Author Archives: Valerio Paccagnella

Lo Sputasentenze

Il Franchise Blu

Se ne scrivo così tardi è perché la situazione dei cinema dalle mie parti è… complessa. Tanto che per poter vedere questo famigerato secondo Avatar tocca aspettare un mese, prenotare almeno una settimana prima e farsi molti chilometri in auto. Qualcosa sta senza dubbio succedendo, e per capirne davvero l’impatto forse bisognerà aspettare qualche tempo.

Del film non è che ci sia tanto da lamentarsi. Prodotto di buon livello, quantomeno per quanto riguarda gli aspetti visivi. Si è lavorato sul fascino e sulla meraviglia e il risultato è sentito. Pandora continua ad essere una piattaforma il cui valore trascende le vicende di cui è teatro. E il 3D, che non si capisce bene come mai d’un tratto fosse diventato il male assoluto, qui ha senso eccome.

Ma se dobbiamo andare a guardare alla narrativa in senso stretto… vabbé. Il ritorno del cattivaccio in stile sequel del tempo che fu, un nugolo di ragazzini caratterizzati alla buona che ho finito per confondere fra loro, buoni di cui mi importava poco, una sequenza action finale che ho trovato allungatona. Insomma, per quel che c’era da dire tre ore mi sono parse decisamente troppe. E sebbene io non sia tra gli hater brillantoni del primo film che tirano in mezzo Pocahontas, penso che chiedere qualcosa in più nel 2023 fosse dovuto.

E allora perché è l’unico vero grande successo Disney dell’anno? Un po’ per Cameron, un po’ per fama pregressa ma anche e soprattutto perché, a differenza delle altre produzioni della Company, la cui uniformità e il cui ossessivo ritmo di uscita ha “scoperto le carte”, rendendo fin troppo evidente la strategia generale, questo Avatar è arrivato da tutt’altra angolazione. Si è fatto percepire dal pubblico come qualcosa di diverso, si è portato dietro tutt’altra narrativa, quella del kolossal di una volta, quando streaming, inclusione e universi condivisi erano concetti lontani, di cui non si parlava ossessivamente.

Avatar 2 si è coltivato la narrativa che gli altri franchise non possono più coltivare, la narrativa del grande evento, e ha vinto. Bisognerà vedere se questa narrativa reggerà fino al quinto film, il che è altamente improbabile. Ma mal che vada ora il Topo ha un brand in più su cui contare, e chissà che una volta per tutte non sperimenti con gli altri suoi franchise quella antica pratica agricola chiamata maggese.

Lo Sputasentenze

Natale con James Gunn

Il flashback animato malissimo apposta.

L’attore nei panni di sé stesso.

L’umorismo di Gunn.

Poco da dire, lo special natalizio dei Guardiani funziona bene, funziona tutto e sta in perfetto equilibrio tra pacchianata dichiarata e tentativo di raccontare pure qualcosa. Ma soprattutto stabilizza i personaggi e li mette in caldo in attesa del loro terzo film, mentre nel frattempo fornisce alla piattaforma un contenuto minore ma non troppo.

Non sarà questo “mediometraggio” a risollevare il MCU da quel senso di fastidio che sembra aver generato in giro dopo due anni di flood incessante, anche perché di questo flood fa pienamente parte. Né costituirà mai una reale e soddisfacente fine della quarta fase, concetto che ha sempre meno senso e su cui non sembrano aver particolarmente investito, dato che una vera e propria soluzione di continuità con la Fase 5 sembra non esistere.

Ma di sicuro intrattiene incredibilmente per ogni minuto della sua durata, e conferma che forse questo formato “speciale” potrebbe anche essere la giusta via di mezzo per nutrire Disney+ senza affollare oltremisura la pazienza degli spettatori fedeli. Si vedrà.

Lo Sputasentenze

Guerre Autoriali

Con Andor ecco che Star Wars torna a ricevere il plauso della critica. La percezione, quantomeno ad osservare la mia bolla, è quella di un grande “finalmente”. Finalmente il brand si misura con uno standard qualitativo e un modello di scrittura in grado di competere per davvero con il grande cinema. Finalmente non c’è più da vergognarsi a vedere Star Wars. Finalmente se ne può parlare online senza essere travolti dalla nube di negatività tossica che non ci abbandona dal 1999.

E poi ci sono io, che osservo tutto da un lontano scoglio e mi sento più confuso che altro.

Perché a me Andor è sembrato tutt’altro che un capolavoro, ma un prodotto intrinsecamente “rotto”, pur presentando elementi che presi da sé ritengo bellissimi.

Provando a fare un po’ d’ordine.

PRO:

– Il comparto visivo. Luci, palette cromatica, fotografia, composizione dell’immagine, scenografie. Vetta del franchise e qui c’è poco da discutere.

– Mon Mothma, Luthen Rael, Saw Guerrera, Kino Loy, Maarva Andor, Dedra Meero, Syril Karn. Figure “grosse”, con interpretazioni sentite, drammatiche, a tratti grottesche. I tanti volti dell’Impero e della Ribellione, narrati attraverso attori in grado di farti sentire tutta la loro gravitas appena entrano in scena.

– I monologhi. Ne avrò contati almeno cinque di notevoli. Roba pesa, ma davvero. C’è fomento e c’è l’acume di mostrarti una situazione politica finora narrata in modo leggerino con un grado di profondità che finora si è visto solo in certi romanzi.

– Il far trasparire la cultura dei diversi posti visitati. Il funerale dei mattoni su Ferrix, le usanze carcerarie, la Coruscant diurna, l’occhio su Aldhani, la località vacanziera, il bigottismo Chandrilliano. Tutta la profondità della galassia raccontata davvero come si deve, attraverso dettagli.

CONTRO:

– Il protagonista. Diego Luna non funziona, il suo personaggio è spento, poco interessante, si fa mettere in ombra da qualsiasi altra cosa su schermo. E questo era ben chiaro da Rogue One. Aver insistito e avergli cucito addosso un progetto simile, così ambizioso è stato a dir poco criminale. Non funziona lui e non funziona praticamente niente che lo riguardi, e nell’economia generale questo pesa. Se nella serie Andor qualsiasi altra trama o personaggio su schermo risulta più interessante di Cassian Andor, forse qualche problema c’è.

– L’azione in cui Cassian viene coinvolto è molto generica. Passi l’evasione, davvero bella, ma guerriglia urbana e colpo grosso mi sono parsi stratagemmi non proprio memorabilissimi a cui dedicare trittici di episodi. Oltretutto l’approccio verista potrà far bene alle scene a Coruscant e un po’ a tutto quello che aveva bisogno di approfondimento, ma applicato all’azione pura… boh. Se togli la locura cosa rimane? Un freddo action movie? Volevamo questo?

– Musica non pervenuta. E parlando di Star Wars mi pare gravino.

– La struttura. Dodici episodi così lunghi, strutturati ad archi di tre (o quasi), per questa storia mi paiono tanti, soprattutto perché non stiamo davvero affrontando la nascita della Ribellione, ma ne stiamo vedendo squarci attraverso la storia di un singolo ribelle, nemmeno troppo rappresentativo. E cmq sappiamo già che raddoppieranno con la stagione 2. Sarebbe stato preferibile un progetto un po’ meno sbilanciato, o comunque più contenuto. O magari più lungo ancora, ma più corale ed esaustivo.

– Svariati momenti boh. Questo potrebbe essere un problema di scrittura, di regia o anche di montaggio. Fatto sta che di molte sequenze si fatica a trovare il senso o cmq non girano come dovrebbero. Ci sono momenti wtf che probabilmente sono consapevolissimi e cercano in qualche modo di essere lynchani, riuscendoci (la telefonata in cui Syrill non capisce niente, e praticamente tutto ciò che lo riguarda… data anche la sua somiglianza con Cooper). Ma altri, tantissimi altri, sembrano semplicemente roba inefficace e buttata lì. Buona parte dei finali di episodio sono brevi stacchi con Cassian che fa cose mentre la musica cresce d’intensità. Tutto il primo episodio è incentrato su Cassian che va a trovare gente che sa lui, senza che lo spettatore se ne senta davvero parte. Il finale del settimo, ambientato al mare non si sa quanto tempo dopo, sembra il girato di una candid camera che era rimasta attaccata per sbaglio al rullo precedente. A volte si hanno delle inquadrature lampo su personaggi che fanno facce intense senza che la narrazione supporti per davvero la cosa. Altre volte invece ci si concede lunghi e verbosi monologhi in cui si espongono tecnicismi inutili e difficili da metabolizzare, funzionali solo alla trama. Spesso bisogna tornare indietro per capire briefing che non ha nemmeno troppo senso capire. Per due episodi si espone minuziosamente la trappola tesa a un ribelle di nome Anto Kreegyr e il tutto si risolve dietro le quinte con un potentissimo lo dimo. O sono io che non mi trovo per niente in sintonia con l’idea di scrittura di Gilroy e non apprezzo il suo essere criptico, o per davvero qualcosa non funziona.

Insomma, hanno provato a fare lo Star Wars verista. Ma, come dicevo sopra, questa è una lama a doppio taglio.

Lo Star Wars verista funziona applicato agli elementi già noti. Coruscant, il Senato, l’ISB, Mon Mothma, Yularen, persino la Morte Nera ci guadagnano da questo. Acquisiscono sfaccettature nuove e diverse, e nella tensione tra il volerle migliorare ma renderle anche riconoscibili si ottiene qualcosa di magnetico e interessante.

Lo Star Wars verista non funziona più quando applicato agli elementi introdotti da zero. Lì quella tensione viene meno, non c’è più una rassicurante skin a salvarla e il prodotto deve cavarsela da solo. E non è detto che ce la faccia, non sempre almeno.

Ma la vera verità è che per quanto un’operazione del genere possa dare un risultato apprezzabile, cosa che Andor generalmente è, rimane sintomo di un qualcosa che si è inceppato. In Star Wars, in noi, nel nostro panorama culturale.

Se per essere finalmente in pace con Star Wars dovevamo semplicemente aspettare che qualcuno lo spogliasse del suo linguaggio e lo facesse finalmente “crescere” significa che sotto sotto Star Wars non è mai stato davvero ‘sto granché, o non ci è mai *davvero* piaciuto nella sua interezza. E forse dovevamo semplicemente lasciarlo andare, non ritenerlo quel must culturale che la cultura nerd ha imposto a sé stessa.

Perché non è mai un buon segnale quando un brand inizia a ramificarsi, a parlare più linguaggi contemporaneamente, a rivolgersi a fasce di pubblico incompatibili tra loro. Non è mai un bene quando all’interno di una stessa saga si affermano scuole di pensiero e di scrittura opposte. Non fa bene al brand e non fa bene nemmeno al pubblico che si ritrova involontariamente diviso in fazioni. Molto meglio è trovare il punto di equilibrio, e fare in modo che le cose belle scoperte da una corrente, finiscano per “nutrire” lo stile generale, potenziandone l’identità.

Lo Sputasentenze

Il Pulp dei WDAS

Davvero soddisfatto da Strange World.

Non era facile venire dopo Encanto, eppure questo 61° WDAS riesce a ricavarsi uno spazio tutto suo, dimostrando carattere e identità.

Il design dei personaggi inizialmente mi ha spiazzato, ma è di Jin Kim, il designer Disney per eccellenza e forse il migliore sempre, e capisco che per una volta abbia voluto provare qualcosa di più cartoon. Ci ho visto Tartakovsky, un ritorno alla CGI caricaturale dopo dieci anni di stile Glen Keane, ma è un ritorno col senno di poi, dopo aver fatto il percorso che sappiamo. E in movimento la nuova padronanza si sente: il personaggio di Jaeger (complice un irresistibile Pannofino) non te lo togli dalle orecchie, dagli occhi o dal cuore. E ovviamente il mondo di Avalonia è il trionfo del design e del colore. L’anti Lightyear, in pratica.

Non so quanto potrà essere un successo, dati anche i riferimenti culturali datati che propone, come il pulp delle riviste novecentesche, i fumettacci anni 50 e tutto quel filone portato avanti da Lovecraft, Derleth e Clark Ashton Smith. Sono cose che potrebbero fare centro come no, dato che il nostro ecosistema culturale un po’ queste cose finge di amarle, un po’ no. Certo è che per capire appieno il senso di ciò che si sta vedendo magari un’infarinatura di quel tipo di letteratura non guasta.

Quando Disney esce dal suo e si cimenta in cose altrui dà sempre risultati spiazzanti e divisivi. Non dubito che anche questa volta sarà così, ma per quel che riguarda me ho trovato una fluidità narrativa e una quadratura anche sul piano dell’umorismo che i precedenti action diretti da Don Hall, Big Hero 6 e Raya, semplicemente non avevano. Non del tutto almeno. Qui il ritmo è calibratissimo, non ci sono personaggi inutili, tutto fila liscio, intrattiene, diverte, interessa e funziona. La storia non riserva chissà quali sorprese, ma non risultano necessarie a comunicare il suo messaggio. C’è un colpo di scena, ed è bello. Per il resto il discorso sul conflitto generazionale funziona alla grande e la scena del gioco da tavolo penso dica da sola più di tanto altro cinema didascalico.

Proprio bello. E adesso tutti in attesa di Wish.

Lo Sputasentenze

Come Persi l’Incanto

Quindici anni fa usciva Come D’Incanto e la cosa aveva un significato.

Era il ritorno della scrittura mista, dell’animazione tradizionale, del musical menkeniano e in generale un grande omaggio alla fiaba Disney, all’epoca ancora bisognosa di riscatto.

Non solo. Era anche un gran bel film di Kevin Lima. Elegante, arguto e pungente, con interpreti in stato di grazia. Lo guardavi e ci trovavi la commedia, quella vera, quella fresca e brillante. Il prodotto intelligente di una Disney intelligente, consapevole di sé e rispettosa del suo pubblico.

Il sequel invece non funziona.

Pretestuoso nelle premesse, puerile, ritmicamente sballato e totalmente privo di quel mordente che aveva reso il predecessore un cult. Ci sono cose buone qua e là: la colonna sonora di Alan Menken e le relative coreografie, le brevi sequenze animate, affidate a uno studio esterno che però annovera tra le sue maestranze alcuni disneyani doc come Sandro Cleuzo, Tony Bancroft e John Pomeroy, l’interpretazione degli attori protagonisti e qualche occasionale trovata.

Ma non è sufficiente, e alla fine ci si ritrova tra le mani un prodotto che non si sa bene come classificare. Non è davvero un cheapquel o un film televisivo, i suoi valori produttivi sono alti e garantiscono continuità col predecessore. Ma la scrittura è debolissima e il tutto risulta così kitch da far riemergere le cattive sensazioni dell’epoca dei sequel a basso costo. E questo è preoccupante, perché significa che chi ha mandato avanti quel progetto ne aveva una considerazione bassa, che il prodotto di partenza non è stato capito appieno e che l’epoca dello streaming ha confuso i confini della qualità.

Un campanello d’allarme di cui tenere conto.

A margine: oggi è stato il compleanno di Topolino e il documentario su di lui che trovate su Disney+ è altamente consigliabile, anche solo per il brevissimo corto celebrativo da un minuto ivi contenuto. L’hanno animato Goldberg, Henn e Haycock, e dovrebbe essere sufficiente come consolazione.

Lo Sputasentenze

Il Ritorno di Ferretti

Boris 4.

Soffermiamoci un attimo sul miracolo. Il miracolo di ciò che la serie è stata e il miracolo che ha permesso di vederla tornare praticamente intatta dopo più di un decennio. Perché, al netto di un paio di decessi anche gravi, c’è tutto quello che doveva esserci. L’umorismo è stato riprodotto perfettamente, e qua e là addirittura aggiustato (Corrado Guzzanti sembra un po’ meno un corpo estraneo), lo stile recitativo mostruoso di ognuno di questi tragici caratteristi è stato riprodotto perfettamente. Tutti davvero inarrivabili, da Sermonti all’ovvio Pannofino, ovunque ti giri trovi magnetismo, una cosa quasi inquietante. E siamo rimasti sul pezzo anche sul fronte satirico, dato che hanno avuto l’intelligenza di spostare il focus dalla fiction dell’italietta al nuovo mondo streaming.

Sono tornate però anche quelle imperfezioni strutturali che in passato attanagliavano gli aspetti più orizzontali della narrazione, lasciando un po’ interdetti. In questi episodi c’è molto, forse anche troppo. E non tutta la carne al fuoco viene cotta a dovere, alcune sottotrame ti lasciano con un senso di boh. Continua a suonare poco credibile che un gruppo di persone che non nutre una fortissima stima reciproca si ritrovi sistematicamente a lavorare insieme a distanza di tanto tempo, accade solo perché ormai i ruoli identificabili sono quelli. Alcuni personaggi, tipo Karin, si vede che tornano un po’ perché sì, altri tornano e vorresti si fermassero di più a raccontare la propria storia, e invece rimangono appena accennati. Alcuni passaggi risultano un po’ confusi e verso la metà si percepisce un po’ di confusione.

Poi si arriva al finale, il bellissimo finale che suona risolutivo e risarcisce lo spettatore e il protagonista di un qualcosa che aspettavamo da troppo tempo. E le sbavature vengono perdonate. Perché difatto quello sono, sbavature in un prodotto che fa del genio e della sregolatezza un binomio perfetto. E così alla fine si rimane scissi, divisi in due tra il desiderio di un’altra stagione che metta i puntini sulle i ad alcune trame (tipo una certa love story) e il terrore che venga fatta veramente, col rischio di rovinare il lieto fine di uno dei più bei personaggi mai portati sul piccolo schermo.

Un applauso in ogni caso per aver rinvigorito il repertorio di meme e tormentoni con nuovo materiale che è già entrato a buon diritto nel nostro patrimonio culturale. Flashdance tuttavia rimane un po’ una paraculata. Ma va bene così.

Lo Sputasentenze

Wakanda Funebre

Posso essere sincero?

Avrei voluto apprezzarlo di più Wakanda Forever.

Ero partito molto ben disposto dal trailer, e trovavo coraggioso e geniale che un evento che avrebbe potuto stoppare la produzione come la morte dell’attore protagonista fosse stato rielaborato come fulcro narrativo del progetto.

Poi il film l’ho visto e… vabbè brutto non si può dire. Ha alcuni bei momenti, una battaglia finale visivamente chiara, la recitazione di Freeman che quando c’è è divina, un collegamento imprevedibile con la trama orizzontale del MCU che mi è piaciuto molto. Buoni anche gli omaggi commossi a Boseman, per quanto non possa dire di aver mai emotivamente investito su quell’attore per poterli sentire davvero.

Il problema è che quello stesso microcosmo di personaggi che ruotavano attorno a lui faticano un po’ a reggere la baracca. Ottimo l’Everett di Freeman, ottimo M’baku ma il resto del cast mi è parso composto un po’ da tigri di carta: Shuri, la madre, Nakia, Okoye, Ayo, la futura Ironheart, alcune fanno le musone, altre le simpatichelle per contratto. Possono crescere nel tempo, non dico di no, ma il film pretende che lo spettatore le percepisca già come beniamine e questo non è possibile. Se poi le signore in questione sono accompagnate da scene d’azione un po’ buie, scelte narrative un po’ convenzionali e un Namor che non è davvero questa gran cosa, viene da pensare che forse due ore e mezza sono pure troppe.

Vabbè, prendiamolo come un lungo funerale filmato, che è una cosa in sé anche intrigante. Però forse questo finale di fase 4 poteva essere un pelo più significativo. Ma mi dicono dalla regia che il vero finale sarà lo special dei Guardiani, in arrivo a Natale. Chissà che il concetto di Fase torni ad avere finalmente senso.

Black Panther: Wakanda Forever, le cose da ricordare prima di vedere il  film | Wired Italia
Reportage

LA TANA DEL SOLLAZZO @ LUCCA COMICS AND GAMES 2022

Prologo

Una bella mattina di metà ottobre mi sveglio e trovo un messaggio da parte del padrone della casa che abbiamo affittato a Viareggio per la Lucca 2022, quella del grande ritorno post pandemia, che dice più o meno così “ah lol ciao scus c’ho cazzi, ti rimborso, cerca altrove”. Chiunque abbia una mezza infarinatura di come funziona il LuccaComics, con le sue tempistiche e criticità, sa bene che implicazioni abbia tutto ciò. Tirarsi indietro a due settimane dalla partenza, senza fornire concrete soluzioni alternative, è un qualcosa che chiama vendetta, altro che un semplice rimborso. E al di là delle minacce e dei dissapori seguiti via messaggio era chiaro che ci sarebbe toccato smazzarcela da soli e trovare in fretta un ripiego. Furono giorni focosi, frenetici e disagevoli, e in breve ci accorgemmo che questo comportamento era la prassi: le piattaforme accettavano le prenotazioni fingendo che fosse tutto ok e solo in un secondo momento i proprietari davano la smentita e ti rimborsavano. Finché a pochi giorni dal decollo spunta un inequivocabile “ok”, pronunciato da un figuro che per questioni di privacy chiameremo Re Ghiaccio. 


Lucca e l’anniversario del Sollazzo notoriamente coincidono, e nel caso di quest’anno siamo arrivati a 17 anni, che nel reame dell’internet, in cui tutto muore dopo tre mesi non sono neanche pochi. La scheda tecnica dei quattro esemplari di questa diciassettesima gen che compongono il team è la seguente: Jk, o Jihed Khaled o Jay Kappa, un uomo con diversi nomi ma sempre con le stesse iniziali. Disegnatore, saggista, articolista ma soprattutto un fottuto frequentatore del fandom disneyano. Dove per fandom disneyano si intende proprio tutto quello che la rete offre, da Sollazzo al Papersera, passando per Ventenni e chissà che altro. Se c’è bisogno di una consulenza sull’aspetto sociale di questo sottobosco disneyano ho capito che devo chiedere a Jk. Poi c’è Massimo, in arte Sommo Zotnam, che è l’incarnazione umana della canzone di Ligabue “i duri hanno due cuori”. Un tipo caloroso, questo Massimo. Negli anni l’ho visto incazzato, l’ho visto gioioso, l’ho visto appassionato… ma in ogni caso lo era sempre un po’ più della media. Ah ecco, per una maggior accuratezza di questo resoconto aggiungo che Massimo russa anche un po’ più della media, dettaglio che ora sarà inutile ma prendiamolo come un fucile di Checov. E poi ecco Goldensun, sguardo furbo, palpebre a mezz’asta e sorriso obliquo: un utente famigerato, dagli inquietanti trascorsi internettiani e un curriculum di ban che spaventerebbe Gambadilegno. Ma anche lui ha un lato tenero, ed è l’ultimo componente della squadra: il fratellino Zygoon. In sua presenza Goldensun diventa un potente essere di luce, redento, puro e bellissimo. Il fratello maggiore che tutti vorrebbero avere e che io non sono mai riuscito a essere.  


Primo Giorno: Presagi e Disagi


Il primo giorno di Lucca me lo passo a Lucca. Che detta così pare una tautologia, ma in realtà no, visto che negli anni facevo tappa a Firenze per andare dalla zia, che però dopo quasi vent’anni è ormai poco raggiungibile. Il primo impatto è… positivo! Quanto tempo che non ci andavo. Dopotutto nei due anni pandemici avevamo fatto Lucca a Padova e Lucca a Milano, ma era del 2019 che non si faceva Lucca a Lucca. Inoltre mi sento leggero, allegro. Raccatto Jk e i gemelli Goldensun, mollo i bagagli al deposito e me la giro in completa libertà. C’è però una leggera differenza: quest’anno Panini non è al solito posto, a poca distanza da Piazza Napoleone. Si sono ingranditi, si sono presi un palazzo intero e per raggiungerlo tocca camminare un pochino di più. Non un grande problema, credevo, in quell’ingenuo primo giorno.


Arrivo allo stand e… bé. Quante cose sono cambiate in pochi anni, quanta acqua sotto i ponti è passata dall’epoca pre-panini, quando lo stand era una sorta di spazio giochi. Quel che vedo adesso è uno sconfinato bancone su cui viene esposta la crema fumettistica disneyana, tutta rilegata insieme in un florilegio di formati lussuosi e curati. Se il me stesso 2005 avesse visto tutto questo sarebbe come minimo morto d’infarto. 


Buona parte di queste meraviglie entra subito a far parte del mio bottino lucchese:


Pk Giant – Angus Special Edition, di cui ho personalmente curato l’apparato redazionale. Praticamente un saggio breve di sette pagine firmato da me. Non potevo non consigliarlo a me stesso.

Topolino e la Marea dei Secoli. Il primo numero di una collection dedicata a Casty, doveroso.

Topolino e il Cerchio del Tempo. Una Deluxe che è anche un inedito, che è anche un clamoroso caso editoriale che anni fa sollevò un discreto polverone.

Una Leggendaria Notte Qualunque / Zona Franca. La Deluxe che raccoglie le ultime due storie di PKNE che erano rimaste fuori.

Il Principio di Voyda. Che è… tipo il nuovo Pk.

Il nuovo Topolino Extra a tema Vertigo, altra bella collana che seguo.

I nuovi volumi delle integrali Fantagraphics e Idw dedicate a Gottfredson, Barks, Don Rosa e Al Taliaferro, praticamente quanto di più obbligatorio e prioritario possa esistere in assoluto a firma Disney. Quattro tomi che vanno presi subito senza passare dal via.

Ma è quando il malloppo mi viene messo tra le mani, nella sua ampia busta, che vengo investito dal suo peso e da un presagio. E questo presagio mi accompagna per tutto il resto del primo giorno, quando realizzo quanto non sia stato propriamente geniale prendere tutta quella roba subito e in un colpo solo, con poche ore di sonno dietro me, e davanti a me ancora tutto il percorso fino alla Tana. Di cose da fare ce ne sono ancora parecchie, la conferenza con Bertani, Mastantuono e Gervasio, ad esempio, o il ricongiungimento con Massimo che ci aspetta a Viareggio, la prima spesa al supermercato locale tutti insieme e infine il calvario supremo: la ricerca della casa, che è situata a più di una ventina di minuti a piedi dalla stazione, dalle parti della spiaggia, oltre ponti e brughiere sabbiose. In altre epoche i padroni di casa ci venivano spesso a prendere e ci conducevano personalmente alle magioni affittate, ma Re Ghiaccio si rifiuta: prima ci chiede di essere tutti presenti al check-in e poi marca visita, lasciandoci la chiave in una cassetta di sicurezza. Insomma, ce la dobbiamo fare a piedi, con trolley, bagagli, spesa e un notevole carico di letteratura disegnata a impicciare. All’arrivo non abbiamo nemmeno la forza di metterci a cucinare, per cui scendiamo a farci un panino onto alla taverna di Poldo sotto casa (giuro che era quello il nome). Di una cosa però ci accorgiamo: Re Ghiaccio non ci ha fatto trovare le coperte. Al loro posto delle lenzuola ruvide. “Va bene così, tanto fa caldo ed è come se fossero coperte”, scrive. Ma è quando alla fine della giornata casco stremato a letto e scopro la potenza del russare di Massimo che il presagio si manifesta di nuovo, luttuoso e potente: è iniziata la Lucca del mancato riposo, delle barriere logistiche, della fatica e dell’escursione termica.


E’ iniziata la Lucca delle Sbatte.

Secondo Giorno: S’era d’Agosto

Dormito poco e male. Le ore di sonno che speravo di recuperare dal giorno prima, dovute alla levataccia della partenza per Lucca non sono state recuperate, ma se ne sono aggiunte altre. Non c’è tempo da perdere neanche oggi: dobbiamo essere in fiera intorno all’ora di pranzo, perché dobbiamo accompagnare Jk ad un incontro. E per arrivare in tempo bisogna calcolare diverse cose: colazioni, docce uno alla volta, venti minuti di tragitto fino alla stazione di Viareggio, viaggio in treno e percorso fino alla fiera. Che detta così è terrificante, ma in passato ce la si è sempre fatta senza problemi e le uniche cose nuove sono quella lunga passeggiata. E il debito di sonno. E l’acido lattico dovuto allo sforzo del giorno prima. 


E il sole.


Ecco, questa cosa non l’ho mica tanto capita, ma in un disperato tentativo di combattere gli stereotipi sul classico clima piovoso, Lucca decide che è estate. Tocca legarsi il giacchino sul ventre come ai tempi delle gite scolastiche delle medie, e sudare forte. Tantopiù che è sabato, il giorno in cui storicamente la fiera viene presa d’assalto e diventa invivibile. In quell’allegro caos passo al padiglione Napoleone con gli editori grossi e poi ancora alla Panini, così aggiungo al mio bottino qualcos’altro, che non si sa mai, ho così poco da leggere a casa:


L’ultimo numero di Monster Allergy Evolution, che era uscito appena prima della pandemia, me l’ero perso e andava recuperato. Lo compro allo stand Tunué direttamente dalle manine dorate dei figli di Artibani,

Musa, l’artbook di Ortolani, che mi viene scontato allo stand Feltrinelli dalla magica voce di Tito Faraci.

Papersera News alla Panini, unico Topolino Extra Edition che la mia fumetteria a Padova non aveva nemmeno mai ricevuto e che finalmente trovo.

Avarat a colori. In genere non ricompro due volte le parodie di Leo, ma se l’originale me lo fai con gli occhialini rossi e blu è una cosa che grida vendetta e ricomprarlo è doveroso.


In questi giri trovo molta gente, oltre ai citati c’è il solito Zerocalcare, senza il quale non è Lucca, e la tenera Silvia Ziche, Nel frattempo però Jk è momentaneamente uscito di scena, ed è stato recastato da Franz Manuzzi, che preleviamo rapacemente e aggreghiamo immediatamente al gruppo. 

Se il Sollazzo fosse il villaggio dei Puffi, Manuzzi sarebbe il Puffo Ansioso, sempre preoccupato di qualcosa, con l’apocalisse negli occhi. L’incontro con lui non smentisce questa cosa, o forse ha ragione Manuzzi e l’apocalisse siamo noi. Manuzzi suda, per il caldo, per la paura di essere diviso dal gruppo con cui si trovava già a Lucca, per la fatica dovuta alle stressanti code, e con lui sudiamo noi mentre ci avviciniamo al padiglione del Games per mangiare. 


E lì in pratica inizio a capire cosa mi sta affaticando tanto di questa Lucca. Lo capisco mentre cerco goffamente di ordinarmi da mangiare. Un tempo ti buttavi un po’ dove ti pareva, ti lasciavi incuriosire dal chioschetto all’angolo, che vendesse panini, pannocchie, ramen o chissà che altro, poi ti sedevi con gli amici per terra e gnam. Ora ogni singola mossa è come “regolamentata”, c’è sempre un passettino in più da compiere per capire meglio il da farsi. Forse questa è evoluzione, forse involuzione, non è chiaro. So però che la moneta corrente è il TOKEN e prima di avvicinarsi ai chioschi devo fare la coda per convertire gli euro, tenendo però ben presente quello che credo di volere, leggendolo dai menu. Poi una volta presi i token bisogna individuare il chiosco che vende il prodotto che volevi, fare di nuovo la mini-coda per convertire il token in scontrino, farne un’altra per ricevere il panino. E poi accorgerti che l’acqua la vendono in tutt’altro chiosco e ripetere daccapo la procedura, fino al problema successivo che è il trovarsi un posto a sedere. 


E vaffanculo.


Si è rotta Lucca? Mi sono rotto io? Mentre rimugino su questo, il panino mi si sfalda tra le mani e mi ritrovo cosparso di salsa e privo di salviette, che probabilmente distribuivano dall’altra parte della città in un chiosco apposito, con moneta apposita. Poi mi si sfalda tra le mani anche Manuzzi, che esaurisce il suo tempo con noi e viene velocemente recastato da Jk, che torna in tempo per un giro al games. 


Il resto della giornata è in linea con questo livello di disagio. Code, fatica, caldo, barriere, e ovviamente il ritorno in Tana con la stazione di Lucca trasformata da un sistema di corsie sfollagente degna delle attrazioni di un parco a tema. Quella sera riusciamo finalmente a cucinarci una pasta al sugo, e mangiarla assieme, e così – come da tradizione per ogni anniversario da 17 anni a questa parte – decido di essere Nonna Papera e raccontare a tutti loro l’origine del Sollazzo, nella ormai leggendaria Lucca 2005. Una Lucca epica e tragica, incredibile, con un racconto fatto di fughe, umiliazioni, schizzi di vomito e ubriachezza molesta. 


Ricordi lontani sui quali ormai si ride, certi che da qui in poi questa magica città saprà darci solo gioia.


E invece.


Terzo Giorno: Into the Bertaniverse

Per la terza notte di fila il proposito di saldare il debito di sonno sfuma miseramente. E non è colpa solo del russare di Massimo, ma anche degli orari un po’ antipatichini che ci siamo imposti. In questa terza giornata è previsto l’incontro con il cast di Rings of Power… alle 11.00, per cui dobbiamo essere in fiera addirittura un’ora prima di ieri. Insomma, non ci sarà ampio tempo. E così la carovana si mette in moto con adeguato anticipo, ma a quel punto il mio corpo decide di darmi il primo segnale di sciopero per dirmi che, no, sto sbagliando tutto: la gola inizia a bruciare. Non che il resto vada meglio, la stazione di Viareggio viene presa d’assalto e finisce che perdiamo ben due treni per Lucca, che partono simultaneamente senza di noi. Per scongiurare la sorte decido addirittura di improvvisarmi Legolas e provare a scivolare in modo stiloso su una rampa per superare tutti, ma finisco per andare a sbattere a tutta velocità contro un palo, guadagnandoci un bagno di umiltà e la consapevolezza che vado su per quarant’anni. Il pulsare del mio ginocchio continuerà a confermarmi per tutto il resto della giornata che sto davvero sbagliando tutto.

Ovviamente l’incontro col cast è sfumato, la levataccia l’abbiamo fatta a vuoto, e non rimane che la fiera… che però è praticamente innavigabile. L’epoca d’oro delle Lucche fluide, in cui con un salto stavi in Disney e con un altro alla Bao, con un braccio compravi un fumetto e con l’altro stringevi la mano all’autore amico sembrerebbe essere un qualcosa di cui serbo memoria solo io. Jk mi dice attento, che questa botta di nostalgia potrebbe essere un sintomo di vecchiaia, e il mio ginocchio gli dà ragione. 

Poi però le interazioni fighe arrivano e si rivelano decisamente corpose. Alex Bertani apre le danze e ci regala una chiacchierata lunga. Ma lunga bene, non lunga sbrodolata. Tocchiamo diversi punti, mentre attorno a noi si radunano diversi altri esponenti del fandom disneyano, da Bramo a Garalla, passando per Pacuvio. E sono punti interessanti, una prospettiva completa sulla situazione editoriale fumettistica disneyana, raccontata in modo chiaro e diretto. Che Bertani abbia una visione è una cosa che si è capita sin dal principio, ma strada facendo è emerso anche che ha il senso pratico per concretizzarne buona parte. E per quel che mi riguarda si è guadagnato tutta la fiducia possibile. 

Poi in Piazza Napoleone ci incontriamo con il secondo grande interlocutore della giornata, quel Francesco Vacca che durante l’estate ha firmato la riuscitissima Minaccia dallo Spazio insieme a Casty. Non è il primo grande crossover della storia disneyana, ma è il primo ad esser stato fatto con un’impostazione così sincretistica, tenendo conto di un così gran numero di personaggi e situazioni. Ma soprattutto, tenendo conto del fatto che il cast disneyano non è solo “l’allegra banda Disney” che si muove in blocco, come ai tempi di Scarpa, ma un gruppo di individui con interessi e competenze diverse, a cui va trovato posto nella trama attraverso ragionamenti molto specifici e diversi. Con Vacca parliamo a lungo di questa e altre questioni e lui si illumina, pieno di entusiasmo. Un appassionante appassionato, capace di trasmetterti la sua energia. Alla fine della chiacchierata ci salutiamo, tutti un po’ più convinti che Topolino, Pippo e Paperino esistano per davvero. Di Super Gilberto, invece, non siamo mica tanto sicuri, spiaze.

E poi nell’erba alta appare un Nucci selvatico. Vederlo è spiazzante, dato che nell’ultimo paio d’anni Nucci è stato un po’ il grande protagonista del rinnovo del Topo bertaniano, ma non eravamo mai riusciti a interagirci umanamente. Nucci ha un qualcosa di Desmond, uno dei migliori personaggi dell’indimenticato Lost. Sarà la forma del viso, o quell’atteggiamento da “faccio roba bella ma tengo un profilo basso”. Conoscerlo mi dà finalmente l’occasione per congratularmi con lui per diverse cose: Vertigo, Hatequack, Macchia Nera, le Cento Porte, la storia di Nonna Papera, Rockerduck e altro ancora. Nucci in pochi mesi ha fatto tanto, ma soprattutto ha sparato in diverse direzioni, prendendoci quasi sempre. Ha usato molti personaggi, sperimentato vari generi, mostrando una certa passione per le atmosfere sinistre, la narrazione intimista e il caro vecchio umorismo. Glielo dico, un po’ si imbarazza ma sotto i baffi sorride.

Quel giorno non compro niente, mi faccio bastare l’interazione umana. E una volta ottenuta, mi arrendo. Alla fatica, agli acciacchi, alla sfiga e al totale e completo stravolgimento del fenotipo della stazione di Lucca, che richiede oltre un’ora di dolorosa coda per raggiungere i treni. Che a loro volta si faranno attendere per un’altra mezz’ora. Poi dalla stazione di Viareggio a casa la solita passeggiatona sofferente. Re Ghiaccio nel frattempo ci scrive che durante la giornata è passato a casa a portarci le coperte… ma che poi ha cambiato idea e se le è portate via, poiché ha ritenuto che le lenzuola ruvide che ci ha lasciato fossero sufficientemente calde. E così non ci resta che tremare, confezionarci da soli le coltri sfruttando ogni tessuto disponibile in giro e sperare di riuscire a riposare abbastanza per sopravvivere al giorno successivo.

E vi spoilerò già che Massimo continuerà a russare, che l’appuntamento in fiera per la terza volta consecutiva arretrerà di un’altra ora, e che il mio stato di salute accuserà definitivamente il colpo.

Quarto Giorno: La Caduta




Alle 10.00 la conferenza di Bertani sulle novità Disney. Si decide di andare, e questo significa portare la sveglia indietro di un’altra ora, riducendo ulteriormente il margine per ripristinare punti salute. Massimo ha ovviamente russato, le lenzuola di Re Ghiaccio hanno fatto il resto, in totale credo di essermi fatto quattro ore di sonno per la quarta notte consecutiva. Al risveglio il mal di gola sembrerebbe aver lasciato il posto a quel senso di ubriachezza cogliona che anticipa/segue la febbre, ma ormai ho deciso di essere più macchina che uomo e di ignorare tutto. L’alternativa è porsi il problema, e porsi il problema significa fermare la macchina.

Arriviamo in tempo. E la conferenza va bene, molto bene. Massimo riesce a fare un reportage in diretta Telegram per @sollazzochat di ogni novità, e fra queste a colpire è soprattutto “Il Destino di Paperone” il preannunciato esordio di Celoni come autore completo. La storia si ripromette di agganciarsi al cliffhanger delle Lenticchie di Babilonia, capolavoro scarpiano il cui finale aperto aveva colpito parecchio il me di tanti anni fa. Non è facile trovare davvero margine per espandere un mondo come quello disneyano, dove si è detto così tanto, ma aver individuato un’area grigia così ghiotta è indice di un ragionamento fine, e io i ragionamenti fini li approvo. A fine conferenza due chiacchiere con Gervasio sulle due anime di Paperinik/Pk e come impedire che divergano troppo, in un Calisota narrativamente sempre più collegato. Argomentone, eh. Di quelli che ti fanno vibrare la pancia. Ma poi mi accorgo che non è colpa di Pk, è semplicemente che ho finito i punti salute. E non torneranno.

Ho la febbre. Ho abusato di me stesso e ora ne pago il fio. Ho la febbre a Lucca e ora sono cazzi amari. Mai avuta la febbre a Lucca e devo trovare una soluzione. Ho la febbre, la febbre a Lucca. Aiuto, la febbre. A Lucca. La prima cosa che mi viene da fare è cercare panchine dove sedermi, ma ogni volta che ne trovo una è sempre sotto il sole cocente. Allora provo a farmi strada tra la folla e cercarmi da bere e mangiare per avere energia. Pranzo con un panino in un bar, faccio merenda con del ramen caldo, provo a potenziarmi con delle Monster e del Bubble Tea. Tutto inutile. Mi rifugio dai privati, ma c’è ancora troppa ressa. Allora mi arrampico sopra le mura e provo a percorrerle passeggiando lentamente.

L’atmosfera è splendida, sembra di essere a Lorien, ci sono i cosplay e il clima è buono, ma la testa mi gira e avverto una sensazione surreale, come se mi stessi muovendo tra le sfere celesti del paradiso dantesco. Nel frattempo ci saluta Jk, con un giorno di anticipo, e rimango in compagnia di Massimo e dei fratelli Goldensun che con grande umanità decidono di percorrere la via crucis con me, facendomi sedere ogni duecento metri. Malgrado questo arriviamo nell’area della città dove gli altri anni c’era la Japan Town, e riesco a comprarmi un amiibo di Zelda, così per soddisfazione. Ci facciamo anche un panino sulle mura, così da fingere di esserci fatti una cena a Lucca.

Poi Massimo mi scorta fino a casa. La stazione la troviamo finalmente vuota, ma il treno arriva con un ritardo di un’ora, e nel frattempo inizia a fare freddo. Il tragitto fino a casa a piedi con la febbre è un capolavoro, e una volta giunto a destinazione… crollo sotto le coperte. Che non sono coperte bensì lenzuola, ok, ma che io incremento usando quelle abbandonate da Jk, l’amico ormai lontano.

E’ la notte di Halloween. La libreria sotto casa si trasforma per l’occasione in una discoteca. Massimo, non potendo fare altro, scende a farsi un balletto, mentre aspetta che lo raggiungano gli altri due per far serata. Io non posso fare niente di tutto questo, così entro in una sorta di sogno demoniaco: un tormentato dormiveglia febbricitante in cui percepisco il tunz sotto casa, tremo e sudo. Sogno senza dormire e dormo senza riposare, perso in un beffardo delirio febbrile, condito di rabbia e paura per come mi toccherà gestire le sbatte dell’ultimo giorno. Il check-out, il bagaglio, i treni regionali, tutto in queste condizioni.

Qualche ora dopo tornano gli amici. In qualche modo riesco ad alzarmi: Massimo mi cura con una tachipirina da mille, Goldensun con un paio di episodi di Boris 4, riuscendo a restituirmi le forze per farmi quantomeno la valigia. Domani sarà un altro giorno, probabilmente di merda, ma su una cosa tutti concordiamo: è finito il tempo delle levatacce. Comunichiamo a Re Ghiaccio che la sua ospitalità ci ha fatto ammalare e che il check out lo facciamo anche dopo le dieci, se ci gira.

Echeccazzo.

Quinto Giorno: Amabili Resti

E arriviamo così all’ultimo giorno di questa Lucca sciagurata. Mi sveglio tumefatto ma vivo, e non era scontato. Massimo però è domato. Durante le ore notturne ho capito che per spegnerne il russare devo fargli tante tenere carezzine e in effetti funziona: Massimo si sveglia tutto tenerello e mi offre le sue ultime tachipirine. Poi ci lascia e si ritrasforma in una scrittina telematica. Ciao Massimo, e insegna agli angeli a bestemmiare di notte.

Di fronte a me però c’è la sfida più grande. Penso, spero di potercela fare. Da quel che ho capito devo giocare una complessa partita a scacchi con la febbre, sapendo che mi salirà ad ogni sforzo o movimento dispersivo, per cui bisogna giostrarsela senza mai arrivare al game over. E questa giornata cercherà in ogni modo di farmi consumare energie, sin dal principio, con la missione più terrificante di tutte: il tragitto dalla casa alla stazione di Viareggio, con tutto il bagaglio accumulato nel frattempo. Provo in ogni modo a issare la borsa fumetti sopra il trolley ma il peso è troppo e ad ogni irregolarità del terreno crolla da un lato all’altro, finché Goldensun non mostra pietà e decide di soccorrermi.

A Lucca sfrutto il deposito bagagli e mi accontento di un mini-giro: faccio un blitz al games per comprare un regalino, poi – forte dell’ultima pillola lasciatami da Massimo – porto i miei saluti al Palapanini. Infine, è al bar/libreria vicino alla stazione che congedo i fratelli Goldensun. Si scioglie così la nostra compagnia e io rimango completamente solo col mio fardello, in attesa del treno.

Ecco, il treno. Non promette niente di buono: tre regionali da qui a Padova, due cambi e nessuna garanzia di serietà, come noto. E nelle mie condizioni non so quanto possa esser stato saggio affidarmi alle bizze di Trenitalia, consapevole che – no – storicamente è sempre andato storto qualcosa, quindi anche stavolta.

Ve la faccio breve:

Primo treno (Lucca/Prato): faccio per prenderlo con adeguato anticipo, ma a un passo dal binario mi dicono che non si passa. Bisogna uscire dalla stazione, percorrere una lunga strada, salire sul ponte di ferro, scendere, fare un altro pezzettino di strada e arrivare al cazzo di binario passando quindi dal retro. Mi ritrovo a farlo correndo come un coglione, con borse, bagagli e la febbre che ride, ride, ride. Poi una volta dentro perlomeno c’era da sedere.

Secondo treno (Prato/Bologna): Vabbè ciao. Questo manco lo prendo. Il binario viene preso d’assalto dalla folla manzoniana e Trenitalia decide di adibirne uno supplementare per assorbirne metà. Ci metteranno molto tempo, troppo, e il treno dell’ora successiva farà prima, e sarà quello che prenderò. Pessimi cmq.

Terzo treno (Bologna/Padova): Ovviamente slitta tutto di un’ora. Ma a momenti rischio di perdere pure questo, dato che il mio treno fa ritardo. Ma in quel momento vedo una cosa che nemmeno mai mi sarei aspettato di vedere: una folla inferocita esce dal mio treno e attraversa la sconfinata stazione di Bologna per impedirgli di partire. Nel mezzo di quella folla ci sono io che corro, con i fumetti, la febbre e il male di vivere. Trenitalia si spaventa e blocca tutto, noi riusciamo ad assaltarlo e gli impediamo la fuga. Una volta dentro la ricompensa sarà che metà viaggio me lo faccio in piedi e col fiatone. L’altra metà sto seduto a leggere Barks. Dai.

La figura goffa e zoppa che l’amico Bordy vede arrivare alla stazione di Padova quella sera non è che lo spettro del giovanotto partito cinque giorni fa. Con molta pietà Bordy mi raccoglie e mi conduce a casa, dove a momenti non ho nemmeno la forza di elencargli i miei acquisti. Gli consegno i numeri dell’ortolaniano Matana che gli ho preso e poi mi accascio tra le braccia della morosa col fermo proposito di spirare. Ma c’è un ultimo colpo di coda, un epilogo positivo: lei tira fuori la torta del bentornato, che mi scalda il cuore ed è subito salute.

Finisce così la Lucca delle Sbatte, un’odissea nel dolore e nel disagio. Ma è stata anche un’avventura educativa, di quelle che ti mostrano come alcune cose della tua vita siano destinate a rimanere, altre a variare. Non c’è Lucca priva di quel senso di percorso, non c’è situazione che non mi spinga a crearmi un grafico mentale atto a individuare quali siano le costanti e quali le variabili di questo mio procedere, che continua a trovare anno dopo anno in questa manifestazione uno snodo fondamentale. Forse è una cosa che ha un senso così forte solo per me, tuttavia mi piace pensare che al termine della mia esistenza leggerò in sequenza tutti questi resoconti e vedrò emergere la forma di un qualcosa.

Una cosa però mi pare già molto chiara: da qui in poi si alloggia dentro le mura. A costo di prenotare con un anno di anticipo.

E porca puttana.

FINE

Recensioni

Zerocalcare: No Sleep Till Shengal

Con No Sleep Till Shengal Zerocalcare confeziona un ideale gemello di Kobane Calling. Sì, ritorna il Calcare impegnato, quello del graphic journalism, del fumetto politico e di tutte quelle paroline là che lo farebbero sbiancare/arrossire/sotterrarsi. Ma ha senso tracciare un divisorio tra il Calcare impegnato e quello giocondo? Zomma. Anche nei suoi momenti più seri, Michele non perde mai la sua verve e la cosa funziona anche in senso inverso, quando ammanta di profonda epicità le miserie della quotidianità. E probabilmente il risultato più grosso del suo percorso creativo è proprio questo: aver trovato un timbro vocale molto preciso, con un’estensione tale da abbracciare gli estremi senza mai snaturarsi. E’ un effetto molto “tondo”, lo leggi ed è sempre lui, reale e autentico, qualsiasi cosa ti dica e qualsiasi argomento scelga di trattare.


Qui c’è l’argomento ezidi, che è il cuginetto dell’argomento curdi. E il bello è che non ci prova nemmeno un attimo a fingere che non sia un more of the same. Anzi, si parte da lì: Zero è tornato sul campo perché gliel’hanno chiesto i tipi legati alla cosa dei Curdi, lui si è interrogato sull’opportunità o meno di abbracciare anche questa causa, e ha concluso che – sì – se hai la fortuna di avere un quarto d’ora di popolarità, allora tanto vale spenderlo dando visibilità alle cose in cui credi, ovvero in questo caso il Confederalismo Democratico.


No Sleep è un libro che lascia sicuramente meno il segno di Kobane. E’ meno grosso, meno epocale e meno “totale” nella sua trattazione del problema. E soprattutto perde l’effetto prima volta, quell’effetto da “OMG, ora posso leggere Calcare lustrandomi il monocolo, non è più solo plumcake e Star Wars” che nel 2016 diede una bella scossetta al percepito generale. Per quel che mi riguarda però è anche un libro migliore, e intendo proprio banalmente come fluidità di lettura. Kobane di fondo rimaneva un po’ un accrocchio: era la messa in bella di una storia apparsa su Internazionale, dopo il suo primo viaggio, a cui era stata costruita una cornice e una seconda parte nuova di zecca incentrata sul suo ritorno in quelle zone. Era un libro pregno di contenuto, ma strutturalmente un po’ frastagliato. E c’erano davvero tante spiegazioni che tradivano da parte di Calcare l’ansia di dover tradurre il casino politico della Madonna in cui versavano quei territori. Ce la faceva, eh, perché lui è spontaneo e sincero, ma qui secondo me ce la fa anche meglio.


Di base è la storia di un viaggio. Andata e ritorno, con qualche disagio nel mezzo. C’è un focus narrativo, l’arrivare alla meta senza inciampare, ci sono pericoli percepibili, imbarazzi e ansie. Al di là della causa benefica è molto fruibile anche come storia, un’avventura di Calcare che ti incolla alla pagina. E in cui di vederlo arrivare alla meta sano e salvo te ne importa davvero, che non è poco. Molto probabilmente il segreto di questa maggior fluidità narrativa sta nella postfazione scritta di suo pugno, in cui Zero prende atto che in questi luoghi il tumulto è eterno. E quindi qualsiasi tentativo di narrarlo come se si trattasse di una storia compiuta è destinato a fallire, a invecchiare e ad essere corredato di mille postille e aggiornamenti ad ogni futura ristampa: l’unica è concentrarsi sul momento specifico, fotografarlo nel modo più spontaneo per lasciare una traccia che possa rimanere vivida nella memorie del lettore. No Sleep Till Shengal non ha la pretesa di costruire una prospettiva ampia e definitiva sul tema Ezidi, ma si fa bastare una micronarrazione di qualità. E’ un potente generatore di emozioni, e va bene così. 


Tutto il resto è affanno.

Lo Sputasentenze

Il Drago di Spade

Mi sbilancio su House of the Dragon, ora che è finita la stagione.

Promossi in buona parte gli attori, specialmente il povero re bonaccione. Una sorpresa la giovane Rhaenyra, magnetica e sbarazzina, con quel tocco di morboso. Ma in generale tutti volti molto caratterizzati e con un’ottima presenza scenica. Alcune sequenze davvero molto valide, e in generale tutte quelle che coinvolgono i draghi, usati sempre bene e mai a caso. Un prodotto solido, fatto con mestiere e… temo di non avere molto altro di positivo da dire.

Già, perché al netto della sua oggettiva qualità, penso che House of the Dragon abbia rappresentato per me uno dei più grandi turnoff di sempre, tanto da farmi dubitare della mia passione per l’universo creato da Martin.

Un po’ me la sentivo, eh. Io e Martin avevamo bisticciato già in tempi non sospetti. Difficile non bisticciarci quando arrivi a leggere cose come il quarto e il quinto libro, infelici pietre tombali dell’avventura letteraria di Westeros. Difficile accettare un comportamento del genere: un autore all’ossessiva ricerca del dettaglio genealogico fine a sé stesso che finisce per perdersi totalmente nella sua stessa ragnatela al punto di non poter più proseguire la sua storia. E che invece di volersene liberare preferisce cullarcisi, scrivendo prequel e spinoff mentre là fuori il suo mondo brucia. Ingiustificabile.

Apprezzai il finale di Game of Thrones all’epoca. Mentre la rete si impegnava nella shitstorm del momento ai danni dei due showrunner, costruendo un inferno mediatico da cui non ci siamo ancora ripresi, io ne apprezzai i risvolti. Certo, mi accorsi del cambio di passo, ma qualsiasi variazione di ritmo, anziché farmi arrabbiare la ritenni un semplice effetto collaterale dell’orrendo casino in cui ci aveva cacciati Martin stesso, con le sue mille trame e i suoi mille personaggi che non portavano da nessuna parte e che andavano assolutamente sfrondati, una volta capita la truffa.

Difesi strenuamente il risultato, ma pensai anche che ormai quell’universo lì aveva decisamente dato. Non sentivo certo il bisogno che a così breve distanza di tempo se ne ricavasse già un franchise. Per adattare cosa, poi. Un libro sulle lotte intestine della genealogia Targaryen, scritto negli anni in cui sarebbe dovuto uscire il seguito della storia? Praticamente come erigere un monumento al tumore che uccise A Song of Ice and Fire.

Ma gli affari sono affari, e a quanto pare produrla è stato un buon affare perché alla gente è piaciuta, e non sono pochi quelli che appena iniziata hanno subito ripreso a seguire il gioco del trono, come se fosse semplicemente ricominciato il campionato. Dopotutto i nomi delle squadre grossomodo quelli erano, con giusto qualche ritocco alla formazione. House of the Dragon ha permesso alle persone di tornare a giocare al gioco del pettegolezzo, del tradimento e delle famiglie disastrate, raccontando una soap fantasy con un retrogusto shakespeariano, che – si sa – aiuta a nobilitare un po’ tutto.

Ma al netto di questo, io ho sentito morire qualcosa dentro. Il ritorno della sigla tanto amata, riproposta 1:1 ma messa al servizio di una storia così… piccina e di respiro limitato mi è parso quasi uno scherno. Game of Thrones era bello perché ti parlava di grandi cose, minacciava terrificanti apocalissi e mirabolanti magie salvo poi ricordarti che al centro della storia c’era in realtà un mondo di omuncoli con i loro meschini bisticci. Nella tensione tra queste due dimensioni della narrazione stava tutto il senso dello spettacolo. House of the Dragon elimina in partenza qualsiasi pretesa di grandiosità, toglie di mezzo il primo strato e punta dritto a quel nocciolo meschino, e così facendo rinuncia al contrasto. E questo fa sorgere parecchi dubbi sulla sua adeguatezza come prequel, e in generale su quanto abbia senso approfondire una lore basata su scaramucce tanto sterili. Perché a meno che non si decida di spostare la lente su cose molto metafisiche, magari collocate molto avanti o molto indietro nel tempo, alla fine è questo il genere di cose che troveremo frugando nella lore di Westeros ed è questo che a conti fatti interessava davvero a Martin: scrivere i garbugli genealogici tra casate, mettere in scena qualche Targaryen di nome Aegon, Aegis o Viserys e narrare storie di pretesa al trono inducendo lo spettatore a prendere nota del numero di gravidanze di ogni giocatrice. E a me purtroppo tutto questo pare poca cosa.

Ecco perché roba del genere puoi anche farmela gran bene, come del resto è stato, ma il campanellino dentro di me ormai è suonato. E la stonatura purtroppo la sento. Certo, è una stonatura legata a elementi che non sono propriamente nell’opera e che nemmeno si può dire la rovinino. Però sono nel franchise, che non è un concetto da ignorare, poiché la prima ragion d’essere di una serie come questa è vendermi appunto un franchise. Solo che a sto giro non mi sento più così sicuro di volerlo comprare.