopher Tolkien in larga parte sulla base del Quenta Noldorinwa.
La brevità del Quenta Noldorinwa è giustificata dal fatto che, come già accennato, nella concezione di Tolkien di questo periodo, l’opera doveva rappresentare comunque un riassunto delle grandi storie da narrare a parte in modo indipendente: ciò è chiaro dall’intestazione, che recita This is the brief History of the Noldoli or Gnomes, drawn from the Book of Lost Tales, which Eriol of England wrote.

In questo periodo iniziano ad assumere maggiore importanza anche gli aspetti geografici e cronologici. Tolkien inizia a dedicarsi alla composizione di “annali” cronologici, sia riferiti al periodo di Valinor sia riferiti alla Storia della Terra di Mezzo vera e propria (quindi dal primo sorgere del sole e della luna, che segna il risveglio degli Uomini): abbiamo quindi rispettivamente gli Annals of Valinor e gli Annals of Beleriand, che verranno costantemente aggiornati in seguito. La geografia del Beleriand viene poi mostrata nella prima mappa elaborata da Tolkien, e dello stesso periodo abbiamo anche un (complesso) trattato cosmogonico (Ambarkanta).
Nonostante non sia più centrale come nelle Lost Tales, la “cornice” narrativa rappresentata dal personaggio di Eriol-Ælfwine è ancora presente in questa fase. Abbiamo infatti delle traduzioni degli Annals e di parte del Quenta in antico inglese (!), come se fossero state fatte da Ælfwine al suo ritorno da Tol Eressea in Inghilterra in epoca medievale.

Oltre la Prima Era

Siamo arrivati alla metà degli anni ‘30. Tolkien e Lewis decidono di scrivere due romanzi di fantascienza, il primo sul tema del “time-travel e il secondo dello “space-travel”. Al contrario di quello di Lewis, il romanzo di Tolkien dopo un inizio promettente rimane incompiuto tanto che di The Lost Road abbiamo solo un paio di capitoli. Tolkien, ispirato dalla leggenda di Atlantide ma incapace di allontanarsi dal suo mondo, imbastisce una complicata e originale trama nel quale Alboin, un ragazzo contemporaneo, vive una sorta di “viaggi temporali” sotto forma di visioni di suoi analoghi personaggi del passato e rivivendo quindi quello che è successo in epoche precedenti. Alboin viene quindi collegato al primo re degli anglosassoni, a personaggi scandinavi e irlandesi di periodi altomedievali e infine al personaggio fittizio di Elendil, con collegamento alla storia della caduta di Numenor: è evidente come in questa fase Tolkien cerchi ancora di unificare in unica storia la sua mitologia fittizia con la storia dell’Inghilterra, tanto più che il nome Alboin ha un diretta collegamento etimologico con il nome Ælfwine. Dopo aver scritto due capitoli, Tolkien abbandona completamente questo romanzo e non ci tornerà più sopra.

Probabilmente l’idea di Numenor come storia a sé stante nasce poco prima del romanzo The Lost Road, intorno al 1935, in uno schema che indica alcuni avvenimenti susseguenti alla sconfitta di Melkor. Siamo ancora abbastanza lontani dalla divisione in ere come la conosciamo, ma in questi appunti abbiamo la prima comparsa dei concetti mitologici della rimozione di Valinor dai confini del mondo che diventa rotondo, e quindi della Strada Diritta e del fato degli Elfi che piano piano abbandonano la Terra di Mezzo. Vi sono poi varie stesure più o meno abbozzate di testi più completi, che saranno alla base dell’Akallabeth, titolati The Fall of Numenor, in una forma già abbastanza simile alla versione pubblicata nel Silmarillion. Curiosamente, in queste versioni è Elrond a fondare il Regno di Numenor, non essendo ancora emersa la figura del fratello Elros; diventerà il “mezzelfo” solo qualche anno dopo, con la stesura del Signore degli Anelli e la retcon operata con lo Hobbit.


Il Quenta Silmarillion

Per quanto riguarda la Prima Era, Tolkien se ne occupa direttamente fino al 19 dicembre del 1937, quando comunica al suo editore ‘I have written the first chapter of a new story about Hobbits – “A long expected party”. Impegnato nella difficile stesura del Signore degli Anelli, Tolkien non metterà più direttamente mano alla sua mitologia fino agli anni ‘50.
Di questo periodo è quindi l’ultima versione quasi completa del Silmarillion (un dattiloscritto titolato Quenta Silmarillion), da cui Christopher attingerà abbondantemente per realizzare la versione pubblicata. Ovviamente ormai le storie più grandi e le genealogie sono pressoché definite, e il testo è molto più espanso rispetto alla versione precedente (Quenta Noldorinwa), ma si interrompe all’altezza della storia di Beren e Luthien, quando Tolkien manda il manoscritto all’editore (prima del ritorno del manoscritto inizierà a scrivere il Signore degli Anelli).
Per fare un esempio della difficoltà di Christopher Tolkien nel comporre il Silmarillion, esistono ben sette diverse versioni della storia di Beren e Luthien composte da Tolkien in questo periodo. Di queste versioni, nessuna delle quali completa, Christopher ha preso dei pezzi qua e là, a seconda di dove secondo lui la narrazione fosse più o meno definita e sviluppata, armonizzandoli tra loro e uniformando nomi e cronologia sulla base del Signore degli Anelli e degli altri spezzoni di Silmarillion.


Continua il 1° febbraio con: The History of Middle-Earth – La Storia del Signore Degli Anelli.

Tolkien Historia

The History of Middle-earth – Le Storie Perdute

1. The Book of Lost Tales, Part I (1983) – Racconti Ritrovati (1986)
2. The Book of Lost Tales, Part II (1984) – Racconti Perduti (1987)

Anni ‘10 del 1900. Il giovane Tolkien, appassionato di lingua inglese antica, è crucciato dal fatto che la sua Inghilterra non abbia un corpus mitologico proprio, al contrario dei popoli scandinavi e germanici e di quelli mediterranei. Decide quindi, in modo decisamente innovativo, di crearne uno lui stesso.

The Book of Lost Tales” è il titolo dato da Tolkien alla primissima versione del suo lavoro mitopoietico, composto principalmente tra il 1915 e il 1920. La divisione in due volumi è semplicemente una scelta editoriale di Christopher Tolkien, in quanto la storia è unica. Il titolo Silmarillion è assente, e apparirà invece la prima volta in una raccolta del 1930 (Quenta Noldorinwa) che è alla base della versione sottoposta agli editori nel 1937.

Il Silmarillion fu concepito successivamente da Tolkien come una sorta di compendio delle storie antiche, realizzato in epoche recenti (forse da Bilbo a Gran Burrone, anche se Tolkien ha cambiato idea varie volte su questo) basandosi su racconti tramandati oralmente per ere e millenni. Da questo “compendio” l’autore era intenzionato ad estrarre e narrare in modo più esteso le storie più importanti e fondative: Tolkien scrisse quindi nel tempo varie versioni più estese dei miti di Turin, di Beren e Luthien, di Gondolin.
Le “Storie Perdute” invece presentano una struttura diversa, con chiaro riferimento all’idea primordiale di Tolkien di fornire un corpus mitologico alla storie d’Inghilterra: le singole storie sono inserite in una cornice, che racconta di Eriol il marinaio, il quale giunge casualmente all’isola di Tol Eressea (“L’Isola Solitaria”), dove ascolta dagli elfi che ancora vi abitano le storie dei tempi antichi. Nell’intenzione dell’autore, Tol Eressea sarebbe stata trascinata dai Valar verso occidente, diventando l’isola di Inghilterra: in questa sua visione primitiva, Tolkien identifica dunque Eriol come “il progenitore degli inglesi” e tramite delle leggende elfiche (elfi che in realtà sono sempre tra noi, ma diventati invisibili a causa del predominio degli uomini che li chiamano con nomi come fate, folletti e spiriti). Questa interessantissima concezione ben presto perderà importanza, con la nascita delle storie della seconda e della terza era e della Terra di Mezzo, e rappresenta la più grande differenza con il Silmarillion.

“Povera Inghilterra, così povera di mitologia!”

Sorprendente è il fatto di come la parte narrativa dei “Racconti Perduti” si sia fondamentalmente conservata nell’opera tarda. Abbiamo già quindi tutta la parte riferita alla costruzione del mondo dei Valar, a Melkor, alla nascita degli Elfi, alla creazione dei Silmaril, alla fuga dei Noldor, alle guerre con Melkor (la storia del Beleriand è solo abbozzata). La struttura base è già presente, insomma, fin dagli inizi.
Le differenze sono altrettanto importanti, ovviamente. Lo stile è diverso da quello aulico del Silmarillion: abbiamo qui uno stile intermedio con alternanza di registri alti e bassi, più prolisso rispetto a quello conciso dell’opera successiva e più acerbo. Le genealogie sono estremamente abbozzate, compaiono pochi personaggi: i figli di Feanor hanno un ruolo marginale, anche la storia stessa dei Silmaril non ha ancora il ruolo di filo conduttore, i Valar hanno molto più spazio, non è ancora stato definito lo strepitoso concetto della Morte come “Dono di Iluvatar” per gli uomini, tutta la parte escatologica è molto confusa e incerta (come purtroppo rimarrà pure nel Silmarillion), l’influsso del cristianesimo è ancora più evidente che in seguito.

L’apparato critico di Christopher Tolkien ci mostra come J.R.R. Tolkien scrivesse una prima versione a matita, per poi sovrapporci una versione corretta a penna e scancellando la prima versione. La versione a penna (spesso corretta altre volte da foglietti e appunti volanti) era ulteriormente modificata al momento della produzione del dattiloscritto, in un tripudio di cambi di nomi di personaggi e luoghi (tutti puntigliosamente annotati da Christopher).

Nel secondo volume abbiamo le prime versione delle tre grandi storie maggiori: “Beren e Luthien”, “I Figli di Hurin” e “La Caduta di Gondolin”. Interessante notare come sia praticamente assente il Regno del Nargothrond, che sarà un importante collante tra le varie vicende nel Silmarillion, e la storia della rovina del Doriath sia solo un abbozzo (e tale resterà fino alla fine). Ancora più abbozzata poi è la storia di Earendil e del suo viaggio verso Valinor per chiedere la grazia agli Dei.
Credo sia interessante ripercorrere le vicende editoriali e compositivi di queste tre storie, di cui Christopher Tolkien ha giustificato la loro recente pubblicazione in volumi indipendenti con le parole del padre in una lettera del 1951: una volta avevo in mente di creare un corpus di leggende più o meno ampio, che spaziasse dalla cosmogonia più ampia fino alla fiaba romantica, più terrena, e che traesse il suo splendore dallo sfondo più vasto… alcuni dei racconti più vasti li avrei narrati interamente e ne avrei lasciati altri solo abbozzati e sistemati nello schema d’insieme.

Gondolin

Beren e Luthien. La prima versione della storia d’amore più bella creata da Tolkien è il “Racconto di Tinuviel” del 1917. Interessante notare come Beren sia qui un elfo, e si perde parzialmente il sacrificio di Luthien che rinuncia alla sua immortalità. Diverso anche il personaggio di Thingol, molto più meschino e avido rispetto a quello che sarà in seguito. Non abbiamo poi Beren prigioniero sotto Sauron, bensì la sua lotta con Tevildo, principe maligno dei gatti, personaggio che scomparirà in seguito. La storia di Beren e Luthien iniziò a evolversi pochi anni dopo nel poema incompiuto “The Lay of Leithian”. Al contrario delle altre due storie, Tolkien non riuscì a realizzare una versione “estesa” ma solo la forma “condensata” presente nel Silmarillion.

La Caduta di Gondolin. “The Fall of Gondolin” è la storia più antica, completata già nel 1917. Nelle “Storie Perdute” abbiamo già tutti gli elementi tipici del racconto, l’arrivo di Tuor, le sue nozze con Idril figlia di Turgon, la gelosia e il tradimento di Maeglin, la fuga di Tuor e la nascita di Earendil. Si tratta forse del racconto che ha subito nel tempo meno cambiamenti, anche dal punto di visto dei nomi. Dopo il riassunto realizzato per il “Quenta Noldorinwa” del 1930, Tolkien iniziò a scrivere la versione estesa e aggiornata nel 1951, ma si fermò al momento dell’arrivo di Tuor a Gondolin (è questa la versione presente nei Racconti Incompiuti) senza più continuare. Per il Silmarillion, Christopher ha cucito e riadattato pezzi presi qua e là.

I Figli di Hurin. Si tratta indubbiamente del racconto più complesso, drammatico e interconnesso della Prima Era ed è quello di cui esistono più versioni, nessuna delle quali al solito veramente completa. Nei “Racconti Perduti” abbiamo la prima versione (fine anni ‘10), “Turambar and the Foalókë”, direttamente ispirata dal poema finnico “Kalevala” e da altri miti germanici. La storia è a grandi linee già consolidata (con Hurin costretto a vedere le conseguenze della maledizione sul figlio, le nozze con la sorella incantata da Glaurung, il drammatico scontro finale con il drago), anche se ovviamente abbiamo molte differenze per quanto riguarda i passaggi del Nargothrond e del Doriath. Pochi anni dopo Tolkien iniziò il poema in versi allitterativi “The Lay of the Children of Húrin”. Dopo i vari abbozzi degli anni ‘30, la versione più completa della storia è quella del 1951 chiamata Narn i Hîn Húrin, che presenta solo qualche mancanza qua e là. La versione recente del volume singolo “I Figli di Hurin” è stata realizzata da Christopher prendendo insieme pezzetti dal Narn e dal Silmarillion.

Le “Storie Perdute” si chiudono con gli abbozzi delle storie della Nauglafring e della rovina del Doriath (interessante notare come i nani a quest’epoca fossero esseri sostanzialmente malvagi per natura) e i frammenti di quella di Earendil, mai compiutamente realizzata da Tolkien. Una parte molto interessante, in cui le note sono molto più del testo originale, che ci mostra la perenne insoddisfazione e indecisione di Tolkien.
Abbiamo infine qualche frammento relativo alla storia di Ælfwine, personaggio che in pratica rappresenta l’evoluzione di Eriol. In questa prima rivisitazione della “cornice” alla mitologia, si va a perdere il passaggio diretto Tol Eressea = Inghilterra in quanto più semplicemente Aelfwine è un marinario anglosassone degli inizi del secondo millennio che giunge a Tol Eressea, sente i racconti degli elfi e li traduce in antico inglese diffondendoli quando torna in Inghilterra. Il concetto di Aelfwine sopravviverà per tutti gli anni ’20 e ’30, e in realtà Tolkien non si deciderà mai se dare o meno una cornice al Silmarillion collegandolo direttamente alla storia inglese.


Continua con: The History of Middle-Earth – Qualcosa Di Più Grande.

Tolkien Historia

The History of Middle-earth – Un Problema Editoriale

J.R.R. Tolkien (1892 – 1973)

J.R.R. Tolkien rielaborò la mitologia che sta alla base delle sue opere per tutta la vita, attraverso un continuo processo di riscritture, senza mai arrivare ad un’opera definitiva e pubblicabile secondo il suo severo giudizio. In realtà una volta ci aveva provato, sottoponendo una versione intermedia del Silmarillion al suo editore che richiedeva un seguito dello Hobbit (The Hobbit, 1937). L’editore rifiutò l’opera, giudicandola troppo distante dallo stile fiabesco della prima, e Tolkien si mise quindi a scrivere Il Signore degli Anelli (The Lord of the Rings, 1954). Alla morte del padre avvenuta nel 1973, il figlio Christopher Tolkien si lanciò nella difficile impresa di dare un ordine al disorganizzato corpus mitopoietico: recuperando e cucendo insieme varie versioni delle diverse leggende riuscì a pubblicare Il Silmarillion (The Silmarillion, 1977) nella versione che conosciamo noi adesso. Christopher scelse le varianti più recenti, limando le contraddizioni con il Signore degli Anelli e riscrivendo parti intere di cui il padre aveva solo lasciato frammenti non rifiniti. Un lavoro veramente notevole in così pochi anni, di cui in seguito Christopher si sarebbe un po’ pentito ammettendo forse di aver avuto bisogno di più tempo. Comunque, bisogna ammettere che il risultato è molto buono, forse il meglio che al tempo fosse possibile, al netto di un finale troppo frettoloso (la storia di Earendil è molto sbrigativa) e le contraddizioni riguardo alla battaglia finale, la Dagor Dagorath, sulla quale peraltro lo stesso Tolkien aveva cambiato idea numerose volte.

Pochi anni dopo Christopher Tolkien diede alle stampe una nuova opera postuma del padre, i Racconti Incompiuti (Unfinished Tales, 1980), contenente parti scartate durante la lavorazione del Silmarillion come storie ampliate di Turin e di Gondolin, storie e descrizioni di Numenor e racconti della terza era collegati agli eventi del Signore degli Anelli. Al contrario del Silmarillion, qui Christopher Tolkien inizia ad alternare al testo paterno sue note riguardanti la comparazione dei testi, i cambi di nomi, le contraddizioni e altri informazioni utili.

Christopher Tolkien (1924 – 2020)

Il notevole successo di pubblico e la presenza di molto materiale ancora non pubblicato spinse Christopher a realizzare quindi la mastodontica opera The History of Middle-earth, una serie di 12 volumi (più uno di indici) editi dal 1983 al 2000 che vanno a proporre e ad analizzare scritti relativi alle innumerevoli versioni arcaiche e intermedie del Silmarillion e del Signore degli Anelli, oltre a mappe, poesie, disquisizioni filosofiche, morali e linguistiche. L’organizzazione del testo prevede parti originali di Tolkien alternate a parti di note e commenti realizzate da Christopher Tolkien, scritte in un carattere più piccolo. I primi cinque volumi e il decimo e l’undicesimo sono riferiti allo sviluppo del Silmarillion, mentre quelli dal sesto al nono e il dodicesimo al Signore degli Anelli.

1. The Book of Lost Tales, Part I (1983) – Racconti Ritrovati (1986)
2. The Book of Lost Tales, Part II (1984) – Racconti Perduti (1987)
3. The Lays of Beleriand (1985)
4. The Shaping of Middle-earth (1986)
5. The Lost Road and Other Writings (1987)
6. The Return of the Shadow (1988)
7. The Treason of Isengard (1989)
8. The War of the Ring (1990)
9. Sauron Defeated (1992)
10. Morgoth’s Ring (1993)
11. The War of the Jewels (1994)
12. The Peoples of Middle-earth (1996)
13. Index (2002)

13 comodi volumi

Terminata questa magnifica fatica, Christopher Tolkien decise poi di pubblicare in singoli volumi le tre storie centrali della mitologia del Silmarillion, utilizzando varie versioni, in un operazione forse filologicamente giustificabile (come vedremo nei prossimi articoli) ma discutibile dal punto di vista editoriale. I Figli di Hurin (The Children of Húrin, 2007), Beren e Lúthien (Beren and Lúthien, 2017), La Caduta di Gondolin (The Fall of Gondolin, 2018) sono infatti stati spacciati dall’editore come romanzi nuovi al pubblico inconsapevole, generando una notevole confusione nel lettore medio.


Il Disastro Italiano

La pubblicazione italiana dell’opera di Tolkien è stata fin da subito a dir poco confusionaria e fallimentare, tra traduttori diversi, disomogeneità, parti mancanti, titoli fuorvianti al punto da rendere praticamente impossibile la fruizione completa dell’autore inglese al lettore generico del Signore degli Anelli. La pubblicazione in pompa magna delle ultime tre opere ha ulteriormente peggiorato le cose, così che alla fine il povero lettore italiano contemporaneo non può capirci più niente, sommerso da mille edizioni Bompiani disomogenee, incoerenti e ingannevoli.


The History of Middle-earth ovviamente è finita nel tritacarne in modo ancora più rovinoso. La Rusconi pubblica il primo volume della bilogia The Book of Lost Tales nel 1986, cambiandone senza alcun apparente motivo il titolo nel suo esatto opposto Racconti Ritrovati, riservando il titolo corretto di Racconti Perduti alla pubblicazione del secondo volume (1987). Quasi nulla fa capire che i due volumi siano collegati tra di loro e per di più inseriti in un’opera più ampia. Leggenda vuole che Christopher in persona blocchi la pubblicazione del terzo volume, disgustato dalle scelte editoriali e dalla traduzione proposta. Quando la Bompiani rileva i diritti di Tolkien, si limita negli anni duemila a ristampare le due versioni italiane senza cambiare una virgola, sancendo l’inevitabile fallimento della pubblicazione delle History of Middle-earth nel nostro paese.

Le Lost Tales miracolosamente in Italia sono state ritrovate.

Si tratta di materiale estremamente ostico e difficile anche per l’appassionato più affezionato, ed è molto difficile per il lettore alla scoperta di Tolkien non scottarsi con quest’opera incomprensibile senza un’adeguata assistenza. Quello che vogliamo proporre nei prossimi articoli è una sorta di guida a questa affascinante opera, un aiuto per il lettore curioso ma timoroso ad affrontare il mondo di Tolkien. Non si tratterà quindi né di una recensione né di una trattazione letteraria, ma di un viaggio alla scoperta di Tolkien e dei suoi aspetti meno noti.


Continua con: The History of Middle-earth – Le Storie Perdute.

L'Osservatorio

Il 2020 del Sollazzo

Il 2020 del Sollazzo.
Che è stato un anno demmè, e tutte le cose che sappiamo, ma pure un anno ricco di fruizioni interessanti, pure se in modalità e su supporti diversi rispetto al passato. Cambiamenti grossi, non tutti causati dalla pandemia, che lasceranno strascichi sugli anni a venire, ci scommettiamo.

Ma ripercorriamolo, ‘sto 2020. In ordine rigorosamente sparso, 10 delle cose di cui abbiamo discusso di più nel Sollazzo in questa annata.


Intanto abbiamo avuto Disney+. E pare strano adesso pensare che un anno fa non ci fosse. Ora la roba Disney, Pixar, Marvel, Star Wars tutta insieme a portata di clic pare quasi una roba naturale, ma poco tempo fa non lo era, anzi. La sola roba che ci si avvicinava era la libreria del Paccagnella (che è tuttora più ordinata, va detto).

Su D+, un bel po’ di roba mica da poco. Intanto gli ShortCircuit, 14 perle che hanno saziato la voglia di WDAS in un anno senza Classici (meritevoli peraltro di una sezione dedicata sul Compendium). Poi, The Mandalorian 2, con quel finale lì, che ci ha fatto accendere l’ennesimo cero davanti all’altarino dedicato a Dave Filoni. Infine, Soul, in un anno sfigatone per la Pixar: poteva essere l’anno della rinascita, con due bei film originali (pur se con stili e ambizioni diversissimi), ma poi è successo quello che è successo, e tutto è passato un po’ in sordina. Ma hanno dato un taglio ai sequel dimenticabili, ed è parecchio.

A proposito di Disney, l’anno si è concluso col botto, anzi tanti botti, quelli dell’Investor Day. L’invasione delle serie originali dei maggiori studi cinematografici e d’animazione della Company porta con sé cambiamenti di cui ancora fatichiamo a vedere la portata. Ma la scimmia, per tutto questo, è già bella grossa, e crescerà.


Torniamo in Italia, e nel mondo del fumetto.
Non possiamo non parlare di PK: dopotutto siamo la casa del gruppo Facebook più grande del fandom, con oltre 2300 Pkers. Dopo il rilancio di un anno fa, di PK nel 2020 sono usciti due volumi, che abbiamo comprato, letto, commentato, discusso, criticato in tantissimi, qui, nel gruppo, su Telegram. C’è ancora tanto affetto per questa serie e questo personaggio, e in questa community l’affetto lo teniamo vivo, lo rinfocoliamo, e questo non ci sembra roba da poco per una serie non proprio mainstream che ha quasi 25 anni di vita e che è morta e risorta almeno tre volte. Ci sentirete parlare ancora di PK nel 2021, insomma, con coerenza e spirito talebano, as usual.

Ma il fumetto italiano ci ha offerto altro. Due autori su tutti.

Leo Ortolani, di una prolificità e una costanza qualitativa impressionante in questa annata. Zerocalcare, con non uno, ma due libri e l’annuncio bomba della serie animata per Netflix. Non a caso, sono questi i due autori che durante la quarantena hanno interpretato ciò che accadeva rielaborandolo col loro linguaggio, raggiungendo un pubblico enorme con risultati peraltro di una qualità straordinaria. Non avevamo interpreti della contemporaneità di questo calibro e con questa penetrazione culturale, nel fumetto italiano, da parecchio tempo. Non sottovalutiamo la cosa.


Finiamo il wall of text guardando in casa nostra.
Il 2020 è stato un anno grosso per il Sollazzo. Oltre al proseguimento del Compendium, un progetto è nato e uno è arrivato a compimento.
Il nuovo arrivato è la Nintendo Historia di Federico Mazzoni, collezione di articoli che offre una panoramica di livello Compendium su storia e assetto produttivo della grande N. Articoli di grande accuratezza che vi invitiamo a scoprire, sono secondo noi piccoli gioielli che non hanno avuto finora la visibilità che meritano. Nel 2021 ne vedrete la conclusione.

Il progetto compiuto è quello che ci ha accompagnato in tutto il terzo lustro di questa community. Parliamo del Fumettazzo, ovviamente. Critica a fumetti, analisi della poetica dei più grandi autori, ma anche autobiografia. Valerio Paccagnella ha messo tutto se stesso (letteralmente…) in questo webcomic, che ora con il quinto lungo, sofferto, episodio, dedicato a Walt Disney, si chiude, portando tutte le trame aperte alla loro naturale conclusione.
Poi, oh, se la Pixar ha fatto Toy Story 4, tutto è possibile…

Il 2020 del Sollazzo è stato questo. Se siete arrivati fino a qui a leggere, vuol dire che lo stile Sollazzo non vi dispiace troppo: roba lunga, prolissa, forse retrò, fuori luogo sui social e sull’internet odierno.
Se ci seguirete, promettiamo un 2021 ancora più fuori luogo di così.
Buon anno a tutti!