Author Archives: Valerio Paccagnella

Lo Sputasentenze

Obi Wan Che Retcon

Obi-Wan Kenobi: Data di uscita posticipata! - POPSPACE.IT

Per essere la generazione che morirà di fungo atomico bisogna dire che almeno ce la siamo spassata.

Se prendessi il me del 2005 che esce dal cinema dopo Episodio III e gli dicessi che un giorno passerà i mercoledì sera spaparanzato sul divano davanti a una tv gigante a guardarsi il ritorno di Ewan McGregor, di Hayden Christensen e di un fottìo di altri attori e personaggi che si ritenevano preclusi per sempre, chissà cosa direbbe. Probabilmente quel me di 21 anni mi riderebbe in faccia, non credendomi. O magari gli starei pure sul cazzo, perché vedrebbe in me e nei miei compari una tendenza al ricapitolare, a non voler mai dire ciao a una storia, riponendola sullo scaffale.

Ecco, potrei fermarmi qui e lanciare un’invettiva a questa nostra grassa pigra generazione di occidentali viziatelli, immaturi e nostalgici. Sarebbe comodo.

Solo che poi ti ricordi che pure quel ragazzo di 21 anni, fan della trilogia prequel, andava spesso in visita della generazione precedente, quella secondo cui SW era una trilogia anni 70 e tale doveva rimanere. Cosa sono dopotutto questi prequel? Cosa sono queste retcon che pretendono di incrementare il senso di cose che non erano state pensate così?

Ed è qui che realizzi che è ciclico. E che di base SW è, era e sarà questo: il giochino della retcon, il giochino degli innesti, il giochino dell’ampliamento infinito di una lore fin dove regge. Tanto qualsiasi cosa si inventino rimarrà vera… da un certo punto di vista.

Dati i punti A e B, quanto puoi riuscire a inserirci nel mezzo, senza invalidarli? Quanto puoi costruirci prima e dopo? E quante volte puoi raccontare A e B cambiando punto di vista? E con quanti medium?

Lo trovo affascinante. Trovo anche che sia questo il motivo per cui SW fa impazzire le persone. Le rende completamente folli, interessate in modo morboso al trasformarsi di eventi e concetti che nessuno sotto sotto vorrebbe veder trasformati, ma allo stesso tempo sì. C’è un momento in cui SW lo recuperi e “credi” ciecamente a quanto narrato fino a quel momento, non importa dove e come. Poi, dopo che ti ci sei sintonizzato cambiano le cose. E ciò che viene aggiunto o cambiato da quel momento in poi lo metti in discussione. Aggiornare il proprio headcanon penso sia la cosa più difficile in assoluto per le persone. Confusione, nostalgia, senso critico, arroganza, tante sono le variabili che entrano in gioco e rendono dura aprirsi alla Fede.

Almeno fino a che non ti accorgi che il senso del gioco era esattamente e precisamente quello. Far finta di crederci. Io ho avuto la fortuna di accorgermene nel 97, quando Lucas ha iniziato ad aggiornare i suoi film, pasticciando con la CGI. Tutti si arrabbiavano, ma io ero molto contento perché vedevo che dietro quelle che parevano scelte a caso c’era tutta una filosofia dietro. Che credo stia emergendo prepotentemente ora. In ogni caso accorgermene nel 97 ha aiutato a viverla così bene, che negli anni successivi penso di essermi goduto ogni follia di Lucas e soci come non mai.

Compresa questa.

La prima cosa che si sapeva di Obi Wan al suo annuncio in pompa magna, con tanto di Ewan e Hayden castati, è che sarebbe stato poco più di un esercizio di stile, fatto per sfruttare la disponibilità degli attori e per creare materiale che cementasse meglio il collegamento tra trilogie. Obi non poteva davvero fare niente di che, per non parlare di Vader. I loro destini erano scritti, il canone non si può rompere ma solo cesellare, lucidare, arricchire con orpelli. Il senso di tutto era ovviamente vedere un McGregor di mezza età e capire in che modo avrebbe potuto aggiungere qualcosa ad una situazione fragilissima senza far casino.

E secondo me se la sono cavata gran bene. Hanno davvero lavorato di fino, su questo aspetto, andando a scavare “di lato”:

Obi che lavora in macelleria e si punzecchia col Java. Il salvataggio di baby Leia, peraltro attrice incredibile, che diventa l’oggetto della missione. Le interazioni con Owen. I momenti in cui vediamo il popolo “accettare” la dittatura, compiacendosene. Il nuovo tema di Obi scritto da Williams che va a completare il set di temi dei personaggi. La connessione mancata con Qui Gonn come tema ricorrente. Quinlan. Tera Sinube. Il flashback con loro giovani durante le Clone Wars. Il nuovo senso dato alla frase “Quando ti ho lasciato ero l’allievo”. Il nuovo senso dato all’appellativo “Darth”. La voce di Anakin che si alterna con quella di Vader, perché la maschera è rotta, giocando col dualismo. Palpatine. Hello There.

Ci sono cose la cui costruzione denota gran finezza. Lo stesso senso dell’opera, che porta Obi a perdonarsi, a scindere definitivamente Anakin e Vader, mentre è lo stesso Vader che in modo perverso lo derensponsabilizza affermando di aver ucciso lui Anakin. Sono tutte cose che difatto portano a rileggere sotto una lente profonda molte cose di Ep4, dimostrando che chi ci ha messo le mani (Andrew Stanton, chi si rivede) questa roba l’ha amata davvero.

Non mi è piaciuta la regia di Deborah Chow, questo lo devo dire. Ho odiato la sua shaky cam continua e insistente, anche su scene che magari erano solo di dialogo. Una scelta, credo, ma una scelta che ho trovato francamente incomprensibile e che mi ha dato diverse noie, facendomi talvolta “uscire” dalla storia. In alcuni casi ho anche sospettato che fossero degli errori, che tipo avessero montato le scene sbagliate. Inoltre molte, troppe scene buie o con luci scarse, con grana etc. Dal punto di vista tecnico era necessario fare di più e di meglio. Reva non è sto personaggione, ma non penso nemmeno che Moses Ingram meritasse quello che ha avuto. Infine, per quel che mi riguarda la caccia agli svarioni tattici, che sono molti, è indice di una mentalità che proprio no. E’ il filtro di chi non vuole realmente entrare nella storia, o cmq si ferma ad un aspetto marginale. Concordo che sarebbe meglio che roba tipo lo Star Destroyer che cambia rotta per inseguire Obi Wan, la fuga col cappottone o Reva rediviva a caso vengano evitate. Ma se ci mettiamo apposta con questo filtro, crolla ogni teatrino.

E per quanto possa essere divertente rompere i giocattoli, specie in un web che ormai ha deciso che è questo lo sport dei fighi, penso che fondamentalmente sia una brutta cosa da fare. Specialmente se alla fine quello che ti ritrovi in mano sono i cocci di un giocattolo che era stato costruito con amore.

8 Highlights From The Obi-Wan Kenobi Finale - Geek Ireland
Lo Sputasentenze

La Falsa Storia di Buzz

Lightyear – La vera storia di Buzz, il nuovo poster - Ciak Magazine

Lightyear scricchiola. E lo fa a partire dai suoi presupposti.

Provo a riassumerli: decidi che vuoi fare il film che ha ispirato la linea di giocattoli vista in Toy Story. Quanto questo possa essere interessante, appurato che Buzz nasceva proprio come stereotipo volutamente banale, non lo so, ma poniamo che sia una buona idea. Bé, era già stato fatto nei primi anni 2000. C’era la serie animata, con un film pilota uscito in home video, e tutto un progetto, con una qualità assolutamente congruente con quello che si suppone Andy potesse aver visto e mitizzato negli anni 90. Anche la trama scritta sulla scatola del giocattolo corrispondeva perfettamente.

Ma poniamo che Pixar non abbia piacere che sia stata fatta quella serie, che – ricordiamolo – non era mica sua, ma di Disney Television Animation. Poniamo che la voglia rimuovere dalle memorie… o quantomeno aggirare, fingendo che questo in realtà sia il film live action da cui era stata tratta quella serie animata, da cui era a sua volta stata tratta la linea di merchandising che al mercato mio padre comprò. Ci sono un po’ tanti passaggi nel mezzo, e l’operazione inizia a sembrare un po’ forzata, ma vabbé, sforziamoci.

Poniamo che negli anni 90 sia stato prodotto questo film, che Andy adorò e da cui partì tutto il carrozzone. Ecco, qui le cose iniziano a sfasciarsi irrimediabilmente. Lightyear non sembra un film anni 90 e sembra ancor meno un film in grado di generare il merchandising che abbiamo visto. E’ un film del 2022, con una sensibilità del 2022. E, no, per quanto l’inclusività possa essere una buona causa, non mi vieni a raccontare che nell’epoca di Ace Ventura un kolossal americano con un comandante donna, nera e lesbica fosse anche solo pensabile. Spiace. Se volete io sto al gioco, ma devo crederci. E’ pur sempre la stessa Pixar che all’epoca di Toy Story 3 arrivò a costruire dei perfetti fake-spot anni 80 per ogni giocattolo nuovo, e che in generale si è sempre preoccupata di calare nella realtà ogni pezzo di plastica della camera di Andy. Se la risposta a questa obiezione è che nessuno avrebbe davvero avuto voglia di sorbirsi un film anni 90… bé, non te l’ha ordinato il dottore di fare un film su Buzz Lightyear. Forse allora l’idea di base non è davvero così felice.

Lightyear: il primo trailer del film sulle origini di Buzz (Toy Story)

Ma Lightyear scricchiola anche a prescindere dai suoi presupposti.

Questo perché, anche solo sforzandosi di isolarlo, ritenendolo un film del tutto a sé… cosa si ottiene? Uno scifi di qualità medioalta, ben svolto e senza grossi scivoloni. C’è mestiere e non si discute. A mancare è altro: l’originalità, l’ispirazione e, duole davvero tanto dirlo, l’estetica. Due sono i guizzi: il bel montaggio in cui vediamo Buzz tentare la propria missione mentre i suoi amici invecchiano e un simpatico colpo di scena legato al villain, che ci restituisce una buona morale. A parte questo, sono due ore di azione, robottoni, basi militari, corridoi rugginosi, condotti dell’aria, insettoidi e un po’ di gag da equipaggio scalcinato che poi impara a fare squadra. Il tutto ambientato in un pianeta visivamente monotono e monocolore.

Credo che fosse loro dovere esigere di più di questo. Che Pixar in passato si sia distinta per un gusto un po’ meno lirico e un po’ più concreto e all’americana rispetto ai WDAS mi è cosa nota, almeno dal 1995. Ma malgrado questo, hanno sempre dimostrato di saper affrontare la materia trattata in modo ben più illuminato di così. Rincorrere stilemi di genere è una cosa che puoi fare per gioco, ma solo se poi mi cali l’asso in grado di dare un senso a questo gioco, o quantomeno incrementarglielo.

L’impressione è che questo film sia un po’ l’antitesi di Turning Red, che aveva un sacco da dire, con una voce dirompente e nuova. Qui siamo più dalle parti di Finding Dory, Incredibili 2 e Toy Story 4: c’è poco da dire e ce n’è poco perché ci si è voluti ostinare a riesumare una Pixar vecchia, che ha detto il dicibile e che se la fai parlare troppo rischia pure di contraddirsi. Accettiamo che quel tempo è finito, e che non è il caso di stare a corteggiare il nostro piccolo Andy interiore, un bambino che aveva dieci anni nel 95 e che sinceramente aveva anche dei gusti un po’ del cavolo.

Lightyear - La vera storia di Buzz: un'immagine del film: 558921 -  Movieplayer.it
Lo Sputasentenze

Jurassic Pace!

Jurassic World Dominion: ecco il poster e la prima immagine ufficiale

L’impressione che ho avuto vedendo Jurassic World Dominion è che gli autori, prima di mettersi a scriverlo, abbiano osservato i grandi franchise concorrenziali, poi si siano guardati indietro e, rossi di vergogna, abbiano esclamato “ma noi che cazzo abbiamo fatto in tutti questi anni”. E spinti dal foco di questo santo imbarazzo abbiano cercato un modo di rimediare a tutto, ponendosi le domande giuste e difatto… evolvendosi.

Per far capire quello che intendo provo a parlare della mia esperienza personale. Jurassic Park è stato il primo film live action che io abbia realmente compreso e amato. Aveva tutto: dinosauri, concetti, il più bel tema mai composto da Williams, un’isola tutta da esplorare, epica, poesia e personaggi maiuscoli, le cui battute scavarono un solco indelebile nella mia anima. Ero innamorato di Jurassic Park, del primo Jurassic Park, che ancora oggi trovo irresistibile. Eppure negli anni il suo posto nel mio cuore gli è stato scippato: Star Wars, Indiana Jones, La Terra di Mezzo, Il Wizarding World, Lost, Pirati dei Caraibi, GoT e il MCU, ognuna di queste saghe ha contribuito all’estinzione dei dinosauri di Spielberg dal mio immaginario.

Il trailer di Jurassic World Dominion ci ha fatto tornare dodicenni

Non penso sia stata colpa mia, ma del modo miope con cui questa saga è stata portata avanti. La prima doccia fredda fu col secondo film: epico, sì, ma anche gelido e privo della benché minima poesia. Il terzo recuperava la poesia, e aveva cuore, ma a scapito dell’epicità, sembrava quasi una side-story. Quarto e quinto costituirono una ripartenza, ma rimanevano molto indecisi: c’era qualche traballante ambizione, sì, ma anche superficialità. I problemi di tutti questi sequel erano sempre gli stessi: film miopi, spesso pensati in modo one shot, come se fossero ripetizioni obbligate dello stesso schematico disaster movie, con gli attori storici che di volta in volta si riuscivano a rastrellare. Jurassic Park era stato spodestato dalla mia personale hall of fame perché non era mai stato una vera saga, ma un more of same disorganico e improvvisato.

Dominion è stato realizzato da persone che condividevano questo sentimento, perché cerca in ogni modo di cambiare questa cosa. I dinosauri ora sono liberi per il mondo, quindi non è più necessario ripetere lo schema del viaggio in un’isola su cui ad una certa va tutto storto: ci si può prendere tutto il tempo che si vuole per trovare cose da mostrare e raccontare, recuperando quel piglio visionario che aveva fatto la fortuna del primo film. Sfido io a non emozionarsi di fronte al profilo dei Triceratopi nella savana africana o alla mandria di Parasaurolofi al trotto sulle nevi. E poi è il capitolo delle contaminazioni: per la prima volta si cerca davvero di evadere dagli stilemi di genere aggiungendo venature spionistiche, divagazioni puramente narrative, dialoghi e approfondimenti sulla lore. Basti pensare che la catastrofe da sventare non riguarda nemmeno strettamente i dinosauri ma… la piaga delle locuste. Il tutto senza niente togliere alle scene d’azione, che ci sono, si concedono anche qualche tamarrata ma sempre mantenendo alta l’attenzione, con un ritmo e delle inquadrature ben riuscite.

Ma tutto questo precipita nell’insignificanza di fronte al vero grande centro del film, che è la reunion con il cast del film originale. Siamo oltre l’operazione nostalgia, siamo più dalle parti del risarcimento dovuto e con gli interessi. Prendere Ellie Sattler, Alan Grant e Ian Malcolm e integrarli armonicamente alla nuova generazione è il colpaccio che non pensavi riuscisse. E fa quasi rabbia ripensare a quanto questa riunione ci è stata fatta sudare, quando appare così ovvio, una volta che li rivedi in scena, quanto questi personaggi avessero ancora da dire. Dividerli, usarli uno alla volta, rompere i loro legami, metterli da parte, l’accanimento con cui la vecchia Hollywood ha fatto scempio della loro chimica fa quasi sorridere, se si pensa a come invece si fanno le cose oggigiorno. Ma questo è un film di redenzione e così non solo il terzetto ritorna, ma viene usato perfettamente, trattato con rispetto e reso complementare a Claire e Owen.

Dominion è il primo Jurassic dal 1993 ad esser stato costruito interamente intorno ai personaggi, ed è per questo che riesce a restituirci quel cuore che nel 1997 era stato portato via alla serie. Magari non piacerà a tutti, perché giunti a questo punto la disaffezione sarà alta e molti penseranno che è un po’ tardi per redimersi. Eppure come lettera di scuse funziona alla grande, e data la sua completezza per quel che mi riguarda costituisce il primo “vero” sequel del meraviglioso film di Spielberg.

Recensioni

L’Alta Repubblica: Wave 2

Cominciamo con qualche nota tecnica. Uno dei progetti più interessanti del franchise Star Wars è sicuramente L’Alta Repubblica, sotto-brand nato dal coordinamento di tutte le etichette editoriali legate alla Lucasfilm, con l’intenzione di raccontare una grande storia ambientata due secoli prima della Skywalker Saga. L’Alta Repubblica è strutturata in Fasi, e le rispettive Fasi sono a loro volta strutturate in Wave, “ondate” di materiali che proseguono in parallelo ogni filone narrativo. Il pezzo forte di ogni wave è il romanzo “adult” edito dalla Del Rey, scritto ogni volta da un autore diverso, ma sempre ben coordinato al progetto generale. Il resto del materiale, che non è poco, è composto solitamente da una collana di romanzi young adult, una di romanzetti junior, una serie a fumetti regolare della Marvel, un fumetto junior e solitamente qualche prodotto extra, tipo raccontini, graphic novel e manga a tema. Ed è tutto strettamente interconnesso. Attualmente pare che siamo arrivati a portare in Italia praticamente tutto il materiale della Wave 2 (di 3) della Fase 1 (di 3). Se vi sentite già disorientati e saturi a questo punto è perfettamente comprensibile, dato che star dietro a una scaletta produttiva del genere non è semplice. Ma sui dubbi relativi alla conformazione generale del progetto ci torneremo dopo, per adesso proviamo a snocciolare le opere che compongono questa seconda stagione.

Si alza la tempesta. L'Alta Repubblica. Star Wars - Cavan Scott - Libro -  Panini Comics - | IBS

Si Alza la Tempesta (Cavan Scott). L’adult novel, edita da Del Rey, che prosegue direttamente quanto impostato da La Luce dei Jedi di Soule. Dopo il grande disastro iperspaziale e la prima guerra con i Nihil, Marchion Ro si riorganizza e sferra un attacco alla fiera di Valo, che è un po’ il corrispettivo starwarsiano della nostra New York World Fair del 1964, celebre per esser stato praticamente patrocinata da Disney. Simpaticissimi i riferimenti a It’s a Small World, e in generale questo è un sintomo molto sano di come si è scelto di costruire culturalmente quest’epoca in modo sostanzialmente differente da quanto visto finora: un momento di apertura e rinnovamento, un’epoca d’oro per davvero. Scott poi ha una prosa migliore di Soule, riesce a caratterizzare meglio i personaggi, concentrandosi su un gruppo più piccolo rispetto all’oceano di jedi indistinti visti nel precedente. Peccato che non sia ugualmente buona la struttura: dopo una prima parte di preparazione, segue praticamente mezzo libro di descrizione frammentaria del tumulto, salvo poi narrare il contrattacco Jedi e lasciarlo appeso con un cliffhanger. Scelta strana, probabilmente voluta o obbligata dal dover incastrarsi in una struttura più generale, ma non particolarmente soddisfacente per il lettore. 

Corsa alla torre Crashpoint. L'Alta Repubblica. Star Wars - Daniel José  Older - Libro - Panini Comics - | IBS

Corsa alla Torre Crashpoint (Daniel José Older). La junior novel, edita da Disney-Lucasfilm Press, un libriccino carino carino sullo stesso formato di Una Prova di Coraggio della Ireland, illustrazioni incluse. E qui si inarca un sopracciglio: è la storiella del padawan Ram Joraman e della sua personale sidequest per liberare dai Drengir la torre di comunicazione di Valo durante il grande tumulto della fiera. Rispetto al precedente romanzo junior, che aveva cmq una sua autonomia narrativa, qui siamo proprio di fronte a un esile filo narrativo, isolato a forza dall’intreccio generale. Il risultato è che a dispetto della differenza di target, questo è a tutti gli effetti un pezzo perduto di Si Alza la Tempesta, che ne riprende addirittura alcuni eventi da un diverso punto di vista. Anche qui, scelta strana perché così nessuno dei due prodotti narra qualcosa di realmente compiuto, tantopiù che Older in alcuni capitoli prosegue come se niente fosse la storia di Lula e Zeen, i personaggi che aveva introdotto nella serie animata THR Adventures. Questo impreziosisce il libercolo, dandogli maggior forza ma aumenta il disordine narrativo generale.

Fuori dalle Ombre (Justina Ireland). Questo è invece lo young adult, edito da Disney-Lucasfilm Press, a far le veci di Nell’Oscurità di Claudia Gray di cui riprende il personaggio di Reath Silas, mescolandolo però al filone narrativo di Vernestra e Imri iniziato dalla stessa Ireland nella sua junior novel. Del resto si presume che i ragazzini che hanno avuto modo di conoscere quei personaggi nella prima wave, dopo pochi mesi siano cresciuti e li possano ritrovare al livello successivo. Ha senso dopo così poco tempo? Boh. Il romanzo stavolta si ambienta in un momento successivo agli altri due e a dispetto di una certa confusione e indecisione ritmica offre alcuni concetti particolarmente succulenti: si parla di cosa sia l’iperspazio, di come possa essere “crackato”, si racconta la storia dei Graf e dei San Tekka, le due grandi famiglie di prospettori che hanno reso possibile l’esplorazione della galassia nei secoli passati. Di roba ce n’è, anche se è limitata dal fatto che per contratto i personaggi debbano tutti avere una determinata età e quando ad una certa ti accorgi che seduti allo stesso tavolo ci sono jedi, politici, imprenditori ed esploratori tutti praticamente di vent’anni la sospensione d’incredulità un po’ vacilla. Poi dove porti la storia narrata non è dato saperlo, visto che il finale è tutt’altro che chiaro ed esauriente e lascia una certa incertezza di fondo su dove e come vadano ad allacciarsi questi fili.

Il Cuore dei Drengir (Scott/AAVV). E’ il secondo arco della serie a fumetti regolare edita dalla Marvel, con protagonista la padawan Keeve Trennis. A dire il vero non è proprio un segmento narrativo unitario, ma contiene due mini-archi, ambientati rispettivamente prima e dopo i romanzi. Come qualità e fruibilità siamo forse al top dell’intero progetto Alta Repubblica, specie negli albi che recano i disegni bellissimi di Anindito. La prima parte, per quanto possa sembrare strano, si svolge all’inizio della wave e racconta della guerra e della sconfitta dei Drengir, la seconda parte in realtà prelude già alla narrazione della terza wave e ci mostra Keeve infiltrata tra i Nihil. Come una distribuzione degli eventi fatta in questo modo – con i Drengir liquidati così in fretta – si interfacci con la fruizione del resto dei romanzi è un qualcosa su cui riflettere e che rimando alle conclusioni.


Missione a Bilbousa (Older/AAVV). Stessa cosa, ma per la serie a fumetti Adventures edita da IDW. Non è proprio un vero secondo volume, ma un albo frammentario che include un mini arco, una breve storia legata a Corsa alla Torre Crashpoint, la prima parte dell’arco successivo e l’annual (si usa ancora?) con storie brevi su THR scritte da tutti gli autori coinvolti nel progetto. Impossibile da valutare se non che il fatto che il disegnatore del primo volume Tolibao a metà percorso si toglie di torno e la qualità ci guadagna.

Oltre a questi cinque prodotti c’è anche qualcosa di collaterale: un audiolibro, un manga e una miniserie che penso Panini porterà a breve. Ma al di là di questo, giunti alla parte centrale di questa fase 1 si possono già iniziare a tirare le somme dell’esperienza. E l’impressione di chi scrive è tiepida. C’è potenziale, belle idee e quel senso di nuovo e diverso di cui una saga come questa dovrebbe nutrirsi, avendo la fortuna di potersi estendere su un frame temporale di millenni. Ma il fatto che questo progetto sia interamente piegato alle logiche editoriali del publishing cartaceo incide non poco sulla piacevolezza del tutto. Sia chiaro, da queste parti non si criticano i progetti ambiziosi, né quelli che chiedono al lettore attenzione e premiano cura e completismo. Ci sono però dei limiti, degli equilibri che bisogna stare attenti a non infrangere e, per quel che abbiamo potuto vedere fin qui, il progetto è caotico. Troppa roba, che esce in troppo poco tempo e con un andamento narrativo un po’ disordinato. Non si è mai certi al cento per cento di star leggendo gli eventi nel giusto ordine, e servono istruzioni date esternamente, che è un po’ lo stesso meccanismo dei fumetti americani. Solo che adattare questo meccanismo ad un corpus che contiene fumetti E romanzi richiede ben altro impegno rispetto a un crossover fumettistico. 


Non si capisce troppo bene nemmeno quale sia l’approccio ideale da tenere: se si è completisti si finisce ben presto saturi a causa dei ritmi di uscita vertiginosi, e anche così la sensazione di perdersi qualcosa nell’intreccio la si ha. Senza contare che non tutti potrebbero essere felici di vedersi sballottati fra tre diversi target, per quanto spesso la differenza di registro fra un livello e l’altro sia davvero minima. Se invece si è selettivi e si sceglie di seguire solo uno “strato”, magari quello legato al medium e alla fascia di età alla quale ci si sente di appartenere, magari diminuisce l’affanno ma non si ottiene una narrazione davvero pulita. Gli stessi romanzi presentano infatti frammenti ben poco autoconclusivi o schegge di narrazione mirate a condurre il lettore verso gli strati scartati in partenza: la storyline di un personaggio può a volte iniziare in un’opera e proseguire in un’altra, magari di target e formato differente, in un gioco al collegamento che finisce per sembrare un po’ pilotato. Questa forma di scrittura, che va detto resta ammirevole per la sua coordinazione, finisce per penalizzare la stessa capacità di narrazione degli autori: spesso i personaggi sono troppi e gli eventi che li riguardano minimi. Se l’obiettivo era quello di creare nuove figure iconiche su cui costruire il futuro del franchise, il lavoro risulta fatto un po’ troppo a tavolino. Troppo spesso entrano in scena gruppi di personaggi che sembrano “doppioni” di altri (padawan che piangono i loro maestri, madri che si rivelano losche), inseriti a creare affollamento e dare maggiori strumenti per far diramare altre storie. Ancor più spesso questo enorme cast finisce per cannibalizzare lo spazio di personaggi chiave, ai quali si finisce per non affezionarsi abbastanza, proprio perché nella frenesia e nella frammentazione generale al lettore manca materialmente il tempo per metabolizzare e far sedimentare tutta questa roba dentro di sé. E’ un grosso problema dei romanzi adult questo, che sono i più ricchi di azione collettiva, e in cui gli eventi chiave vengono narrati da un’infinità di diversi punti di vista (con tanti saluti alla povera Avar Kriss, “protagonista designata” ma con uno screen time risicatissimo).


Una struttura come questa non nasce dal nulla, ovviamente. Modelli come il MCU, i già citati crossover dei comics, e la stessa gestione del franchise Star Wars avuta ad oggi hanno partecipato alla costruzione di questo modello. Ma a ben vedere tutti quei casi, per quanto simili erano anche molto diversi: il MCU ha un target più uniforme e per quanto affollato tende a farsi fruire un tassello alla volta, i crossover fumettistici pur nei loro eccessi richiedono un tempo di lettura inferiore rispetto ai romanzi, mentre la gestione ramificata dell’universo crossmediale di Star Wars ha sempre aspettato che un evento o un personaggio si stabilizzassero nell’immaginario collettivo prima di far germogliare ramificazioni a riguardo. L’Alta Repubblica sembra voler replicare il ritmo del MCU, gli intrecci dei comics e applicarlo al metodo Star Wars, ma senza una regia “paziente” ottiene un Frankenstein mediatico un po’ scricchiolante. Nulla che non si possa correggere rivendendo un po’ le politiche editoriali al massacro richieste dalle etichette con cui lavora Lucasfilm. Con un po’ di ordine e pulizia in più questo progetto potrebbe davvero costituire una lezione su come raccontare i Jedi e la Forza. Perché, al di là delle varie considerazioni fatte sopra, L’Alta Repubblica ha il merito di “discutere” i Jedi, l’Iperspazio e la Forza su un piano deliziosamente teoretico. E questo non è per niente poco.

Star Wars High Republic Jedi
Lo Sputasentenze

Cip e Ciop – Il Film Impossibile

Cosa ho visto.

Dunque, proviamo a riordinare le idee. Anni fa annunciano il live action di Cip e Ciop Agenti Speciali, una serie della Disney Television Animation del tempo che fu. Ovviamente già in partenza il progetto ha tutto il mio disprezzo, dato che detesto fermamente questo tipo di cose: i remake live action, le operazioni nostalgia che esaltano cose che non è il caso di esaltare, e tutta la baracca con cui siamo impelagati da ormai vent’anni.

Molto probabilmente però i geniali autori che hanno scritto questa cosa provavano un sentimento molto simile al mio, dato che ciò che hanno fatto è un film che non ha niente a che vedere col suo titolo. Siamo in un universo metanarrativo alla Roger Rabbit in cui Rescue Rangers è appunto solo una serie tv del passato e Cip e Ciop sono i due attori che ci lavoravano. E da questa premessa si dipana un intelligente giallo, lercio, sordido e cinico che ha il pessimo buon gusto di fotografare il panorama animato odierno.

Il risultato è pazzesco. Un’ora e mezza di trovate vertiginose che toccano argomenti che sinceramente mai avrei pensato avrebbero avuto il coraggio di trattare esplicitamente. Questo è probabilmente il primo film che parla per davvero DI animazione e lo fa prendendo posizione su alcuni fenomeni ben precisi, con un coraggio e una vena satirica inaspettati. C’è la frecciata al fotorealismo con l’Uncanney Valley rappresentata come un luogo fisico, c’è la derisione per la corsa all’aggiornamento CGI di molte vecchie glorie sul viale del tramonto, c’è il personaggio che rappa per darsi una svecchiata, c’è la smania per i reboot, c’è un caso costruito intorno alle versioni tarocche dei film Disney, e c’è persino Ugly Sonic tra i personaggi principali.

Ecco, e a proposito dei personaggi, penso che non si sia mai visto prima un tale dispiego di mezzi per coprire così tante ip nei cameo. Se ci si chiedeva se mai avremmo visto He-Man, Butt-Head e i My Little Pony nello stesso film ora abbiamo la risposta. E non è solo una questione di cameo, ma anche di tecniche: stop motion, plastilina, pupazzi, motion capture, anime, calzini animati, si riesce a coprire tutto, compresa una vasta gamma di stili e… qualità. Lasciano perplessi le tecniche ibride, dato che i personaggi protagonisti sono realizzati in finto 2D, probabilmente ritenuto più comodo. Ed è paradossale che la loro resa sia peggiore rispetto al resto del cast di sfondo, realizzato con gran cura da assi dell’animazione tradizionale come Sandro Cleuzo: l’apparizione di Zio Paperone, Lumiére e della Little House di Mary Blair non sono solo chicche per appassionati, ma testimonianze del fatto che chi ha messo le mani qua dentro l’ha fatto con cognizione di causa e tenendo ben presente la materia trattata.

Film stranissimo quindi, che non si capisce bene come si vada a collocare nel discorso che l’azienda Disney sta facendo negli ultimi anni, dato che è un’opera con opinioni molto forti, una natura effervescente e un’immagine contraddittoria. Non penso ne vedremo molti altri su questa scia, e forse va bene così, perché esperimenti “meta” del genere vanno bene a piccole dosi. Esagerare su questa strada finisce per far perdere significato a tutto, dissacrando oltremisura e creando confusione nel pubblico. Ma al di là di questo, che fortuna averlo avuto.

Lo Sputasentenze

Moon Knight e Strange nel Multiverso della Bulimia

r/marvelstudios - EMBRACE THE CHAOS! Moon Knight Poster. Art by: bakikaya.art

Oggi era il 4 maggio, lo Star Wars Day. E a parte un trailerino, non è uscito molto altro. Di contro, in questa stessa giornata abbiamo avuto il finale di Moon Knight e l’uscita al cinema di Doctor Strange nel Multiverso della Follia, oltre tre ore di materiale inedito firmato Marvel Studios. C’è di che sentirsi viziati e privi di misura. Perché la saga di questo nuovo secolo è il MCU e ormai l’abbiamo capito. L’unica che sta davvero riuscendo a trovare la quadra, assecondando i gusti del pubblico ma senza abbrutire nessuno, trovando formule comode per sopravvivere e allo stesso tempo sperimentando con trovate ad alto tasso artistico, conciliando alta qualità e una quantità di materiale a ritmo vertiginoso. E per ora l’equilibrio non si è ancora spezzato. Verrebbe di dire “occhio, Kevin, impara a dosarti, che lo stato di grazia non dura mai troppo a lungo”. Eppure lui ti risponde con produzioni come queste, e allora che gli vuoi dire. Funziona, funziona tutto.

Cominciamo da Moon Knight. Sei episodi, sulla falsariga di Falcon, Loki e Hawkeye. Con una differenza: questa volta apriamo un filone nuovo, e lo facciamo con una serie e non con un film. E il filone è nuovo davvero: le divinità egizie, i disturbi di personalità, lo scenario londinese, un Oscar Isaac in stato di grazia. Umorismo nero, una regia in grado di farti davvero vivere il disagio mentale del protagonista e una ventata di freschezza e novità. Siamo molto oltre lo stereotipo del cinecomic, si gioca proprio in un’altra classe e i collegamenti al resto del MCU sono rari (per ora).

La struttura ricalca parecchio le dinamiche delle altre serie Marvel con questo stesso formato, ovvero una sorta di filmettone diviso in sei fette. Le prime due introducono, la terza è quella più action e apparentemente verticale, la quarta innesca il climax, e la quinta rappresenta come sempre una battuta di arresto, in preparazione della sesta che corrisponde alla battaglia finale. Uno schema semplice, in grado di regalare chicche non da poco: il penultimo episodio in particolare è tra le cose registicamente più potenti della storia Marvel, un thriller psicologico con venature metafisiche, in grado di entrarti dentro e fare male. Roba che un vero fan di Lost non può ignorare. Se poi sei anche fan del Fantasia di Disney, vedere che lo scontro finale è la versione pantografata e fotorealistica della Danza delle Ore, può solo farti felice. Un applauso al buon vecchio Poe Dameron, già uno degli eroi Marvel più belli di sempre.

E poi c’è Strange, quel grande personaggio di Strange che è solo al suo secondo film solista ma dopo Ragnarok, Infinity War, Endgame, What If e No Way Home è già assurto a star di prima grandezza nel MCU. Di questo atteso, attesissimo film ci sono essenzialmente tre cose da dire.

La prima è che è un film di Raimi, che tutti aspettavano al varco, dati i suoi trascorsi con l’horror e i supereroi. Ne esce un film visivo, estetico, sensuale, a tratti grottesco e compiaciuto, ma è esattamente ciò che si chiedeva ai Marvel Studios, spesso accusati di avere uno stile fin troppo uniforme e poco autoriale. Già il primo Strange aveva dimostrato di poter essere un film davvero ispirato, e l’episodio di What If su di lui era riuscito a sua volta a distinguersi dal resto. Qui si prosegue in quella direzione, e Raimi si diverte tantissimo: zombie, demoni, mostri lovecraftiani, geometrie non euclidee, allegria e disagio, arrivando a veri e propri tocchi di genio come la battaglia in cui si lanciano addosso le note musicali e lo spettatore si ritrova a doverne decifrare i motivetti. Inoltre è tutta azione chiara e leggibile, niente pioggia, buio, telecamera che traballa e foschia, il che mi è parso troppo bello per essere vero.

La seconda è che il vero cuore del film è il suo voler essere un epilogo a Wandavision, la serie che aveva dato il via alla Fase 4 e che aveva sfidato generi e formati supereroistici, come mai prima d’ora. Wanda è a tutti gli effetti la coprotagonista del film, è una presenza magnetica, ha carisma e qua e là ruba la scena a Strange. Il film è potente perché riesce a incanalare l’energia di questi due mattatori, ma la Olsen continua ad essere abbagliante e a trasmettere allo spettatore tutta la sua emozione, tutta la sua sofferenza, tutti i suoi contraddittori stati d’animo. Non sono sicuro che sia l’epilogo che avevo sognato, anche se forse è quello più giusto per la storia.

La terza è il cameofest. Ecco, col senno di poi dispiace che un film così bello sia stato caricato di aspettative così grosse praticamente solo per quanto riguarda questo aspetto, che posso dire senza timore di spoiler, essere assolutamente circoscritto e secondario. Sembra proprio di star vivendo tutto sotto una brutta lente deformante. No, non sembra esserci un grande piano per inglobare e legittimare nel multiverso di Feige ogni cosa altrui prodotta su licenza Marvel negli anni passati. Anzi, a rigor di logica i personaggi coinvolti nelle scene in questione non sono realmente le nostre vecchie conoscenze, ma loro varianti pressocché identiche. Ne deriva che questi cameo servono a poco, anzi risultano distraenti, confusionari e difficili da inquadrare. Prepariamoci alla fiera del fraintendimento, uno dei rischi maggiori insiti nel concetto di multiverso.

E già che ci siamo, ecco un altro neo, che ho riscontrato sia in Strange che in Moon Knight. Le post credits. Da qualche tempo a questa parte queste scene che in passato costituirono il collante del progetto MCU, risultano spesso generiche, oppure specifiche ma oscure e difficili da decifrare. Un personaggio mai visto prima appare dal nulla, si presenta a malapena, recluta il protagonista con una mezza frase e la storia finisce con un mezzo cliffhanger, lasciando lo spettatore con un senso di boh. Rimango dell’idea che un film sia un’esperienza, di cui è bene mantenere un buon ricordo. Le post credits spesso sono l’ultima immagine che viene lasciata in mano allo spettatore, e sarebbe bene che fossero o un qualcosa che comunica compiutezza, oppure dei cliffhanger in grado però di portare la mente in una bella direzione, sulla quale fantasticare nei mesi successivi. Adesso siamo nell’epoca dei franchise, in cui le regole del gioco invitano ad un continuo rilancio, per dare l’impressione che la narrazione sia sempre in corso e mai finita. E con l’arrivo della Fase 4 la produzione si è intensificata e ramificata rendendo più difficile vedere i contorni della figura, a differenza di come poteva essere dieci anni fa. Però è qui che dico attenzione, che se la corda si assottiglia e il giocattolo inizia a venir narrato male poi questo si inceppa. Moon Knight e Strange 2 sono due eccellenti risultati, venuti per giunta dopo Endgame, che si pensava essere il climax irripetibile di questa epoca cinematografica. Ma sono anche il frutto di una macchina produttiva bulimica che si nutre di rilancio continuo, meccanismo che se da un lato li potenzia, dall’altro rischia di indebolirli, svelando la natura eccessiva di questo magico paese dei balocchi disneyano.

Recensioni

Le Vacanze di Donald

La scelta di Panini di portare finalmente in Italia, e in modo sistematico, il ciclo di graphic novel francesi voluto da Glenat, è stata una mossa felice. I volumi usciti finora hanno fornito interessanti punti di vista “d’autore” sul mondo Disney, pescando artisti dall’Italia e dalla Francia, da dentro e da fuori della loro tradizionale scuderia fumettistica. Anche i risultati sono stati vari e imprevedibili: alcuni autori esterni hanno imparato il linguaggio disneyano, gli interni si sono sentiti liberi di sperimentarne uno diverso, altri ancora hanno provato a importare nel mondo di Topolino la loro personale cifra stilistica. Ne sono usciti albi bizzarri e celebrativi come Mickey All Stars, Topolino Attraverso i Secoli e Horrorifikland e altri molto personali come i volumi firmati da Cosey, Tebo o da Trondheim/Keramidas. Da queste parti siamo rimasti a bocca aperta principalmente per i due volumi firmati da Filippi e Camboni, due fantasy a dir poco suntuosi, variopinti e intrisi di quel sense of wonder che fa sempre piacere veder applicato a Disney. 

Infine, nemmeno nei nostri sogni più bagnati avremmo osato immaginare un volume come Le Vacanze di Donald di Frédéric Brrémaud e Federico Bertolucci. Il motivo è facilmente intuibile: la coppia di autori ha voluto infatti omaggiare con la propria opera la fortunata stagione dei corti d’animazione di Paperino, portando su carta tutti gli elementi e le dinamiche che caratterizzavano il Donald di celluloide a cavallo tra gli anni 40 e 50. Dal momento che uno dei propositi del Sollazzo è proprio l’analisi e la diffusione della cultura dell’animazione disneyana, un albo come questo suonava come un vero e proprio invito a nozze.

D’altra parte, parlarne unicamente in termini “passatisti” equivarrebbe a banalizzare il lavoro dei due artisti, riducendolo a una sterile operazione nostalgia, succube di un’epoca che non c’è più. Sarebbe un pericoloso errore ritenere il Paperino “in salsa classica” visto in questo volume una delle tante bizzarre iterazioni francesi del personaggio, posto per gioco sotto una lente più ortodossa del solito. Insomma, non facciamoci sviare dai bisticci con Cip e Ciop e l’orso Humphrey. Non ci permetterebbero di cogliere appieno la vera natura di questa produzione, che sembra nascere da un ragionamento ben più sottile e profondo di quel che può sembrare a prima vista.

L’impressione è che si sia scelto di “penetrare” Paperino, scrutando dentro ogni suo singolo stato d’animo e trovando di volta in volta i modi più comunicativi di esprimerne le emozioni (l’albo è interamente muto). E il bello è che non si tratta sempre di emozioni “esplosive”. Brrémaud concede a Paperino diversi momenti di quiete, in cui lo vediamo soddisfatto di quello che sta facendo, in cui possiamo pienamente sintonizzarci con le sue sensazioni e immergerci nella sua vacanza, come se fosse la nostra. E identificare il suo punto di vista con quello del lettore regala tantissimo all’esperienza complessiva. Poi, certo, nel corso della storia gliene succedono di tutti i colori e non mancano gag e momenti slapstick, però… senza mai esagerare. Infierire troppo, far cadere sulla sua testa sventure a ritmo incessante tende a divertire ma può essere anche alienante, e nel caso in questione a distrarre dalle meraviglie paesaggistiche dipinte da Bertolucci.

Le tavole del volume sono qualcosa di assolutamente strepitoso. Gli scenari e le soluzioni cromatiche utilizzate coccolano la retina e riconciliano con l’esistenza. E il lavoro sul protagonista tradisce uno studio molto approfondito dell’intera gamma di espressioni di cui il personaggio può disporre. Espressioni che negli ultimi decenni sono state fin troppo spesso dimenticate, in favore di stilizzazioni figlie di una certa tendenza a tracciare linee preconfezionate. Qui Paperino recita e lo fa con tutto il corpo, dalla punta del becco a quella delle dita, svelando snodi, muscoli e punti di tensione a cui nemmeno penseremmo, ma che si rivelano qui determinanti per stabilire con lui un ponte empatico. Possiamo vederlo massaggiarsi con un dito lo spazio in mezzo agli occhi per dissipare la frustrazione, possiamo vederlo afflosciarsi in seguito a un abbiocco, possiamo accorgerci del momento esatto in cui un’ombra di nervosismo lascia il posto a un sorriso di sollievo o ad un sospiro di rassegnazione. Bertolucci si riconnette al percorso evolutivo che gli artisti WDAS lasciarono interrotto vent’anni dopo la creazione del loro personale “Clark Gable” e riparte da lì, recuperando quei tratti che ci si era lasciati indietro e donandoci un personaggio incredibile e comunicativo, a cui è impossibile non voler bene.

Ed ecco perché Le Vacanze di Donald è molto, ma molto di più di un omaggio al Paperino del tempo che fu, impegnato nell’eterna lotta con gli animaletti dispettosi. Non è solo un tributo ai corti di Jack Hannah, o un assist a Carl Barks. E’ una bibbia del personaggio, un autentico seminario per arrivare a comprenderne le possibilità. Uno studio di Donald Duck condotto da persone che, anziché limitarsi ad un superficiale tributo, hanno preferito andare alla radice, non scimmiottando il lavoro degli animatori ma mettendone su carta la lezione, dopo aver imparato a “ragionare” come loro. E al netto del grandissimo apprezzamento che si può avere per tutte le derivazioni o le evoluzioni stilistiche che negli anni hanno investito i personaggi Disney, di volumi come questo continua ad esserci un gran bisogno. Perché l’animazione Disney è un’arte a sé, con regole molto specifiche e un potenziale immenso. Ma è anche un’arte che abbiamo sotto gli occhi sin dai primi momenti delle nostre vite, e che proprio per questo tendiamo a dar per scontata o a fraintendere completamente. Serve oggi più che mai che venga promossa, diffusa e compresa, affinché albi come questo non rimangano più soltanto divertissement o eccezioni, ma veri e propri fari, esempi di cosa sia possibile ottenere quando riusciamo a convincere il pubblico che un papero abbia un’anima.

Lo Sputasentenze

Animali Fantastici e Come Fixarli

Poche prosecuzioni di franchise mi sembrarono più azzeccate del primo Animali Fantastici, quando uscì nel 2016. Il mondo di Harry Potter, raccontato da un’altra angolazione, una signora angolazione. Un nuovo cast, più azzeccato e carismatico di quello vecchio. Scenari vari, tematiche intriganti, la sensazione di uscire dai confini del mondo young adult e di abbracciare finalmente il Wizarding World in modo “totale”. E lo sfizio di partire dal finto adattamento dello pseudobiblum di Scamander per arrivare ad una cosa grossa come la guerra contro Grindelwald. E poi che musiche, che attori, che respiro, che situazioni scaldacuore! Insomma, un Film. Era così perché il primo Animali Fantastici non era un adattamento, un’opera derivativa. Era un film d’autrice, la prosecuzione in presa diretta del mondo narrato nei suoi libri.

Questa cosa è proseguita con il secondo film, che però non è piaciuto. E non perché fosse un film vuoto o pretestuoso. Tutt’altro. Era pregno, il secondo film. Troppo pregno. C’è un momento nella vita di un artista in cui si perde il controllo della propria cifra stilistica. Il momento in cui l’artista esaspera il proprio stile, il momento in cui disegna con il naso troppo attaccato al foglio. Il problema di quel secondo film è che J.K. lo scrisse come un giallo di Cormoran, incastrandoci dentro una mole di materiale, personaggi, nomi, spunti, genealogie che puoi metabolizzare come lettore, ma non come spettatore. Un film poco adattabile e poco adattato ad uno schermo cinematografico. Un film autoriferito, e a suo modo affascinante, ma sicuramente ostico.

E poi eccoci al terzo, finalmente. Che viene dopo l’apocalisse. Attori allontanati, polemiche, recasting, pandemie, guerre, scandali e la sensazione che l’intero progetto sia attaccato a un filo. Parliamo della Warner, che non è certo famosa per le sue scelte lungimiranti e di lungo termine. Gestire una pentalogia con questi chiari di luna è tutt’altro che semplice.

Eppure ce l’hanno fatta.

I Segreti di Silente è un passo deciso nella direzione giusta. Corregge la rotta, e pur senza negare la svolta entropica del secondo film, recupera molto dello stile di scrittura che aveva reso il primo così vibrante. Intendiamoci, rimane complesso. I personaggi continuano ad essere tanti e impegnati in tante cose diverse e qua e là un po’ di baraonda la si avverte. Insomma, la Rowling continua a non risparmiarsi, quando si tratta di nutrire il suo film. La cosa che fa funzionare tutto a meraviglia è che però stavolta al centro di tutto non c’è il plot, non ci sono indagini, alberi genealogici autocompiaciuti che vampirizzano l’attenzione del pubblico, sfinendolo. Ci sono invece emozioni forti, veicolate da grandi interpreti e attori indovinatissimi. E questo focus non viene mai e poi mai perso di vista, ma mantiene saldamente l’aggancio con lo spettatore. Il motivo è che la sceneggiatura della Rowling è stata scritta insieme a Steve Kloves, e quindi abbiamo avuto una mediazione, che ha permesso di trovare un buon punto d’equilibrio tra i due linguaggi. Le presunte incongruenze sorte nel secondo film trovano spiegazione, la mitologia magica viene arricchita anche dal punto di vista visivo, permettendoci di esplorare, dopo gli Usa e la Francia anche la Germania. Il blitz ad Hogwarts/Hogsmeade è benvenuto e tutt’altro che gratuito. Bellissimi poi Kowalski, Aberforth, il Silente di Law e persino il Grindelwald di Mikkelsen, che ce la mette tutta per non farci rimpiangere troppo Depp (recasting che chiama vendetta, cmq). Si vede proprio che è una serie di film scritta proprio con l’idea di farti empatizzare con buona parte del cast.

Due i difetti. Uno relativo alla fotografia: tante, troppe scene buie e non perfettamente a fuoco. Non è l’unico film degli ultimi cinque anni ad avermi messo sull’attenti, sotto questo aspetto, ma potrebbe anche essere un falso allarme. E il secondo… non è un vero difetto ma più che altro un dubbio strutturale. Grindelwald non viene certo sconfitto – già sappiamo che lo sarà solo nel 1945 e morirà nel 1998 – e ci si aspetta che la trama continui. Però, per essere il capitolo centrale di una pentalogia, nel finale del film c’è un po’ troppa aria di closure. Molti archi si compiono, molti personaggi risultano felici e contenti. Capirei se fosse il primo capitolo, capirei se fosse il quinto. Ma giunti al terzo la cosa suona sospetta. Leggo poi che Warner non è certa di dare il via libera ai due film rimanenti, e capisco che abbiano voluto lasciarsi aperta una via di fuga nel caso il progetto venisse abortito. Non solo spero che Warner non sia così folle, ma spero anche che nel caso le cose filassero lisce, si restituisse organicità al progetto, mascherando la cesura e correggendo quella che altrimenti rischia di sembrare una sbavatura.

Insomma, mi appello a voi, signori della Warner. La saga di Animali Fantastici è bellissima e potrebbe costituire negli anni a venire un vero e proprio vanto per la vostra library. Imparate a ragionare in modo ampio e abbiatene la dovuta cura.

Fantastic Beasts: Secrets of Dumbledore review: Third time is not quite the  charm | EW.com

Recensioni

Mamoru Hosoda: Belle

Avrei voluto iniziare questa recensione invitando i lettori a non farsi ingannare. A non farsi ingannare dal titolo che richiama la protagonista della notoria favola, a non farsi ingannare dai trailer che descrivono questo film come un qualcosa che parla esclusivamente del mondo digitale, a non farsi ingannare dal fatto che la protagonista sia una timida adolescente giapponese con una storia d’amore come ne abbiamo viste tante negli anime. Ma lasciatevi ingannare.

Belle – il cui titolo completo è Ryuu to Sobakasu no Hime, “Il drago e la principessa lentigginosa” – è un film che vi chiede umilmente di farvi ingannare sin dall’inizio, di prestarsi ad un gioco di parti e ruoli convenzionali da ribaltare prontamente quando più ve lo aspettate. Tanto alla fine non ve lo aspetterete.

La trama, al suo osso, non è altro che una rinarrazione in chiave post-moderna del racconto di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, con particolari ammiccamenti alla versione Disney del 91. Suzu – “campana” in giapponese, quindi “Bell” – tradisce fin dal suo nome un’assonanza con la protagonista della fiaba, ma non solo. I paralleli, più o meno espliciti, si sprecano: entrambe sole col proprio padre, entrambe prigioniere di un’esistenza che le impoverisce (lì un villaggio di contadini non particolarmente spigliati e soprattutto non propensi alla cultura; qui la realtà tutta, coi suoi traumi, i suoi incidenti e le sue delusioni), trovano finalmente la libertà “rinchiudendosi” ulteriormente e affrontando coloro che all’apparenza sono dei mostri, ma che riveleranno a loro volta il proprio passato, mostrandosi diversi da come tutto il resto del mondo li percepiva. Anche narrativamente, è evidente il confronto fra il Gaston Disney e Justin – il capo dei Justice -, due cacciatori chiusi mentalmente che passeranno sempre più evidentemente nel torto, fino a dar fuoco (in entrambi i casi letteralmente) al castello della Bestia. E ancora, intere sequenze citano espressamente il film Disney: il salvataggio dai “lupi”, il ballo a “corte” e le piccole AI al posto degli oggetti animati. Ma se sono così simili, perché vedere un altro remake? Perché ci sono grosse differenze, che cercano di portare il film di Hosoda su un livello differente e moderno.


Temi e Personaggi

Il film tematicamente si divide in due sezioni: inganno e rivelazione. Dopo una breve introduzione che si occupa di chiarire fin da subito la parte più didascalica e meccanica, ovvero il funzionamento di [U], un futuristico social-barra-realtà-virtuale capace di far esprimere al massimo le proprie potenzialità, la trama inizia a seguire Suzu Naito, la ragazzina di cui sopra, impegnata nella più classica quotidianità giapponese, tra amicizie, studio e attività extrascolastiche. Apprendiamo che la madre si sacrificò per salvare una bambina quando Suzu era ancora piccola, privandola di quell’entusiasmo infantile cui tutti abbiamo diritto e che ancora oggi le impedisce di vivere davvero la sua passione per il canto. Ed è qui che la storia entra nel vivo: attraverso una foto scattata quasi per caso, [U] invita la protagonista a sviluppare il proprio profilo online, fornendole un apposito avatar (deliziosamente realizzato da quel mostro sacro di Jin Kim). Le sue capacità canore sviluppate appieno, e la complicità della sua migliore amica Hiroka Betsuyaku, la porteranno in pochissimo tempo ad assurgere ad idol più importante della rete e a tenere un concerto nel più importante stadium del social. Interrotto dall’intervento prima di “Ryuu” e poi dei Justice, questo evento darà inizio ad una caccia alla Bestia, e all’indagine sulla sua vera identità che occuperà la seconda metà del film e porterà all’emozionante climax risolutivo.

Inutile sarebbe discorrere di come il regista abbia sempre avuto un debole per il mondo virtuale, fin da subito una delle tematiche principali della sua produzione. Ma in Belle questa rappresentazione evolve ulteriormente. Se nel film dei Digimon costituiva l’ambientazione e in Summer Wars la vera e propria trama, in Belle è il veicolo principale del messaggio. [U] assume una serie di connotazioni in base ai tanti personaggi che affollano il cast, ma è indubbiamente riassumibile come un “posto sicuro”, quel luogo nella psicologia dove ci sentiamo liberi e invitati ad esprimere ciò che nella società siamo portati – consciamente o inconsciamente – a celare. Una meccanica che in realtà fa parte anche della percezione inconscia che abbiamo dei social e che spesso porta gli utenti ad esporsi maggiormente, “nascosti” dietro uno schermo. In [U] la barriera cade e gli utenti sono messi a confronto fra loro attraverso quello che è un vero e proprio mondo interattivo e “percepibile”. Il filtro cognitivo degli [AS] (gli “avatar” del mondo di [U]) diviene a tutti gli effetti un nuovo volto con cui poter vivere e rifugiarsi dai problemi di tutti i giorni. Ed è ciò che avviene a Kei.

Kei è la Bestia, Ryuu (“drago”, in giapponese), ed è il punto nevralgico, la principale differenza dalla fiaba originale. Belle, infatti, non tratta di una storia d’amore se non nella prima parte, ma di una storia di solidarietà. Kei non è il principe trasformato da un maleficio o il migliore amico invaghito di Suzu, ma un normale ragazzino di quattordici anni, costretto da tempo a subire gli abusi del padre e ad assistere impotente allo stesso trattamento verso il fratello Tomo, poco più di un innocente bambino che soffre di una qualche non meglio precisata forma di autismo, il cui [AS] è un piccolo angelo bianco. Il posto sicuro di Kei assume la forma di un castello-nave diroccato, distorto, a tratti paradossale, con una piovra conficcata dal pennone su un lato e pezzi di mura fluttuanti dall’altro. Al suo centro abbiamo la stanza delle rose segrete, dove appare Kei, arrabbiato col mondo e soprattutto con sé stesso, estraniatosi dalla realtà nell’inconscia attesa di qualcuno che salvi lui e il fratello. Inconscia perché tante volte gli è stato promesso, ma nessuno è giunto a danzare con lui prima di Belle, in una scena che tanto ricorda quella del film di Trousdale e Wise, prima di essere interrotti dall’ennesimo abuso.

Le figure genitoriali nel film sono tre. A fare da contraltare a quella negativa e frustrata del padre di Kei e Tomo vi sono infatti due “personaggi” positivi. Il più evidente è sicuramente quello in cinque forme del coro femminile. Le donne sono sostanzialmente cinque sfaccettature di un solo personaggio, che assolve il ruolo materno venuto a mancare. Esse rappresentano le varie fasi di crescita dell’esperienza femminile, con diversi gradi di saggezza e fungono da coscienza per la protagonista. Sono loro a dare voce ai suoi pensieri quando il film sembra ancora dirigersi su un percorso romantico, così come saranno loro le uniche adulte a mobilitarsi prontamente nella fase finale. Meno attivo, ma non meno rilevante è il padre di Suzu/Belle. Un giovane uomo visibilmente traumatizzato dalla perdita della moglie e che ha rivolto tutte le proprie attenzioni alla figlia. Particolarmente incisiva la scena ripetuta della cena che lei di volta in volta rifiuta, simbolica rappresentazione di un muro decennale eretto dopo il grande incidente, e destinato a sgretolarsi nel finale. Ma il loro ricongiungimento è in realtà precedente e molto più pesante sul piano narrativo: non importa quante volte lo ignorerà nel film o quante persone avrà al suo fianco, Suzu alla fine sarà a lui che chiederà consiglio, venendo ricambiata con una fiducia assoluta. Una scena che funge anche da preparazione al confronto finale fra la ragazza e il padre di Kei. Anch’egli genitore solitario, anch’egli evidentemente traumatizzato, ma privo di quella forza che avrebbe dovuto renderlo colonna del proprio nucleo familiare. Una storia di genitori e figli, che fortemente colpisce chi ha potuto vivere sulla propria pelle determinate situazioni.

Un’empatia che vede una splendida esecuzione nelle numerose musiche che reggono il film. Tra queste sicuramente spiccano “Lend Me Your Voice” (lyrics di Hosoda, Nakamura e Iwasaki; eseguita da HANA) e “A Millon Miles Away” (lyrics come sopra; eseguita da Nakamura), una canzone dalla potenza devastante. Un grido non di richiesta d’aiuto, ma di accoglienza, d’invito a liberarsi, a confidarsi, a unirsi in un solo cuore che si espande su vibrazioni altre e che trascina lo spettatore, impotente, alle lacrime. Un tono totalmente diverso da quello iniziale di “U” di Millennium Parade, festoso, pimpante, a tratti quasi circense nel suo ritmo frenetico.


Il Comparto Visivo

Ma a sostegno di tutto ciò non vi sono solo temi, musiche e una trama splendida. Alla “matita” di questo film vediamo infatti radunarsi ben tre scuole di pensiero dalla carriera a dir poco eccezionale e che si spartiscono le due “realtà”.

Quella materiale è totalmente affidata allo Studio Chizu, lo studio d’animazione fondato da Mamoru Hosoda e Yuichiro Saito nel 2011 e che è a tutti gli effetti un’estensione del suo autore principale (simbolico il fatto che il suo logo ritragga Makoto Konno, la protagonista de La Ragazza che Saltava nel Tempo). Lo si riconosce nei personaggi, nelle ambientazioni, persino nei movimenti di camera. Ma quello virtuale no: forse per la volontà di separarlo esplicitamente dall’altro, al punto da essere totalmente in CGI (dove persino Suzu subisce la trasformazione), essa è stata affidata a ben due partner d’eccezione.

Abbiamo già accennato a come il volto di Belle non venga da un artista qualunque, bensì da Jin Kim. Il veterano della Disney, allievo e erede stilistico di Glen Keane, noto tra le altre cose per aver curato il character design di capolavori come Tangled e Encanto, è stato coinvolto esclusivamente per la controparte della protagonista, di cui ha curato l’aspetto e la recitazione. Le ambientazioni virtuali, invece, sono state affidate a Cartoon Saloon, studio irlandese anch’esso a sua volta estensione del suo autore principale Tomm Moore, per cui ha realizzato tra gli altri Song of the Sea, The Breadwinner e Wolfwalkers. L’estetica minuziosamente curata e variegata già mostrata in questi film, assume particolarmente impatto nella sequenza della ricerca del castello della Bestia, dove Belle si muove in rapida successione attraverso tante “fantasie” quante sono le AI che la guidano. In un tripudio di colori esplodono quindi atmosfere che ricordano i virtuosismi miniaturistici di The Secret of Kells, capolavoro dello studio.

A chiudere la carrellata di forze esterne, Akiya Kageichi ha curato il design di Ryuu, grazie al suo stile estremamente gotico, grafico e colorato.


Conclusione

È interessante notare come tutte queste forze artistiche estremamente differenti siano state in grado di convergere in un unico prodotto e in una maniera estremamente fluida. Lo spettatore viene accompagnato da musiche e visioni che restano vividamente impresse attraverso un viaggio nel proprio subconscio. Messi a confronto con paure, sentimenti e traumi con cui istintivamente empatizziamo, siamo portati a vivere una storia d’amore che fiorisce in un sentimento diverso, estendendosi oltre i limiti del romanticismo e raggiungendo vertici globalizzanti. Un inizio lento e poi un crescendo esponenziale che coinvolge e riesce a rendere leggeri persino gli otto minuti di canto che ne rappresentano l’apice, per poi abbandonarsi allo straziante finale, quasi muto. Un racconto di solidarietà, di umanità che riesce a spogliare i nuovi media della propria apparenza artificiale, che li ha spesso resi soggetti di accuse di deumanizzazione. E tra le lacrime ti invita a… prestare la tua voce.

Recensioni

DuckTales (2017). Col Senno di Poi.

Volevo dare un breve giudizio sul nuovo DuckTales. Mi sono accorto che non è possibile. Troppe cose da dire, troppi layer, troppi bias. Volendo fare una cosa onesta e fatta bene, sarà meglio partire da lontano.

Quindi iniziamo dal principio, più o meno trent’anni fa.


Storia di Due Disneyland

File:DuckTales 1987 sigla.png - Wikipedia

A quei tempi ero un bambino, e mi chiedevo come mai lo Zio Paperone che trovavo sui fumetti fosse praticamente assente nei cartoni animati. Immaginate la mia sorpresa quando uscì una serie tutta su di lui! Ero ovviamente intrigato dalla cosa, sebbene gli adulti intorno a me tuonassero, sottolineando quanto il prodotto fosse distante dal “bel Disney della tradizione”. Era ovviamente un modo purista e ingenuo per avvisarmi del fatto che questi nuovi cartoni Disney non stavano nello stesso gruppo di Biancaneve, dei Tre Porcellini o della Roulotte di Topolino. DuckTales era una serie della Disney Television e non un prodotto di quella che oggi conosciamo come Disney Animation. Solo che all’epoca questa terminologia specifica non esisteva, il capro espiatorio erano i giapponesi ed eravamo tutti più semplici e faciloni.

Tuttavia qualcosa lo notavo: ingenuità e stilemi anni 80, il budget televisivo, il nuovo status quo, il cast rielaborato. Lo vedevo che non era esattamente come nei corti classici, e nemmeno come nei fumetti. Non c’era Paperino, ma c’erano molti personaggi nuovi che non trovavo nei fumetti, i Bassotti erano diversi fra loro, i protagonisti convivevano dentro una villa e tanti altri dettagli che mi disorientavano. C’era qualcosa di strano, c’era del bello e c’era del brutto. Non capivo bene cosa provare. Dietro tutte queste stranezze c’era la Disney di Michael Eisner, desiderosa di espandersi in nuove direzioni, anche a costo di adottare linguaggi e soluzioni poco “in policy”, uscendo da quella ricetta universale per la quale Disney era stato famoso. Era nato il reparto televisivo, con una diversa qualità, un diverso target, un diverso budget e una diversa filosofia.

Dopo DuckTales la cosa continuò. Uscirono serie tv in quantità che proponevano approcci sempre più divaricanti dal “bel disney della tradizione”, tanto da far sembrare DuckTales una cosa da puristi: Cip e Ciop diventavano detective, Pippo un padre, Baloo un pilota d’aereo, e i nipotini adolescenti. Ricordo che tutto questo mi incuriosiva ma alla fine non mi piaceva: non sentivo il bisogno di tutte queste rielaborazioni, di tutte queste complicazioni. Sentivo che stavamo perdendo piano piano l’idea di una Disney “tonda” e alla portata di tutti, e che adesso di Disney ce n’erano diverse: c’era quella “garantita” che potevo condividere con i grandi, ma anche quella “minore”, con la quale non potevo spingermi troppo oltre. Col tempo mi distaccai dalla seconda e mi avvicinai sempre più alla prima, nel cui approccio mi riconoscevo di più.


Reboot!

Trent’anni dopo annunciano il nuovo DuckTales di Angones e lì per lì rimango perplesso. Una parte di me è felice, un’altra si chiede quale sia il senso del riprendere DuckTales come “brand”, al di là dell’effetto nostalgia. Se vuoi riprendere gli standard characters riprendili, ma con un titolo diverso. Mickey Mouse & Friends, Donald Duck Adventures, Uncle Scrooge, puoi fare come vuoi, tanto sono sempre lì, disponibili e universali, pronti a vivere mille storie. Riprendere il brand DuckTales significava doversi misurare con quella precisa versione dei paperi, con quel preciso status quo, impelagarsi con cose scomode, con una “narrazione” rimasta aperta dagli anni 80. Capisco l’omaggio al passato, ma forse il passato lo onori meglio inglobandone la lezione in qualcosa di presente.

Poi scopro che è un reboot. Ed è lì che sento il primo crick.

Reboot de che? Di DuckTales? Cioé della “storia” iniziata con l’arruolamento di Paperino in marina? Reboot in generale dei paperi? Dei personaggi Disney? In che senso? Perché? Mille dubbi mi si affollano in mente. Ammetto di avere un problema coi reboot, con gli universi alternativi e con l’abuso di multiversi. Capisco che negli anni l’uso che su carta si è fatto del microcosmo disneyano abbia reso caotica la situazione. Don Rosa, Pk, Fantomius, la scuola danese, quella italiana, molta lore è stata scritta, spesso poco congruente o difficile da gestire. Me ne sono reso conto in prima persona scrivendo sui periodici Disney, e in particolare quando mi sono occupato dei cento numeri di I Love Paperopoli, che accompagnavano il plastico della città dei paperi, narrandone la storia. Non era semplice trovare quel “punto di equilibrio” per riuscire a parlare in modo credibile di elementi provenienti da tradizioni anche molto dissonanti, facendo finta che sia tutto vero. Toccava spesso barare di qua, glissare di là, rattoppare su e giù.

Detto questo, rimango dell’idea che il reboot, per quanto comodo, non sia mai una buona soluzione di lungo termine. Un personaggio sottoposto a continui restyling perde gradualmente la sua forza, il suo impatto, la sua credibilità. E’ una scelta “divisiva” che può avere effetti collaterali sul papero e in un certo senso anche sul pubblico, che piano piano inizierà a percepire confusione e dunque a crederci meno. E se viene meno il crederci, si perde la cosa più importante. Lo sanno bene gli artisti dei Marvel Studios e di Lucasfilm: i primi abituati a lavorare su versioni ormai iconiche dei loro personaggi interpretati da attori fissi, i secondi a ricamare intorno a eventi cardine che non vengono mai messi in discussione e acquisiscono via via sempre più “spessore storico”. I loro universi condivisi e crossmediali hanno successo perché costruiti intorno a delle costanti precise. Ed è questo il motivo per cui la gente ci crede.


Una Nuova Voce

A dispetto di tutto, nel 2017 la serie arriva e viene accolta con un certo grado di positività. Molti collaboratori del mio stesso sito si offrono per realizzarne i sottotitoli, le schede di analisi, la lista degli easter eggs e delle citazioni, che sono tante, tantissime. L’interazione fra Paperone e Paperino, merce rara in animazione, risulta inedita e bella, molte battute sono divertenti, e alcune rielaborazioni di personaggi noti funzionano. Le poche critiche arrivano tutte dallo stile squadrato, che però mi faccio personalmente andare bene: dopotutto è animazione televisiva, e sono anni che l’animazione televisiva ha scelto la via della stilizzazione. Serve a mantenere “costante” il look, laddove una volta si avevano dei design molto più complessi, che però non riuscivano a reggere per davvero un processo di animazione a basso budget. Ciò che colpisce di più è che non c’è traccia di quell’ingenuità da tv anni 80: c’è molta ironia, la promessa di riportare in scena Della Duck denota un’ambizione senza precedenti e in generale sembra di trovarsi di fronte ad un prodotto smaliziato e maturo.

Tempo pochi episodi e mi accorgo che c’è qualcosa che non va in queste nuove avventure di paperi. Gli episodi umoristici sono infatti la maggioranza, quelli avventurosi pochi e comunque tendenti alla parodia. Paperone è stranamente assente, e le poche volte che appare è in balia del resto del cast. Oppure viene messa al centro della scena la sua fama di avventuriero, dando per scontato il suo mito senza mai affrontarlo per davvero. Insomma, ci viene detto che è un grande eroe, ma la cosa raramente è mostrata e lui viene adombrato di continuo. I protagonisti reali sono quattro nuovi personaggi: Qui Quo Qua e Gaia, vero fulcro di tutto. Dico nuovi perché i nipotini sono stati rielaborati completamente, anzi resi per la prima volta in assoluto dei personaggi veri e propri. Sono adesso caratterizzati, fisicamente differenti, hanno archi narrativi specifici, relazioni asimmetriche con il resto del cast… e risultano ingombranti. Sono troppi, perennemente sopra le righe, falsano il ritmo rendendolo così concitato da appiattire ogni traccia di pathos. Insomma, ogni rara concessione all’avventura viene di continuo disattesa da un incessante vociare di strani ragazzini con la voce di adulti.

E a proposito di voci, eccetto Paperino, tutto il cast ha voci completamente nuove: un gruppo di importanti talent, tratti dalle serie televisive più in voga come Doctor Who e Community. Ed è questo dettaglio forse per la prima volta a darci l’indizio più importante del vero spirito dell’operazione. Per gli americani il cast vocale è importantissimo: nei Simpson quando un doppiatore muore o ha problemi, viene ucciso anche il personaggio, il legame è indissolubile. Per i personaggi di lungo corso come Topolino o Winnie the Pooh si attuano invece dei passaggi di testimone ben precisi, mandando la nuova voce spesso “a bottega” dal vecchio interprete, col proposito di tenerla per sempre. Dare a questi personaggi delle nuove voci basate sul casting cool del momento, rompendo una continuità o alterando/forzando i tradizionali passaggi del testimone avvenuti negli anni, ha un significato. Una presa di distanze, una dichiarazione di indipendenza, un punto di rottura.


Tre Anni di Luci e di Ombre

Tre stagioni dopo, DuckTales è stato cancellato. Posso quindi guardarmi indietro e fare un blilancio di ciò che l’esperienza mi ha lasciato. Molte le idee interessanti, sparse nelle varie stagioni. In primis, la sottotrama di Della sulla luna, che catalizza l’intera seconda stagione, e il cui ritorno infrange un secolare tabù disneyano. La dimostrazione che è possibile farlo è forse la cosa più importante che ci ha lasciato in eredità la serie. Non male nemmeno la storyline di Amelia e Lena, l’amore fra Paperina e Paperino che sboccia perché lei è l’unica in grado di sentirne la voce interiore. Simpatica la piena integrazione di Darkwing Duck, o il capovolgimento legato a Jones, da antagonista a psicologo di Donald. Molto buono anche Jet. Come personaggio inedito ho gradito Mark Beaks, che potrebbe essere erroneamente confuso con uno dei tanti personaggi scemi della serie e invece rappresenta l’unica reale concessione alla satira sociale, trattandosi di una figura angosciantemente realistica. Caruccio, perlomeno graficamente, anche l’avvoltoio Bradford, il burocrate refrattario all’avventura, e quindi destinato ad essere il vero cattivo. Infine lo stesso Donald, che per decenni ha subito lo stigma del non poter essere utilizzato in trame più narrative a causa della voce, qui ha dimostrato che non è necessariamente vero. Se si vuole, si può. Magari con un piccolo aiuto da parte di Don Cheadle.

Il resto non funziona allo stesso modo. Lo showrunner Angones attinge ad ogni fonte, nella speranza di tramortire lo spettatore con mille trovate, mille ritorni, mille riferimenti nerd. Razzia a piene mani dai fumetti di Barks, da quelli di Don Rosa e nel calderone già che c’è ci butta dentro tutto il pantheon delle serie tv della Walt Disney Television Animation, divertendosi a reinventare e inserire in continuity con trovate sempre più matte ogni elemento del suo immaginario anni 90. Gargoyles, Gummies, Darkwing Duck, Wuzzles, Tales Spin, Cip e Ciop Agenti Speciali, Bonkers, Ecco Pippo e persino i Fluppy Dogs, non manca nulla. Ci si arriva piano piano, in punta di piedi, ma verso la fine il palcoscenico crolla, svelando il vero focus e tutta la povertà intellettuale insita nell’operazione. Non si vede davvero il desiderio di riprendere e dare lustro ai gloriosi personaggi Disney, ma sfruttarne le sembianze per contrabbandare tutt’altro.

Attento a quel che desideri, perché una volta accontentato non riuscirai a fare a meno di vedere i fili. Se anni fa mi avessero detto che un giorno mi sarei trovato a guardare un cartone animato con Fergus, Paperoga, Macchia Nera, Pico e Ocalina che combattono insieme nella biblioteca di Alessandria probabilmente sarei impazzito di gioia. Ora che l’hanno fatto… non sono felice. Perché in questo florilegio di fanservice ho intravisto ruffianeria, superficialità e incapacità di comprendere il valore del materiale di partenza. Carl Barks e Tale Spin non sono mai stati davvero la stessa cosa e il bello di Disney risiede altrove, di certo non nell’annunciare che Kate Micucci doppierà Gaia. Aver dirottato l’attenzione su questi elementi è forse la colpa più grave di Angones.


Esche a Parte

Questi i miei bias. Che sono inevitabili se su un certo tipo di Disney ti sei costruito una cultura, una teoria, hai dei modelli in testa e quindi delle aspettative. Una parte di me ha però voluto, nel tempo, osservare il fenomeno anche da altri punti di vista, provando a prendere il DuckTales di Angones come una cosa a parte, scollegata da quegli stessi paperi attraverso i quali hanno cercato di vendermela. Insomma, tolta l’esca e quindi i bias, cosa rimane davvero dell’opera in sé?

Temo non troppo. Il prodotto è strutturalmente già datato, con quello schema compositivo che alterna blocchi di filler verticali e bi/trilogie orizzontali, al servizio della tradizionale programmazione tv. Certo, l’idea che possa esserci una trama che si sviluppa, con misteri e colpi di scena un po’ fa effetto, ma bisogna tenere conto che questa è una novità solo nel contesto disneyano. Abituati come siamo al “teatrino senza memoria” di Paperopoli, ci sembra che Angones la spari grossa. Ma non la spara davvero così grossa. L’approccio edgy, la forzata coolness, il tenore umoristico, il nerdismo accentuato, sembrano di continuo volerci portare in una direzione estrema, pazzesca, quasi moffattiana. Ma gira e rigira, tolti i lustrini, rimangono trame convenzionali, che fanno abbondante uso di quegli stessi stereotipi narrativi che il suo approccio disincantato sembrava voler superare: il potere dell’amicizia che risolve le cose, la famiglia che è la più grande delle avventure, i cloni, gli scienziati pazzi, le organizzazioni malvagie, l’antico grimorio, i robottazzi con gli occhi laser e ovviamente gli alieni. Non si tratta di un immaginario avventuroso particolarmente originale e ricercato, né lo spettatore viene spinto a prenderlo sul serio, dato che sono i personaggi stessi a parlarne in modo ironico o a prendersene gioco.

Insomma, stereotipi di ieri che sfilano nostalgicamente in galleria in una versione aggiornata, in parte ossequiosa e in parte iconoclasta. Il tutto cucito insieme secondo regole e convenzioni narrative attuali. E allora fa sorridere pensare al fatto che le DuckTales degli anni 80 siano state messe in croce per le loro ingenuità, per i loro stilemi figli degli anni 80, e che si sia voluto prendere le distanze da esse con una fuga verso il moderno che ci ha portato dritti dritti nelle fauci di un altro set di stilemi, quelli di quest’epoca. Il punto è che molto probabilmente, salvo rari felicissimi casi, il metodo di lavoro di Disney Television Animation, ora come allora, è sempre il medesimo. Non puntare all’universale, non condurre il discorso stilistico di un’epoca ma rifletterlo, farsi guidare da codici altrui. Negli anni 80 questo “metodo” era ancora acerbo, e nel bagaglio culturale degli artisti che entravano a far parte dei reparti televisivi (per esempio Peraza) c’era comunque un certo tipo di Disney, oggi semplicemente no. Si sono sommati diversi strati e il background di un Angones è diverso. Può dunque capitare di realizzare una serie ispirata ai paperi di Barks capace di mancare clamorosamente il punto, finendo per risultare decisamente meno genuina della sua pur goffa antenata.


Marcando il Territorio

Nel corso delle tre stagioni di questo nuovo DuckTales ho visto ridursi progressivamente la schiera dei suoi entusiasti. Molti che avevano iniziato, infatuati da quella ventata di modernità, se ne sono stancati presto e hanno lasciato andare. Altri sono rimasti e hanno gridato allo scandalo quando è giunta la cancellazione. Non che una normale serie Disney Channel in genere sia mai durata molto di più. Solo che qui non si era trattato solo di una serie, ma di una versione specifica dei personaggi Disney, un universo completo di relazioni, che aveva preso vita autonoma. Forse un po’ troppo autonoma perché convenisse tenerla in piedi. Nell’economia generale delle cose, l’universo di Angones era diventato una fanfiction legalizzata, un eccesso di zelo incompatibile con la versione di Paperino che trovi su tazze e bicchieri. Non che, in quanto a lore, fosse un universo peggiore rispetto a quello classico (che non è nemmeno un universo ma più un modo di intendere i personaggi), anzi anzi, avercene. Solo che, nel mondo di oggi, se vuoi davvero il bene di un personaggio, devi arricchirne la matrice, non crearti la ramificazione tua, con blackjack e squillo di lusso.

E quindi andiamo alla matrice e confidiamo nei WDAS. Perché con l’arrivo di Disney+ il vento è parecchio cambiato. Il concetto di retroguardia televisiva è venuto meno, e adesso tutti i principali studi disneyani come Marvel, Pixar e Lucasfilm hanno iniziato ad occuparsi direttamente delle serie ispirate ai propri franchise, concependole come degli eventi ad alto budget. La piattaforma è affamata di materiale, gli artisti Disney stanno godendo di una buona popolarità e potrebbe non essere più così improbabile che qualcuno da quelle parti decidesse di fare qualcosa con gli standard character, riprendendo in mano i personaggi che proprio loro hanno inventato. Magari in una versione narrativamente più articolata. E restituendo quindi a Paperino, Topolino, Pippo e Paperone tutta quella ricchezza visiva, quella qualità recitativa, quella stupenda espressività sulla quale l’intera industria cinematografica occidentale è stata eretta.

Allora, solo allora potremo finalmente esclamare con convinzione “Ma che bei paperi!”.